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Sulla presidenza di Donald Trump

di Michele Marsonet.

Nel momento in cui volge al termine il mandato di Donald Trump e negli Stati Uniti è ancora in corso a battaglia legale del “tycoon” newyorkese volta a contestare la vittoria di Joe Biden e dei democratici, è utile leggere un volume appena pubblicato sull’argomento.
Si tratta di “La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America”, edito da Salerno Editrice e scritto da Germano Dottori, docente di Studi Strategici alla LUISS e consigliere scientifico di “Limes”.
L’autore adotta un approccio oggettivo, assai difficile perché Trump è indubbiamente un personaggio anomalo, amato (o addirittura idolatrato) dai suoi sostenitori, e odiato senza mezzi termini dai suoi tantissimi avversari.
Dottori si propone di descrivere, restando nello “sfondo della contemporaneità”, l’intento trumpiano di adeguare l’azione degli Stati Uniti alle nuove realtà e alle sfide che esse pongono tanto alla politica interna quanto a quella internazionale della potenza leader dell’Occidente.
L’autore accosta Trump a Andrew Jackson, settimo presidente americano, in carica dal 1829 al 1837, nonché primo presidente membro del Partito Democratico. Jackson si sforzò di rendere più democratiche le istituzioni politiche e amministrative Usa, e divenne inviso alle oligarchie finanziarie anche perché fu il primo capo dello Stato estraneo alle “grandi famiglie” che avevano sempre governato il Paese. Viene per questo considerato un antesignano del “populismo”, termine ambiguo ma oggi molto in voga.
E’ opinione di Dottori che che l’elezione di Trump non sia affatto un “incidente della storia” come molti sostengono, bensì l’esito di tendenze che ebbero inizio subito dopo la fine della Guerra Fredda. Tale fine causò grandi cambiamenti nella struttura del sistema internazionale, e si manifestò una grande riluttanza dell’opinione pubblica americana ad esercitare un ruolo di natura “imperiale” con interventi – armati e non – in ogni parte del globo.

Donald Trump ha sfruttato con indubbia abilità questa crescente riluttanza, condensandola nel suo celebre slogan “Make America Great Again”. Gli Stati Uniti devono a suo avviso (come pensava in passato anche Andrew Jackson) concentrarsi sui loro problemi interni, facendo della politica internazionale una semplice appendice di quella domestica. Di qui la contrarietà agli interventi all’estero. E in effetti Trump è stato il presidente Usa meno intervestista degli ultimi decenni. Assai meno, per esempio, di Barack Obama, che non esitò a inviare truppe americane in numerosi scacchieri pur avendo ricevuto, subito dopo essere stato eletto, il premio Nobel per la Pace.
Trump è contrario pure ad ogni forma di multilateralismo e all’influenza delle organizzazioni sovranazionali come Onu e Oms. A differenza dei suoi predecessori, tanto democratici quanto repubblicani, ha compreso subito la minaccia globale posta dalla Cina, e si è impegnato in una dura guerra commerciale – basata soprattutto sui dazi – contro Pechino, cercando di migliorare lo squilibrio commerciale con la Repubblica Popolare.
Abilissimo nell’uso dei social network, Trump ne ha fatto un punto di forza della sua presidenza, anche in questo caso innovando in modo originale le forme della comunicazione politica. E si è anche battuto con forza contro gli eccessi del “politically correct” e della “cancel culture”, sfidando gran parte del mondo accademico e intellettuale che, infatti, gli sono stati irrimediabilmente ostili.
Una tesi importante del libro è che molti aspetti della strategia trumpiana sono destinati a sopravvivergli, pur se declinati da eventuali successori in modo meno spettacolare di quanto è accaduto durante il suo mandato. Se persino Scott Turow, un intellettuale che gli è radicalmente ostile, definisce Donald Trump come “un colosso politico”, significa che la presidemza del “tycoon” ha lasciato il segno, tanto da prefigurare – età permettendo – un suo ritorno sulla scena in occasione delle prossime elezioni presidenziali Usa.

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