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Renzi, l’Italicum e la riforma del Senato

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

DSC00531di Gigi Montonato. Lunedì, 5 ottobre, Rai Storia trasmise nella rubrica “Il tempo e la storia”, condotta da Massimo Bernardini, una puntata sulla legge Acerbo del 1923, ospite in studio il prof. Giovanni Sabbatucci, uno degli storici italiani meno “ossessionati” dall’antifascismo, forse perché è uno dei maggiori conoscitori del fascismo.

La legge Acerbo fu voluta da Mussolini per avere un Parlamento a sua completa disposizione. Essa, infatti, assegnava alla lista più votata i due terzi dei seggi. Avvenne così che alle elezioni dell’anno successivo, 6 aprile 1924, la Lista Nazionale (Listone), col simbolo del fascio littorio, vinse le elezioni e per Mussolini fu l’inizio, se non proprio formale, della dittatura. Quello formale, l’inizio dico, sarebbe arrivato dopo, col delitto Matteotti e il famoso discorso del 3 gennaio 1925 alla Camera, cui seguirono le leggi cosiddette fascistissime.

La legge Acerbo fu dunque lo snodo della dittatura fascista. Oggi ci chiediamo: nessuno si oppose alla sua approvazione? Ad opporsi furono il Partito Popolare di don Sturzo, poi indotto a dimettersi e a scegliere la strada dell’esilio, perché mollato dalla Chiesa, e i partiti di sinistra, sempre divisi e inconcludenti. Essi vedevano lucidamente i rischi che correva il Parlamento, ma nulla seppero o potettero fare per impedirne l’approvazione. Mancavano le forze, l’unità d’intenti, la volontà.

Lo stesso Enrico De Nicola, quello che poi sarebbe diventato a fascismo finito il primo Presidente della Repubblica Italiana, all’epoca Presidente della Camera, collaborò con Acerbo o per lo meno gli diede la sua consulenza tecnica, essendo un giurista di primissimo ordine. E Giovanni Gronchi, che sarebbe diventato il terzo Presidente della Repubblica – ma che continuità! – era sottosegretario all’industria nel governo Mussolini. Questa era l’Italia politica di quegli anni.

E’ ben vero che l’ambiente era dominato da un perdurante clima di guerra civile e che le stesse tribune di Montecitorio, mentre si discuteva l’approvazione della legge, erano piene di Camicie Nere; ma questo spiega relativamente il fenomeno della corsa degli italiani verso il fascismo.

C’è un’immagine che rende come meglio non si potrebbe l’idea del consenso di massa, è la partenza di quelle grandi maratone, che oggi si svolgono periodicamente in diverse località del mondo. Ecco, se pure uno si ferma o addirittura cerca di fermare altri, viene travolto e appena appena decalcomanizzato sull’asfalto. E’ la cinetica della politica, mettiamola così, per non offendere nessuno.

Per tornare alla legge Acerbo, balzano subito all’attenzione di chi ancora sa essere sveglio due dati. Il primo, che perfino un De Nicola si mise  al servizio del fascismo. Secondo, che la Chiesa già da allora pregustava concordati e patti con Mussolini. Gronchi era nel governo in quota Partito Popolare. L’unico deputato di questo partito che votò contro fu Giovanni Merizzi di Sondrio.

Nel corso della trasmissione non si fece il minimo cenno a quanto stava accadendo nel Senato dei nostri giorni sulla riforma dello stesso e sul combinato disposto con la nuova legge elettorale detta Italicum, voluti da Matteo Renzi. Ma i fantasmi prendevano corpo ogni volta che nella trasmissione televisiva si insisteva sulle intenzioni di Mussolini di assicurarsi tutto il potere attraverso la legge Acerbo, la sua legge.

I più avveduti costituzionalisti e politologi lo sanno: c’è un rapporto di causa-effetto tra il sistema elettorale e il regime politico che ne vien fuori. Perciò dietro ogni legge elettorale c’è un disegno da parte di chi quella legge la vuole ad ogni costo, ieri Mussolini, oggi Renzi.

Quanti di quelli che siedono oggi a Montecitorio e a Palazzo Madama conoscono le vicende italiane e quanti sanno trarre un insegnamento da esse? Io dico pochissimi, e quei pochissimi seguono la corrente, pezzi di sughero o di qualcosa che gli somiglia, con l’unica preoccupazione di tenersi a galla e di percorrere quanto più corso possibile. Oggi sulle tribune di Palazzo Madama non ci sono squadristi pronti a menare la mani; oggi si segue la corrente per opportunismo, per lavoro, per carriera, per non rimanere esclusi, per piacere all’ambiente di lavoro o del bar.

Dietro il pifferaio dei nostri giorni corrono tutti. Verdini, un pluri inquisito transfuga da Forza Italia, addirittura dice di essere lui il andando in soccorso di Renzi, facendo finta di non sapere che in politica c’è una bella differenza tra tattica e strategia. Il fatto che siano stati votati, lui e i suoi accoliti, da altri per fare altro, non lo tocca minimamente. Dietro a Renzi vanno ormai gli ex oppositori interni del Pd, convinti che non c’è più niente da fare. E’ bastato il papocchietto del voto alle Regionali per i candidati al Senato indicati dai cittadini, che il Consiglio Regionale poi formalmente nomina, per far gridare ai poveri frustrati della minoranza Dem di aver pareggiato la partita con Renzi.

Ma dove va l’Italia? Dove gli Italiani? A chiedercelo siamo rimasti solo noi, dai cinquant’anni in poi, che veniamo da altra educazione politica; quell’educazione per la quale ogni scelta che facevamo era mirata ad una prospettiva: gli ultimi a sapere che oltre al presente da gestire c’è un passato da conoscere e un futuro da creare come arcate sul viadotto della storia. Non è nostalgia. La realtà delle cose non è cambiata; sono cambiati gli uomini. Quelli che oggi hanno meno di cinquant’anni non sanno leggere la realtà nella sua derivazione e nella sua evoluzione, non hanno memoria, non hanno capacità di vedere più lontano dell’effimero quotidiano.

Che Renzi ricalchi le orme di Mussolini, facendo approvare una legge elettorale che gli consente di padroneggiare il Parlamento e di spadroneggiare nel Paese, non significa necessariamente che le conseguenze saranno le stesse. Troppo diverso è lo scenario italiano, europeo e mondiale per assurde riproposizioni; ma gli effetti, pur diversi, potrebbero essere altrettanto nefasti sul piano della formazione civica e politica dei cittadini, irreggimentati in una dittatura non imposta ma scelta spontaneamente. Andiamo come quelle persone che, per traumi lenti e progressivi, finiscono per perdere volontà e interesse a vivere e a progettare e si conformano, magari anche felici, all’inavvertito degrado.

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