PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Sulla filosofia tra scienza e linguaggio

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Alfred_Jules_Ayerdi Michele Marsonet. Parlare di un tema come “la filosofia tra scienza e linguaggio” significa, in primo luogo, prendere in considerazione il contributo fornito al pensiero contemporaneo da due grandi correnti filosofiche: il neopositivismo logico da un lato e la filosofia analitica dall’altro. Esistono, tra le due correnti appena nominate, dei rapporti molto stretti. Ad esempio, autori come Rudolf Carnap e Alfred J. Ayer, pur essendo in primo luogo dei neopositivisti, possono essere considerati a tutti gli effetti anche dei pensatori analitici. Se occorre senz’altro distinguere tra neopositivismo logico e tradizione analitica è necessario comprendere ed esplicitare i nessi che legano le due correnti.

Per esprimerci in termini generali, potremmo anche dire che esse condividono alcune idee di fondo e sono parte importante di un certo “clima filosofico” assai diffuso in Europa e negli Stati Uniti nel Novecento. Dei due termini scienza e linguaggio, il primo va riferito soprattutto al neopositivismo logico, mentre il secondo è la parola chiave che denota le tesi della filosofia analitica. Una simile schematizzazione può indubbiamente servire a inquadrare il problema, ma risulta fuorviante se intende essere una classificazione esaustiva. Anche i neopositivisti, infatti, attribuiscono al linguaggio un’importanza primaria, mentre i pensatori analitici, dal canto loro, sono tutt’altro che insensibili al tema dei rapporti tra scienza e filosofia. La figura di Ludwig Wittgenstein costituisce la chiave per comprendere i rapporti tra neopositivismo e analisi, in quanto la prima delle grandi opere wittgensteiniane, il Tractatus logico-philosophicus, esercitò un’influenza fondamentale sui membri del Circolo di Vienna (nucleo originario del neopositivismo del nostro secolo), mentre la seconda, le Ricerche filosofiche, costituì la Bibbia della filosofia del linguaggio ordinario.

Dunque, si potrebbe anche attribuire al primo Wittgenstein una sorta di paternità del positivismo logico, e al secondo un’analoga paternità per quanto concerne la filosofia analitica. Ma questa rappresentazione, pur possedendo degli elementi di verità, è troppo semplicistica. In realtà vi sono altri pensatori, antecedenti a Wittgenstein, che hanno giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo tanto del neopositivismo quanto dell’analisi linguistica. Basti citare Gottlob Frege e Bertrand Russell. Parlando proprio di Frege, il filosofo britannico Michael Dummett ha affermato che egli può essere considerato a tutti gli effetti come “il nonno della filosofia analitica”, e la divertente definizione di Dummett risponde al vero.

Poiché il termine filosofia analitica ha una connotazione più ampia del termine neopositivismo logico, mi sembra opportuno porre il seguente quesito: si può considerare il movimento neopositivista quale parte di una tradizione più vasta denominata, appunto, filosofia analitica? Si tratta di una domanda che, a dispetto delle apparenze, è tutt’altro che banale e alla quale non è facile dare risposte esaurienti. Cerchiamo allora di spiegare il perché.

Era opinione dei Viennesi che la scienza moderna avesse occupato l’intero campo della conoscenza, ivi inclusi quegli spazi che, tradizionalmente, venivano riservati alla filosofia. Lo spirito scientifico andava pertanto trasferito senza esitazioni in ambito filosofico e, a questo proposito, il caposcuola Moritz Schlick (che verrà assassinato da uno studente filo-nazista all’università di Vienna) affermò che un filosofo che conoscesse soltanto la filosofia era come “un coltello senza lama e senza manico”. Con ciò intendeva dire che il filosofo doveva essere esperto di almeno una disciplina scientifica se voleva pronunciare dei discorsi dotati di senso. Solo nella scienza si dà vera conoscenza, e le asserzioni della filosofia (intesa in primo luogo come “metafisica”) altro non sono che enunciati privi di significato.

