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Sulla presunta iscrizione di Teti

di Massimo Pittau. Due lettori mi hanno rimproverato per il fatto che io linguista ho tralasciato di studiare la presunta iscrizione che sarebbe incisa in una navicella di creta rinvenuta a Teti. Ed io rispondo con queste considerazioni: a) Un linguista epigrafista ha come suo primo dovere e interesse a fare l'”autopsia”, cioè la visione personale e oculare di una presunta iscrizione e del suo supporto; b) Data la mia non più giovane età, io ormai mi muovo molto raramente dalla mia sede, che è Sassari; c) Se decidessi di essere portato alla località, nel cui museo è depositata quella barchetta, non sarei affatto sicuro che il suo direttore decidesse di farmela sottoporre ad una autopsia.

Lo sanno tutti gli archeologi e studiosi di arte Italiani ed Europei, che i cosiddetti “beni archeologici ed artistici pubblici” solamente in linea teorica appartengono allo Stato italiano e cioè a tutti noi Italiani. In linea pratica è cosa del tutto nota che i direttori dei musei e pure i vari Sovrintendenti regionali considerano e trattano quei “beni archeologici ed artistici” come “beni personali”, da loro spesso tenuti da parte in vista di loro pubblicazioni personali ed in vista di titoli da presentare ai vari concorsi per entrare in ruolo. Clamoroso e scandaloso è stato una ventina di anni fa l’atteggiamento di un Sovrintendente alle Antichità di Firenze, il quale, essendo entrato in possesso dei frammenti della ormai famosa «Tabula Cortonensis», che contiene la terza iscrizione etrusca per lunghezza, se li tenne nascosti con scuse ridevoli per 6 anni in vista di una sua pubblicazione che è comparsa dopo, nell’anno 2000!

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