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Lezioni dal fallimento del contismo

di Rina Brundu.

Per capire quanto sia grave e conclamata l’emergenza democratica e mediatica in Italia, basti rammentare di come al tempo del Salvimaio non passasse ora in cui il giornalismo piegato nostrano non ricordasse ai capi del M5S il mantra in virtù del quale l’affratellamento con Salvini stava, secondo loro, impattando sul “gradimento” del Movimento, gli stava impedendo una crescita più sostanziale: una boiata furba e pazzesca dato che anche i bambini sapevano che buona parte dell’elettorato grillino arrivava dalla destra arrabbiata. Successivamente, dopo l’opinabile “illuminazione” del guru di Bibbona, il quale una mattina si svegliò e, malgrado il parere contrario della base, pensò bene di spostare il posizionamento politico del Movimento, di fatto condannando quella sua stessa creatura a morte politica certa, non si è visto un solo occhiello in grado di stigmatizzare il deleterio status-quo: l’ala dei Fico, dei pasionari sinistrici aveva vinto, o almeno così veniva dato ad intendere nei titoli dei giornaloni e dei giornalini esultanti per avere posto fine ad una esperienza politica unica quale era stata appunto quella rappresentata dall’Esecutivo gialloverde.

In realtà, anche il recente fallimento politico di Giuseppe Conte trova le sue radici nei perniciosi fatti occorsi durante quella calda estate del 2019 e a questo proposito l’unico elemento che sorprende è il fatto che codesto Premier buono per tutte le stagioni, a destra come a sinistra, sia potuto durare così tanto. Naturalmente, dalla sua aveva la protezione benevola della pseudo-intellighentsia sinistrica, la potenza dei suoi media, ma soprattutto la determinazione degli adepti grillini a non cedere la poltrona pena il venire meno del disiato assegno mensile a carico del contribuente.

Così cementante, finanche rassicurante, è stato questo elemento che con il passare dei mesi lo stesso Premier è radicalmente mutato: convintissimo nel nuovo ruolo di salvatore degli interessi dei boiardi di Stato, Conte ha cominciato a cambiare i toni dei discorsi, a fare dirette feisbukiche, finanche a vagheggiare di un partito tutto suo in barba ad una evidenza, anche sondaggistica, dell’esistenza di un intero popolo che non lo amava, che non lo voleva più. Talmente forte era la supponenza e l’arroganza che trasudavano dal suo ego, che l’uomo non si è accorto di come i primi a non sopportarlo fossero proprio i suoi colleghi, quelli che gli garantivano il titolo e la pagnotta a fine mese. Alla fine uno di loro, novello Sansone, ha preferito andare a fondo con lui piuttosto che continuare ad assistere ad una sceneggiata che negli ultimi tempi stava diventando persino scurrile.

Resta il fatto che la lezione di Storia e di vita che si trae dal fallimento del contismo, benché non sia una lezione proprio nuova, è di quelle terribili che danno molto da pensare: non c’è peggior politico del politico che è uno di noi. È infatti allora che la lotta di classe diventa guerra civile e oltre c’è solo l’abisso!