I neopositivisti, dunque, attribuiscono valore soltanto agli enunciati empirici e a quelli analitici della logica e della matematica. Le verità logiche e matematiche sono – secondo la terminologia introdotta da Wittgenstein – tautologie, e cioè asserzioni sempre vere, non smentibili da alcun fatto e che nulla aggiungono alla nostra conoscenza della realtà. La conoscenza è soltanto quella empirica, basata sui dati immediati, e la concezione scientifica del mondo è contraddistinta dal metodo dell’analisi logica. Ne consegue che non esistono le proposizioni sintetiche a priori di kantiana memoria (anche se l’influenza di Kant sui neopositivisti è ben più forte di quanto essi stessi ammettano). Una funzione determinante viene svolta, all’interno di questa concezione, dalla moderna logica formale poiché, secondo i Viennesi, con il suo ausilio è possibile ottenere il massimo rigore nelle definizioni e negli asserti; utilizzandola, inoltre, si riesce a formalizzare i processi inferenziali intuitivi che sono propri del linguaggio comune, traducendo quest’ultimo in una forma controllata automaticamente mediante il meccanismo dei simboli.

E’ importante, a questo punto, cercare di capire che cosa diventa la filosofia quando si accettino i presupposti anzidetti. E’ chiaro, in primo luogo, che essa non può più essere considerata conoscenza, ma solo attività. Più precisamente, si trasforma in attività chiarificatrice del linguaggio; è altrettanto evidente, tuttavia, che essendo per i neopositivisti l’intero sapere riducibile alla scienza empirica, al filosofo non resta altro compito se non quello di analizzare l’unico discorso significante dal punto di vista conoscitivo, e cioè quello scientifico. E’ il caso di notare che procedendo lungo questo sentiero la filosofia veniva spogliata di uno dei suoi principali ambiti di competenza (quello metafisico, per l’appunto), ed era costretta a mutare radicalmente la concezione tanto dei suoi oggetti d’indagine quanto del proprio statuto epistemologico. Non era più una branca della conoscenza parallela – ma non alternativa – alla scienza, bensì un discorso di secondo livello, vale a dire un discorso sul discorso scientifico. L’ambito di competenza della filosofia si sposta, insomma, sul piano meta-linguistico, e il linguaggio-oggetto della scienza diventa l’interesse pressoché esclusivo del meta-linguaggio filosofico. Le asserzioni della metafisica non sono semplicemente false ma – il che è molto peggio – prive di senso, occupandosi essa di un dominio di enti circa i quali noi non siamo in grado di dire alcunché di significante. E, si noti, l’ispiratore di questa trasformazione radicale della filosofia è proprio il primo Wittgenstein, il quale nel Tractatus afferma: “Il metodo corretto in filosofia sarebbe dunque il seguente: non dire nulla eccetto ciò che può essere detto, e cioè le proposizioni della scienza naturale – vale a dire, qualcosa che nulla ha a che fare con la filosofia – e quindi, ogni volta che qualcuno volesse dire qualcosa di metafisico, mostrargli che non è riuscito a dare un significato a certi segni contenuti nelle sue proposizioni”.

I neopositivisti attribuivano, nella lotta contro la metafisica, una importanza fondamentale al loro celebre principio di verificazione, secondo il quale un enunciato – che non sia un enunciato analitico della logica o della matematica – è significante dal punto di vista conoscitivo se, e soltanto se, la sua verità (o la sua falsità) può essere determinata attraverso osservazioni empiriche. Ma, già a questo punto, è possibile constatare che l’eliminazione neopositivista della metafisica è solo teorica e non reale. Prendiamo infatti in considerazione il principio di verificazione così come è stato formulato in precedenza. Subito compare un problema di grande portata che può essere espresso in questi termini: è possibile verificare, in base ad osservazioni empiriche, la verità (o la falsità) dell’enunciato che contiene lo stesso principio di verificazione? No, è ovvio. L’enunciato che esprime questo principio sfugge quindi alla verifica empirica; di qui tutta una serie di liberalizzazioni progressive del principio che, però, sono ben lungi dall’aver conseguito risultati decisivi. Ovviamente, una simile constatazione non poteva che mettere in crisi il programma neopositivista il quale, in effetti, è stato man mano rimpiazzato dalla cosiddetta epistemologia post-empirista, a partire dal falsificazionismo di Karl R. Popper per giungere alle concezioni sociologistiche di Thomas K. Kuhn e a quelle anarchiche di Paul K. Feyerabend.

