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Trump e l’assalto al Campidoglio

di Michele Marsonet.

Mentre si stenta ancora a concettualizzare quanto è accaduto ieri a Washington, con il Campidoglio assaltato e – per molte ore – occupato da una masnada di incredibili personaggi agghindati nei modi più strani, credo sia il caso di porsi delle domande cruciali sul comportamento di Donald Trump.
A me pare inutile insistere sulla presunta “follia” del tycoon, che negli anni della sua presidenza ha dimostrato di saper perseguire i propri interessi, da lui del resto giudicati perfettamente coincidenti con quelli nazionali.
Altrettanto inutile mi sembra usare con troppa frequenza il termine “fascismo”, che negli Usa non ha mai goduto di grande popolarità. Certamente il comportamento che ha tenuto durante la manifestazione violenta dei suoi sostenitori non è spiegabile con facilità.
Ha in pratica ignorato l’appello a intervenire rivoltogli da Joe Biden. Il coprifuoco è stato indetto dalla sindaca di Washington Muriel Bowser in accordo con il capo della polizia locale. E, a quanto pare, l’intervento della Guardia Nazionale si deve al suo vice Mike Pence, che lo ha scavalcato rendendosi conto della gravità della situazione.
Una spiegazione del suddetto comportamento trumpiano, tuttavia, deve pur esserci, a meno di giudicarlo non più in possesso delle sue facoltà mentali, come molti tendono a fare.
Bisogna allora rammentare che Trump vinse a sorpresa le elezioni battendo Hillary Clinton nonostante l’establishment del suo partito gli fosse nettamente contrario. Non era insomma percepito come un “vero” repubblicano, portatore dei valori conservatori che quel partito tradizionalmente incarna.
Da molti il suo estremismo era ritenuto pericoloso, e soltanto l’inattesa vittoria gli consentì di compattare attorno a sé una formazione politica alla quale, in fondo, non appartiene, avendo in passato sostenuto e finanziato candidati democratici (Bill Clinton, per esempio).

E’ quindi probabile che, basandosi su un fiuto politico che di certo non gli manca, Trump abbia capito che la sua avventura con i repubblicani era giunta al capolinea. Di qui la necessità di “tesaurizzare” gli oltre 70 milioni di voti ricevuti mettendosi, per così dire, “in proprio”.
Forse è convinto che la sua figura, proprio perché molto controversa, è in grado di fare la differenza. Si spiegano in tal modo i continui appelli ai suoi fan, legati a lui – e non al partito – da un patto di fedeltà personale. Deve anche aver capito da tempo di aver perso le elezioni, e gli incessanti rimandi a furti e truffe gli consentono di fidelizzare ulteriormente la sua base elettorale.
Giunto a questo punto, perché mai dovrebbe restare con i repubblicani? Molto meglio fondare un partito interamente suo, incentrato sulla sua figura e disposto ad accogliere e divulgare senza remore i suoi slogan.
Difficile però capire quali sarebbero le possibilità di vittoria di un simile partito. Tutti coloro che hanno cercato di creare una formazione politica indipendente, come ad esempio il miliardario Ross Perot, hanno fallito. E’ pur vero, tuttavia, che lo scenario politico Usa è molto cambiato, anche grazie all’azione dello stesso Trump.
In conclusione, ipotizzo che il presidente uscente abbia voluto verificare fino a che punto la sua base gli è fedele e, da questo punto di vista, l’assalto al Campidoglio potrebbe anche essere stato un successo.
Resta però un problema non da poco. Tolti i gruppi più eversivi ed estremisti, quanti degli elettori repubblicani lo voterebbero se si presentasse a capo di un partito indipendente? E il partito repubblicano sarebbe davvero disposto a subire un eventuale drenaggio di voti?
Donald Trump ha 74 anni ma, in fondo, è più giovane del presidente eletto Joe Biden (che ne ha 78). E’ dunque plausibile ritenere che si sia mosso in quel modo durante l’assalto al Campidoglio pensando alla tornata elettorale del 2024, pensando a un partito fatto su misura per lui e del tutto obbediente ai suoi ordini.