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Filosofia dell’anima – Del silenzio.

Adoro il silenzio: ascolterei sempre e soltanto il silenzio! A volte mi capita di sentire una musica bellissima e scoprirla piccola cosa non appena smette di essere e lascia spazio al silenzio. Per me il silenzio è infinite possibilità, finanche arma privilegiata di difesa, perché davanti a una qualsiasi offesa o ingiustizia di norma preferisco opporre il silenzio. Paradossalmente per me il silenzio fa anche equazione con quelle mie composizioni similpoetiche che chiamavo URLA, le quali in quanto “urla dell’anima” potevano vivere solamente nel silenzio.

È nel silenzio, credo, che noi ci possiamo ascoltare veramente o riflettere su ciò che abbiamo detto o fatto, su ciò che hanno fatto o detto gli altri. È solo nel silenzio che si può pensare davvero, crescere davvero. Ciò è quanto mai vero in questa epoca che predilige il rumore, un rumore digitale che è più tonante del rumore a cui eravamo abituati nelle decadi passate; un rumore che viaggia in “a blink of an eye” da un campo all’altro del pianeta e ritorna potenziato alla fonte.

Nel silenzio mi immergerei, come fosse una sorta di atavico ventre materno dove si può anche riposare. Nel silenzio si rielaborano idee, teorie, si scava dentro ogni possibilità cogitativa e si riesce a guardarla sotto infinite prospettive. È tanto più prezioso perché in fondo si sa che non può durare. Di fatto vive in simbiosi col rumore e da quello estrae tutto il suo meglio per rifocillarsi, darsi nuova ragione d’essere e produrre ulteriore significazione.

Il silenzio m’affascina. Come m’affascinava da bambina il mutismo dei vecchi di Sardegna che vestiti delle loro camicie e dei pantaloni di velluto sovente sedevano sulle panchine delle piazzette di paese a fumare il sigaro e a pensare. Mio nonno lo faceva spesso e io mi chiedevo a cosa stava pensando. L’avrei capito solo più tardi che in quanto compagno di quei ragazzi del ’99 che erano stati mandati a morire in prima linea, lui aveva molti pensieri per la testa. I suoi più pesanti di quelli degli altri. Mio nonno è morto tanto tempo fa, ma non è forse un caso che una notte l’ho sognato dentro un prato di erba bellissima dove cresceva un unico albero da cui spuntavano rami poderosi. Ad uno di quei rami era legato un cavallo – proprio come in quelle scene da film-western fordiano – e io sapevo che seduto ai piedi dell’albero c’era mio nonno. Non potevo vederlo ma sapevo che di lui si trattava, finalmente vincente nel suo desiderio di ritrovare pace in un ambiente naturale straordinario, ovattato, che pareva creato a bella posta per ascoltare il… silenzio.

Questo mi porta pensare che il liking del silenzio potrebbe essere un liking scritto nel nostro DNA. Neanche io ho mai sopportato le baruffe chiozzote, non potrei mai vivere in un quartiere affollato, con i panni che penzolano dai fili tesi alle finestre, mentre tra le urla esagerate di scalmanati viandanti anche i refoli di vento fanno fatica a sentire il loro pesante respiro.

Rina Brundu