PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Bangkok di nuovo in piazza

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Michele Marsonet.

 Tira di nuovo aria di rivolta in Thailandia. Dopo l’ultimo golpe militare del 2014, con il quale salì al potere il generale – e attuale primo ministro -Prayut Chan-ocha, la situazione era rimasta pressoché calma per alcuni anni.
Tuttavia non è stata superata la tradizionale spaccatura del Paese, che resta molto diviso. Vi sono da un lato le forze armate, bastione del tradizionalismo conservatore, appoggiate da gran parte del clero buddhista e da sempre sostenitrici della famiglia reale.
Mette conto notare, a tale proposito, che il 95% della popolazione thai professa il buddhismo Theravada, che è quindi religione di Stato. Trascurabili le minoranze religiose a parte i musulmani, che rappresentano poco più del 4% e vivono soprattutto nelle aree meridionali.
Sino a pochi anni orsono l’opposizione al governo e alla giunta militare era rappresentata in primo luogo dal movimento populista (le “camicie rosse”) fondato dal tycoon delle telecomunicazioni Thaksin Shinawatra, nel quale aveva un ruolo di rilievo anche la sorella Yingluck Shinawatra.
Proprio lei, in carica come primo ministro dal 2011, fu l’obiettivo del golpe condotto dall’esercito nel 2014. Accusata di corruzione andò in esilio. Stessa sorte del fratello, spodestato da un golpe nel 2006 e pure lui esiliato.
Nelle ultime elezioni libere non si capì quale formazione politica avesse davvero vinto. Il Pheu Thai, partito delle “camicie rosse” dei Shinawatra, rivendicò la vittoria. Ma il conteggio dei voti l’assegnò invece al Palang Pracharat (“camicie gialle”), molto vicino all’esercito e alla monarchia.
Quest’ultimo conseguì una risicata maggioranza relativa, e fioccarono le accuse di brogli, avendo le due formazioni ottenuto una quantità di voti molto simile. Per questi motivi la commissione elettorale rinviò di alcuni mesi la proclamazione ufficiale del risultato.
Nel frattempo, nel 2016, si è insediato sul trono con il nome di Rama X il nuovo re Maha Vajiralongkorn, dopo il lunghissimo (70 anni) regno del padre, Bhumibol Adulyadej, spentosi 90nne e figura ieratica e rispettata.

Si pensava che il nuovo sovrano avrebbe promosso riforme ma non è stato così. Sul piano politico ha favorito la tradizionale alleanza tra forze armate, famiglia reale e maggiorenti del clero buddhista.
Su quello personale ha confermato la sua fama di playboy impenitente, con molte mogli e un numero imprecisato di concubine. Ha il corpo ricoperto da tatuaggi e vive prevalentemente in Europa disinteressandosi dei problemi del Paese. Inoltre è accusato di sperperare il denaro pubblico e possiede una flotta personale di 38 jet ed elicotteri, pagati però dai contribuenti.
Di qui l’impressione che la misura fosse colma e le continue dimostrazioni con decine di migliaia di partecipanti. Questa volta a scendere in piazza non sono soltanto i sostenitori del clan Shinawatra, bensì gli studenti (soprattutto universitari) con l’occupazione di scuole a atenei.
Chiedono riforme strutturali, una distribuzione più equa delle risorse e la fine del governo militare. Nessuno però si è ancora azzardato a mettere in dubbio la monarchia, poiché il re – chiunque sia – viene considerato una sorta di divinità. Lo stile di vita dell’attuale sovrano ha tuttavia fatto crescere i dubbi anche nello schieramento monarchico.
Il timore dell’instabilità del Paese preoccupa i potenti vicini, Cina e India in primis, giacché la Thailandia ha una posizione strategica del Sud-Est asiatico. Finora, per gli standard asiatici, era considerata una nazione economicamente forte.
La pandemia di coronavirus ha modificato drammaticamente la situazione. Il Paese ha infatti nel turismo internazionale una delle sue maggiori fonti di reddito, e forse la principale in assoluto. Inutile dire che la presenza dei turisti stranieri è stata pressoché azzerata dalla pandemia. Si tratta ora di capire se, come è spesso accaduto in passato, l’esercito reprimerà in modo sanguinoso le manifestazioni di protesta.