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Filosofia dell’anima – Sulla banalità del Corriere applicata alla Arendt

di Rina Brundu.

Mercé gli impegni di studio e di lavoro quest’anno l’ho davvero imbroccata: sono riuscita a stare lontana dai media italiani per undici mesi consecutivi, fino allo scorso novembre. Una manna dal cielo nell’era del Covid! Da novembre ho ripreso in qualche modo a consultare siti italiani di notizie, ma conoscendo bene l’azzardo, ho subito deciso di limitare l’esposizione alla sola prima pagina dei seguenti giornali: il Corriere fontaniano per le notizie filo-governative, la Verità di Belpietro per tutto ciò che il “governo delle poltrone viventi” preferirebbe non sapessimo, e Dagospia per tutto il resto (circa il 90% del totale) di ciò di cui si nutre l’italiano medio: te**e, c**i, c***i, nonché un repertorio televisivo che dovrebbe pagare la TARI tanta è la monnezza analogica che propina!

Ciò premesso, in realtà ogni mattina mi bastano tre secondi per scorrere la prima pagina dei suddetti tre giornali. Sul Corriere specialmente si va un po’ svelti pena l’eventualità che il mouse s’incanti sull’ennesimo occhiello nel quale il sindaco Sala si autocelebra come sindaco dell’anno, il presidente della Camera Fico parla di “doveri” del suo partito vero Conte, scordando i “doveri” verso gli italiani che quello stesso partito si è messo sotto le scarpe, and so and so forth… Di fatto, se il mouse s’incanta, la possibilità che la pagina linkata si apra with a mind of its own non è da scartare: un affare pericoloso per chiunque, specialmente in tempi di pandemia acuta! D’accordo il Covid, ma a tutto c’è un limite!

Dicevo che in genere si va veloci perché altre notizie da leggere non ce ne sono. Stamattina però, proprio sul Corriere di Fontana, ha attirato la mia attenzione un dimesso occhiello che così leggeva: “Hannah Arendt, la Controversa, e la terribile banalità del male”. Clicco subito sul link (no, non mi si è incantato il mouse, ho proprio cliccato di mia volontà, dunque assumendomene la piena responsabilità!) e scopro che il “pezzo” è firmato da tal Maria Luisa Agnese. Non ho la più pallida idea di chi sia questa signora ma, a giudicare dal titolo del suo “articolo”, immagino un’altra co.co.co. Sono tante, tantissime nel giornalismo italiano, e comunque meritano rispetto, quindi la critica non va fatta alla signora Agnese, ma va fatta al giornale direttamente. Al giornale e al suo direttore Fontana, per essere più precisi.

Mi sono soffermata sul titolo perché titoli così naif fanno davvero girare le balle quando ci sono di mezzo dati argomenti, e più della “terribile” banalità del male, occorrerebbe parlare del “terribile” problema culturale che viviamo in quest’età barbara, laddove un know-how di tipo wikipedico imperat finanche nelle redazioni dei giornali, senza che nessuno, a cominciare dall’Europa, si degni di sedersi ad affrontare questo fondamentale problema che interesserà generazioni di ragazzi.

Sempre grazie al titolo ho insomma capito che i redattori non avevano la più pallida idea di cosa stessero trattando; ragion per cui se mi fossi potuta fiondare direttamente dentro la redazione le mie domande sarebbero state almeno due seguite da due affermazioni perentorie: “…. la terribile banalità del Male? Perché? Define! Theorise!”.

Con una determinata forza nell’animo ho comunque proceduto a leggere il pezzullo e la lettura mi ha in qualche modo rincuorato: no, non si trattava di pezzo filosofico-tecnico, ma del solito riempitivo di tipo sentimentaloide preferito dal giornale fontaniano, anche se di norma il target è Kate Middleton e non la Arendt! Resta il fatto che fa sempre un po’ impressione leggere sul primo giornale italiano (sic!), perle di questa tipologia: “Condiderata (nda: la Arendt) una delle pioniere del pensiero innovativo”, “E il male non era banale o demoniaco ma soltanto estremo”, “Ma come, un’ebrea che minimizza?”. In realtà, ciò che appare estrema è solo la volgarità intellettuale denunciata da queste affermazioni, come sempre accade quando si scrive di ciò che non si è studiato e di ciò che non si comprende! Meglio ancora, con questo pezzullo abbiamo testimoniato un altro caso plastico di “banalità” del Corriere applicato al caso mediatico Arendt… altro che banalità del Male, sic!

Ma forse la mia ira è dovuta anche al fatto che sto terminando i miei studi sulla tematica del Male, i quali, mercé tre anni di intenso lavoro e le grandi rivoluzioni scientifiche del nostro tempo, si sono scostati molto velocemente dalla visione “childish” di quella giornalista (parlo della Arendt, perché questo era in realtà!). Vero è infatti che c’è una cosa che in tutto questo periodo non ho mai avuto il tempo di fare, che forse non avrò mai il tempo di fare, cioè informarmi su chi sono stati quei grandi intellettuali ebrei che quando le sciocchezze intinte in salsa filosofica di questa signorina – volenterosa, mediaticamente furba, ma totalmente mancante di acume ontologico – furono pubblicate, si scagliarono con forza – anche con ferocia, occorre ricordarlo, una ferocia che di fatto portò la Arendt a ritrattare le ridicolissime tesi – contro una tale ipocrita/mediatica impostazione. Meglio ancora contro simili ovvietà pseudo-filosofiche. Forse il loro nome non è altrettanto conosciuto, ma certo è che è a tali oscure teste pensanti che dobbiamo rispetto per la forza, la dignità con cui hanno lottato contro la reductio ad absurdum della drammatica esperienza collettiva del loro popolo, nonché per avere rigettato a piè fermo l’esaltazione della figura di uno dei più scaltri criminali nazionalsocialisti. Per inciso, di un criminale secondo solo agli Himmler e agli Heydrich per malvagità, ovvero secondo solo ai satana che in quegli anni drammatici per la storia del mondo, ebbero finanche l’ardire di farsi persona!

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