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Sulla presunta iscrizione di Teti

di Massimo Pittau. Due lettori mi hanno rimproverato per il fatto che io linguista ho tralasciato di studiare la presunta iscrizione che sarebbe incisa in una navicella di creta rinvenuta a Teti. Ed io rispondo con queste considerazioni: a) Un linguista epigrafista ha come suo primo dovere e interesse a fare l'”autopsia”, cioè la visione personale e oculare di una presunta iscrizione e del suo supporto; b) Data la mia non più giovane età, io ormai mi muovo molto raramente dalla mia sede, che è Sassari; c) Se decidessi di essere portato alla località, nel cui museo è depositata quella barchetta, non sarei affatto sicuro che il suo direttore decidesse di farmela sottoporre ad una autopsia.

Lo sanno tutti gli archeologi e studiosi di arte Italiani ed Europei, che i cosiddetti “beni archeologici ed artistici pubblici” solamente in linea teorica appartengono allo Stato italiano e cioè a tutti noi Italiani. In linea pratica è cosa del tutto nota che i direttori dei musei e pure i vari Sovrintendenti regionali considerano e trattano quei “beni archeologici ed artistici” come “beni personali”, da loro spesso tenuti da parte in vista di loro pubblicazioni personali ed in vista di titoli da presentare ai vari concorsi per entrare in ruolo. Clamoroso e scandaloso è stato una ventina di anni fa l’atteggiamento di un Sovrintendente alle Antichità di Firenze, il quale, essendo entrato in possesso dei frammenti della ormai famosa «Tabula Cortonensis», che contiene la terza iscrizione etrusca per lunghezza, se li tenne nascosti con scuse ridevoli per 6 anni in vista di una sua pubblicazione che è comparsa dopo, nell’anno 2000!

5 Comments on Sulla presunta iscrizione di Teti

  1. Nota Bene: diritto di replica a chi ritiene di doverlo avere.

  2. francu pilloni // 14 August 2015 at 07:45 //

    Ci sono e batto un colpo, sperando che non sia alla tempia, come quello de s’acabbadora!
    Un uomo aprì gli occhi e vide di fronte a sé la sua ombra. Comprese che dietro di lui ci fosse una fonte di luce: che fosse il Sole del mattino, la Luna piena al suo tramonto o il lampione ai vapori di mercurio piantato all’angolo della strada, non gli parve importante appurarlo.
    Pittau è uomo saggio e nei suoi giudizi ci va con i piedi di piombo e non solo. La barchetta di Teti purtroppo per noi non è alla sua portata e poco lo tocca il fatto che di essa esistono riproduzioni fotografiche, ingrandimenti e logogrammi, neppure la severa verifica scientifica sul supporto in cui si afferma che i segni visibili furono fatti ante cottura. Per Pittau la scrittura rimane “presunta”, indipendentemente dal tipo di lettere, dall’epoca, dal significato afferrato o sfuggente di quelle lettere.
    Pensa il prof che dovrebbe restare “presunta” anche per noi?
    Egli si sente e si dichiara linguista ed epigrafista, ma purtroppo per lui è esperto in due materie che non fanno parte delle scienze esatte: se il Teorema di Pitagora ha un’unica, universalmente riconosciuta soluzione, la Stele di Nora ha avuto oltre trecento interpretazioni diverse, tutte discordanti fra loro, anche come il giorno e la notte. E non è che ci abbiano provato gli analfabeti e gli appassionati della domenica.
    In ogni caso, tutto quello che dice il prof è sempre e solo un’opinione, a volte supportata, a volte con la logica di una barzelletta, come fu la sua ipotesi di falso sulla Rotelle di Palmavera, dichiarata falsa senza mai averla vista (altro che autopsia!), con la “presunta” scritta ipotizzata come frutto di sfregamento fra diversi reperti nel sacco portato a spalla dall’archeologo o dal suo assistente. Ci fece ridere in gruppo, qua nell’isola; fuori no, perché non c’è nessuno che s’attardi a leggere le sue sentenze.
    Ha ragione da vendere su quell’archeologo fiorentino che nascose per sei lunghi anni il famoso reperto: pensa tu se avesse saputo che l’archeologo sardo s’è tenuto per sé per venti anni interi la scoperta di uno spillone nuragico ad Antas con segni di scrittura, questa volta davvero non presunta, poi interpretata da tre epigrafisti-archeologi in tre modi diversi, con tre lingue individuate, dal fenicio all’euboico(!). Purtroppo oramai i cani da pastore fonnesi, dall’alto del Gennargentu, abbaiano solo verso le volpi delle pianure toscane e non scagnano neppure contro le volpi delle pianure sarde che pure ci sono, che pure puzzano tanto.
    Che fare? Se l’uomo che ha visto la sua ombra richiude gli occhi, non saprà mai la verità. Provi anche lei, prof, a girarsi e a guardarsi intorno: potrebbe sincerarsi se è sorto il Sole o se si tratta solamente del frutto dei vapori di mercurio. Per queste cose, non è mai troppo tardi.
    Saludi e trigu.

  3. Che fare?
    Io starei in guardia con la fauna del Gennargentu….

  4. francu pilloni // 14 August 2015 at 17:15 //

    Ormai è meglio la flora che la fauna.

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