Proprio Popper rivolge acute critiche a questo modo di concepire il lavoro filosofico. Egli afferma che: “Gli analisti del linguaggio credono che non ci siano problemi filosofici genuini, o che i problemi della filosofia siano problemi concernenti l’uso linguistico, o il significato delle parole. Invece io sono convinto che esista almeno un problema al quale sono interessati tutti gli uomini dediti al pensiero. E’ il problema della cosmologia: il problema di comprendere il mondo; compresi noi stessi e la nostra conoscenza, in quanto parte del mondo. Non c’è dubbio che il comprendere le funzioni del linguaggio sia una parte importante di questo compito; ma non lo è liquidare i nostri problemi come semplici enigmi linguistici”.

Queste parole di Popper ci mettono sull’avviso, in quanto esiste un modo estremista e uno moderato di praticare l’analisi del linguaggio. Gli analitici moderati pongono l’accento sul fatto che l’esame delle strutture linguistiche ci aiuta a chiarire e – talvolta – a risolvere i problemi filosofici, soprattutto quando essi scaturiscono da un cattivo uso del linguaggio. Gli analitici estremisti, invece, vanno molto più in là, affermando che tutti i problemi filosofici sono, in fondo, problemi linguistici, ragion per cui il posto che nella filosofia classica era occupato dalla metafisica spetterebbe, oggi, alla filosofia del linguaggio intesa quale unico modo possibile di praticare il lavoro filosofico. A queste concezioni estremiste, che trovano puntuali riscontri in alcune delle tesi sostenute dai neopositivisti logici, hanno reagito numerosi pensatori odierni. Parliamo per esempio dello stesso Popper, che ha riammesso la metafisica nel novero del discorso pienamente significante (pur negandole valenza conoscitiva), e di Willard V.O. Quine il quale, contestando la rigida separazione tra enunciati analitici e sintetici, è giunto alla conclusione che un filosofo, proprio per il mestiere che fa, è in pratica obbligato a occuparsi di questioni metafisiche ed ontologiche non considerate dal solo punto di vista linguistico. Si può subito notare che la concezione puramente linguistica della verità di tipo analitico consente, da un lato, di determinare una precisa linea di confine tra le asserzioni della matematica (e della logica) e le asserzioni delle scienze empiriche, mentre dall’altro spiega la stessa conoscenza logico-matematica senza fare appello ai principi primi della metafisica o a entità astratte quali concetti e idee. Con la logica e la matematica messe al sicuro in quanto conoscenza puramente analitica, e con la metafisica eliminata in quanto discorso non significante, tutto ciò che restava da fare era trovare una caratterizzazione adeguata per la stessa filosofia. Essa venne in pratica ridotta all’analisi logica del linguaggio. La principale differenza tra la filosofia (intesa appunto come analisi logica del linguaggio) e la scienza vera e propria (cioè l’insieme delle scienze empiriche con la fisica in posizione di leadership, e di quelle storico-sociali concepite secondo canoni puramente riduzionistici) consiste nel fatto che la filosofia si occupa esclusivamente di linguaggio e di significato, mentre le questioni fattuali sono di competenza della scienza.

