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Sul Papa “cult” modello Don Camillo. Sulla pericolosità del messaggio “Io non sono Charlie” e le critiche “amicali” a Charb. E su Greta e Vanessa (c’é tanto bene che si può fare qui a casa).

di Rina Brundu. Papa Francesco è uno di quei rari personaggi con i quali diventa davvero difficile prendersela anche quando esprimono idee in netto contrasto con le nostre. È un Papa-cult. Unico. Meglio ancora – dopo l’epocale dichiarazione “Pugno a chi offende mia madre” – un Papa-cult modello Don Camillo. Dunque ufficialmente insediato nel paradiso degli intoccabili. Dei grandi.

Nella stessa occasione Francesco ha aggiunto: “Non si può uccidere in nome di Dio ma le religioni si rispettano”. Parole sante, da sottoscriversi, che sulla sua bocca diventano monito e mano tesa ad un tempo. L’unico rischio che si può correre é che – mercé le altrui interpretazioni – queste parole diventino motivo di giustificazione di altri “pensieri” meno nobili. L’idea per esempio che la nostra libertà di espressione debba sottostare ad un qualsiasi input “dogmatico”, che le visioni scientifiche, laiche, liberali della vita debbano “costringersi” per fare posto alla superstizione o al metafisico opinabile. Che si possa settare un ideale paletto in virtù della quale se tornasse in auge il vecchio culto atzeco del Dio sole (Dio sanguinario come nessuno), il sacrificio umano di innocenti sarebbe giustificato.

I principi intoccabili che fanno da formidabile underlying alle nostre libertà civili non sono caldarroste. Non sono leggi-italiche che si possono interpretare come ci pare, a seconda della nostra capacità di trovare il cavillo. Dati principi libertari sono intoccabili, punti fermi, baluardi ultimi che se superati possono portarci direttamente nell’anticamera dell’inferno. Soprattutto bisogna stare attenti a non interpretare le parole papali seguendo date visioni pseudo-intellettuali, in virtù delle quali il sacrificio dei ragazzi di Charlie Hebdo potrebbe essere stato inutile (se la sono cercata!).

Da questo punto di vista è risultato davvero incomprensibile, finanche fastidioso, l’exploit di uno dei fondatori di Charlie Hebdo, Delfeil de Ton, collega e amico di una vita di Charb – il direttore di Charlie Hebdo morto durante l’attentato – che dalle pagine del settimanale “Nouvel Observateur” non si è fatto scrupolo di lanciare la sua melanconica invettiva «Charb ce l’ho con te. Che bisogno c’era?». Sono infatti simili sconcertanti dichiarazioni, alcune fatte anche da personaggi noti come intellettuali-di-grido (a maggior dimostrazione che la capacità di coscienza dello spirito è valore spesso inversamente proporzionale alla notorietà mediatica), che – più di ogni altro elemento – mettono in pericolo la poca libertà dell’Essere faticosamente conquistata nel corso dei secoli. Dagli altri. Per noi. Il capire che l’inflessibilità nel difendere le nostre libertà civili e il rispetto di una fede (così come di una qualsiasi altra esigenza dello spirito) non sono concetti contrastanti (anzi!), non sono whims politically-correct, dovrebbe essere la conditio-sine-qua-non per passare dallo stato di “soliti stronzi” a quello di “venerati maestri”, sebbene sia noto che qui da noi lo status-intellettuale è soprattutto questione di culo. E della bontà degli amici potenti e potentati.

Dentro questo contesto internazionale, interreligioso tutt’altro che allegro, occore infine inserire la questione dell’infelice affaire Greta e Vanessa, le due ragazze italiane rapite in Siria e rilasciate dopo il solito pagamento di un riscatto. Sono contenta di vederle di nuovo a casa sane e salve, ne apprezzo lo spirito umanitario, ma non so perché quando guardo a questa loro drammatica “avventura” non posso impedirmi di pensare a quel saggio che diceva: “Ci vuole più coraggio e altruismo ad aiutare le persone vicine che a tendere la mano alle altre, lontane”. Sbagliava?