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I problemi cinesi di Joe Biden

di Michele Marsonet.

Il neopresidente Usa Joe Biden sembra intenzionato a nominare, all’interno del Consiglio per la sicurezza nazionale, un esperto per gli Affari asiatici. A tale proposito circola il nome di Jeffrey Prescott, già viceconsigliere di Biden per la politica estera durante l’amministrazione Obama.
La nomina – non ancora ufficializzata – dimostra le attuali difficoltà degli Stati Uniti nel ridefinire il loro posizionamento nel difficile scacchiere asiatico. Si rammenterà che Barack Obama aveva adottato lo slogan “pivot to Asia” proprio per indicare l’attenzione che gli Usa devono porre nell’elaborare la loro strategia in quel continente.
Lo slogan obamiano, tuttavia, non aveva prodotto grandi risultati. E, soprattutto, non aveva affatto frenato l’espansionismo della Repubblica Popolare nel Mar Cinese Meridionale. E’ un dato di fatto, invece, che l’influenza di Pechino nell’area ha continuato a crescere.
La presidenza Trump, trincerata dietro lo slogan “America first”, ha in realtà allentato i rapporti di Washington con gli alleati tradizionali come Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Singapore, Australia e Nuova Zelanda.
Questi Paesi sono stati lasciati soli a fronteggiare l’invadenza di Pechino, e ciò ha causato un risultato clamoroso. Unendosi al Vietnam, hanno infatti firmato con la Cina il trattato Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo di libero scambio volto ad abbattere i dazi interstatali e a promuovere il commercio.
Si tratta di un accordo in cui Pechino ha una leadership indiscussa e che, fatto fondamentale, esclude gli Usa. Questo nonostante permangano tra le nazioni suddette e la Cina gravi contenziosi territoriali da un lato, e serie tensioni politiche dall’altro.
Si pensi, tanto per fare un esempio, che nessuna protesta – per quanto forte – è riuscita a frenare la completa sottomissione di Hong Kong e l’estensione delle leggi cinesi all’ex colonia britannica, nonostante l’accordo che prevedeva il mantenimento fino al 2047 dell’ordinamento “un Paese, due sistemi” promosso a suo tempo da Deng Xiaoping.

Difficile anche dire se la dura politica dei dazi praticata da Donald Trump abbia avuto successo. Pechino sta rispondendo con una nuova strategia, mirante a promuovere i consumi interni e a ridurre la dipendenza dall’export. Anche se andrà in porto la nomina di un esperto per gli Affari Asiatici, senza dubbio Biden si troverà ad affrontare una situazione molto difficile. Dovrà in primo luogo ricucire i rapporti con alleati chiave quali Giappone, Corea del Sud e Australia, facendo loro capire che la presenza Usa è tuttora indispensabile.
E in seguito dovrà proporre una strategia economica e commerciale puntando al ritorno degli Usa sulla scena, cercando di depotenziare la portata dell’accordo “RCEP” nel quale a Pechino spetta il ruolo di locomotiva.
Il fatto è che, anche grazie alle politiche di Trump, negli ultimi anni l’Asia è parecchio cambiata, ed è difficile contrastare l’assertività della Repubblica Popolare che, dopo aver apparentemente domato la pandemia dovuta al coronavirus (anche se nessuno ha capito come), vede il suo Pil crescere di nuovo.
Si noti inoltre che l’ultimo Plenum del Partito comunista cinese ha varato un ambiziosissimo piano di ammodernamento delle forze armate, accrescendo di oltre il 6% le spese destinate al comparto della difesa che, nel 2019, ammontavano già a 177 miliardi di dollari. Ciò significa, tra l’altro, che Pechino punta decisamente a diventare una superpotenza globale nei prossimi anni.
La sfida che attende Biden e la sua amministrazione è molto complicata e non si presta a soluzioni facili. Il neopresidente Usa non è sicuramente filo-cinese, ma dovrà comunque elaborare proposte che appaiano credibili agli alleati.
Essendo un grande mediatore, è probabile che Biden cerchi un “modus vivendi” con Pechino che attenui la possibilità di uno scontro armato (evocato, tra gli altri, anche da Henry Kissinger). Questo per evitare che gli Usa finiscano per essere emarginati dallo scacchiere del Pacifico.

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