Tutto ciò ha una conseguenza di grande portata: la scienza empirica tratta in modo esclusivo tutte le questioni concernenti il mondo extra-linguistico. D’altra parte, essendo la filosofia ormai confinata in un regno puramente linguistico, non resta al filosofo alcun dominio di ordine più alto e trascendente la realtà empirica di cui occuparsi; egli può dedicarsi – se vuole parlare in modo significante – soltanto al linguaggio, che è poi lo strumento usato dagli scienziati per condurre le loro indagini sulla realtà extra-linguistica. Lo scopo dell’analisi si identifica pertanto con la chiarificazione del linguaggio al fine di renderlo preciso e perspicuo al massimo grado; solo agendo così è possibile distinguere gli pseudo-problemi (che sono quasi tutti quelli presi in considerazione dalla filosofia tradizionale) dai problemi genuini. Ne deriva che, quali che siano le difficoltà incontrate da neopositivisti e analitici per definire il metodo dell’analisi logica, resta chiaro che la differenza che intercorre tra filosofia e scienza è la stessa differenza che passa tra il linguaggio ed il mondo che il linguaggio stesso descrive.

Si può scoprire una chiara ascendenza kantiana nelle principali tesi neopositiviste e analitiche. Non si potrebbe infatti comprendere la nascita e l’affermazione di tali correnti senza tener conto dello stato di crisi in cui versava la filosofia agli inizi del ’900. Si noti infatti che l’opera di Kant, e cioè di colui che aveva inteso dimostrare l’impossibilità di una metafisica intesa come scienza, stava addirittura alle radici di una grande fioritura di sistemi metafisici come quelli dell’idealismo tedesco.

Agganciando la scienza alle caratteristiche percettive e concettuali dell’esperienza umana, il filosofo di Königsberg sperava di mettere al riparo la conoscenza umana dai dubbi scettici fiorenti in seno all’empirismo di David Hume, mentre nel contempo si preoccupava di evitare gli eccessi metafisici del razionalismo. E tuttavia, limitando il discorso scientifico alla comprensione di un dominio classificato esplicitamente come apparenza, la stessa opera di Kant aveva suscitato un enorme interesse verso quel regno trascendente che, se si prendono sul serio le sue parole, deve stare sotto (o al di là) dell’apparenza medesima.

Per i neopositivisti il filosofo deve soltanto preoccuparsi di chiarire il significato degli asserti scientifici, così ricostruendo il linguaggio della scienza in maniera quanto più possibile perspicua; lo scienziato, dal canto suo, usa il linguaggio per stabilire la verità o la falsità degli enunciati riguardanti il mondo, e costruisce teorie che debbono sempre risultare verificabili. Da ciò consegue che, se lo scienziato si preoccupa di scoprire il significato delle asserzioni che compie nella propria disciplina, egli diventa ipso facto un filosofo. D’altra parte il filosofo, determinando la natura e l’estensione del discorso significante, stabilisce pure i parametri cui l’indagine scientifica deve attenersi se vuol essere considerata tale, il che significa – per dirla in modo diverso – che il filosofo fissa i limiti concettuali dell’indagine scientifica. E nessuno può negare che si tratti di un compito di fondamentale importanza: il filosofo si trasforma, in questo modo, in una sorta di “super-scienziato”, cui spetta il conferimento del senso e al quale lo scienziato che lavora sul campo deve rivolgersi continuamente per chiedere lumi.

E’ evidente che l’analisi logico-linguistica, se concepita in questo modo, diventa qualcosa di enormemente più importante del semplice esame dei termini e degli enunciati. Essa diviene a tutti gli effetti una sorta di filosofia prima, vale a dire una super-disciplina che si propone di fissare le condizioni che presiedono alla possibilità stessa di tutta la conoscenza. Se proprio non la si vuol definire “metafisica” la si chiami pure in un altro modo: ma è comunque chiaro che la sostanza non cambia. E non a caso Wittgenstein afferma nel Tractatus: “La filosofia limita il campo disputabile della scienza naturale. Essa deve porre limiti a ciò che si può pensare; e, nel far questo, deve porre limiti a ciò che non si può pensare. Essa deve delimitare l’impensabile dal di dentro attraverso il pensabile”.

Se le cose stanno così, diventa riduttivo parlare di una lontana ascendenza kantiana per quanto riguarda le tesi di fondo di neopositivisti e analisti del linguaggio. La presenza di Kant è invece ben percepibile, e le differenze vanno caso mai fatte derivare dal mutato contesto storico. Troviamo allora un primo parallelo tra la reazione kantiana agli eccessi del razionalismo e la reazione neopositivista e analitica in genere agli eccessi dell’idealismo. E troviamo pure un secondo parallelo tra la preoccupazione kantiana di mettere al riparo la conoscenza scientifica dai dubbi scettici di Hume e la preoccupazione analitica di assicurare a detta conoscenza dei fondamenti logici sicuri. Non solo. In termini più generali, rammentiamo che per Kant non era possibile alcuna percezione pura della realtà che non fosse in qualche modo mediata dalla nostra capacità di concettualizzare, cosicché la conoscenza del mondo ha sempre bisogno dell’applicazione delle categorie, le quali danno forma all’esperienza. Adottando un simile approccio, non è possibile parlare di una conoscenza assoluta della realtà, bensì di una conoscenza che è necessariamente relativa al nostro apparato concettuale. Ma, a ben guardare, la stessa preoccupazione anima neopositivisti ed analitici, con una sola e importante differenza. Mentre per Kant l’apparato concettuale che filtra l’esperienza è collocato nell’intelletto, per i filosofi di tendenza analitica del Novecento esso si situa invece nel linguaggio. Entrambi parlano insomma di pre-condizioni della conoscenza, identificate in un caso nelle categorie e nell’altro nel linguaggio (inteso, a sua volta, come incarnazione dell’intero pensiero umano).

Per la filosofia di orientamento linguistico di cui sto parlando in questa sede, alla domanda kantiana: Quali sono le condizioni che rendono possibile la conoscenza umana? si deve sostituire quest’altro quesito: Quali sono le condizioni che rendono possibile il discorso significante? E poiché proprio al filosofo spetta il compito di rispondere, l’attività filosofica del conferimento del significato diventa, come del resto ebbe ad affermare Moritz Schlick, l’alfa e l’omega dell’intera conoscenza. Si noti anche che le difficoltà che Kant intravide a proposito della possibilità di proiettare le nostre concettualizzazioni nella realtà in sé trovano corrispondenza nelle parallele difficoltà, sottolineate da neopositivisti e analitici, concernenti la possibilità di proiettare le caratteristiche dei sistemi linguistici nella realtà che essi si propongono di nominare e di descrivere. C’è, tuttavia, un’importante differenza; non viene più negata, da parte dei pensatori di orientamento linguistico, la possibilità di accedere dal punto di vista cognitivo a un regno trascendente, in quanto l’identificazione delle condizioni della conoscenza con le condizioni del discorso significante conduce a negare la stessa significanza di un regno trascendente come quello ipotizzato da Kant.

Ma, a questo punto, le obiezioni sollevate contro la concezione kantiana diventano, mutatis mutandis, le obiezioni rivolte ai filosofi di orientamento linguistico. Si può infatti obiettare a Kant che, presumendo di poter fissare dei limiti alla conoscenza, egli di fatto presupponeva l’esistenza di qualcosa che si colloca al di là di tali limiti. Analogamente – come notò per esempio Wittgenstein – porre dei limiti al discorso significante implica, ipso facto, presupporre che vi sia qualcosa che trascende questi limiti. Dunque, mentre per Kant tutta la conoscenza che abbiamo del mondo è relativa alla concettualizzazione e categorizzazione umane, per neopositivisti e analitici detta conoscenza, come del resto la stessa significanza di ogni discorso sul mondo, diventa parimenti relativa, e in questo secondo caso il linguaggio assume il ruolo che in precedenza era svolto dall’intelletto.

Procedendo lungo questa strada, il compito della concettualizzazione viene spostato dalla natura umana al linguaggio, e questa mossa si rivela molto importante, consentendo di stabilire l’indipendenza logica della nuova filosofia linguistica, non solo dalla vecchia metafisica, ma anche dal resto della scienza. In particolare, tale mossa permette il distacco dall’introspezione psicologica e l’adesione all’analisi puramente logica. L’anti-metafisicismo diventa pertanto una conseguenza del fatto che la nostra conoscenza del mondo è relativa al linguaggio e agli schemi concettuali che esso incorpora, e il “profumo kantiano” di questa posizione è percepibile anche in una famosa similitudine che si trova negli scritti di Otto Neurath, un altro dei padri fondatori del Circolo di Vienna. Secondo Neurath, infatti, noi tutti siamo imbarcati sin dalla nascita su una sorta di nave concettuale; desiderando modificare detta nave, non possiamo tuttavia sbarcarne e siamo in pratica obbligati a ricostruirla pezzo dopo pezzo in mare aperto, mentre stiamo navigando. Fuor di metafora, ciò significa che non possiamo ricostruire i nostri schemi concettuali per renderli più confacenti alla realtà extra-linguistica, ma siamo costretti a modificarli poco alla volta, in quanto quella stessa realtà extra-linguistica (il mondo) risulta da noi percepibile soltanto attraverso gli schemi concettuali stessi. Non è pertanto possibile giustificare il linguaggio facendo appello a ciò che la realtà è; se adottiamo una simile strategia ricadiamo immediatamente nella vecchia metafisica la quale, già lo abbiamo detto, sarebbe soltanto un complesso di proposizioni non-significanti.

Diventa allora indispensabile notare che l’assolutismo della concezione analitica del linguaggio, quando venga unito all’affermazione secondo cui il nostro parlare del mondo è significante soltanto in riferimento a un qualche sistema di rappresentazione linguistica, in pratica presuppone che il linguaggio stesso non faccia parte del mondo. Occorre in altri termini porsi un quesito fondamentale: come nasce il linguaggio? E’, questo, uno dei motivi che induce Quine a rifiutare la rigida distinzione analitico/sintetico da un lato, e a insistere dall’altro sul linguaggio inteso come strumento creato dall’uomo a fini pratici. In questo senso, Quine riesce a superare le ristrettezze più evidenti della concezione analitica del linguaggio appoggiandosi alla tradizione, tipicamente americana, del pragmatismo di John Dewey.

Concludo osservando che alcuni filosofi della scienza contemporanei hanno compreso che la filosofia del linguaggio e la logica non hanno quell’importanza esclusiva per la loro disciplina che le è stata attribuita da molti nel secolo scorso. Per esempio Ian Hacking, parlando del concetto di “osservazione”, afferma: “Due mode filosofiche hanno contribuito a distorcere alcuni fatti scontati relativi all’osservazione. Una di queste è la propensione per quella che Quine chiama ascesa semantica (non si parli delle cose, ma del modo in cui noi parliamo delle cose). L’altra è il dominio della teoria sull’esperimento. La prima ingiunge di non pensare all’osservazione, ma agli asserti osservativi – le parole usate per riferire le osservazioni. La seconda dice che ogni asserto osservativo è carico di teoria – non c’è osservazione che preceda la teorizzazione”. Come Popper prima di lui, Hacking rifiuta la propensione a sostituire le osservazioni con entità linguistiche, rilevando giustamente che una simile strategia conduce a travisare sia i rapporti tra scienza e filosofia, sia il ruolo che l’epistemologia svolge nel nostro panorama cognitivo.

Featured image, A. J. Ayer

1 Comment on Sulla filosofia tra scienza e linguaggio

  1. Reblogged this on Manifesto Web and commented:
    Abbiamo la storia che ci spiega il contesto in cui viviamo e la filosofia invece che ci spiega… molto altro. Anche a Pirandello è servita la filosofia per scrivere, e per chi scrive su internet non può essere da meno.
    #Touchlitterature

Comments are closed.