PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Lukashenko, ultimo dittatore comunista europeo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

honor-guard-67636_1920

di Michele Marsonet.

Il prossimo 5 agosto si svolgeranno le elezioni presidenziali in Bielorussia, che a volte viene definita “ultima dittatura comunista in Europa”. Già Repubblica della ex Unione Sovietica e poi parte della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti), l’entità creata nel 1994 al posto dell’Urss, questa nazione confinante con Ucraina, Polonia, Lettonia, Russia e Lituania rappresenta un caso peculiare.
E’ infatti il Paese più somigliante alla vecchia Urss che si possa rinvenire in Europa e, per trovare casi simili, occorre andare in Asia centrale e paragonarla ad altre ex Repubbliche sovietiche quali il Kazakistan. Basti pensare che è l’unico Paese europeo in cui ancora vige la pena di morte, e che i servizi segreti si chiamano tuttora KGB, proprio come nei tempi sovietici.
Attira l’attenzione soprattutto a causa della sua posizione strategica al centro del continente europeo (non ha sbocchi al mare), che la rendono appetibile sia da parte occidentale (Stati Uniti, Unione Europea, Nato) sia per la Federazione Russa di Putin. Quest’ultimo si è infatti sempre sforzato di mantenere sul Paese un certo controllo, favorito anche dalle notevoli affinità etniche e linguistiche tra russi e “russi bianchi” (o bielorussi, per l’appunto).
Il personaggio che dal lontano 1994 domina la scena locale è il 65nne Alexandr Lukashenko, già deputato del Soviet bielorusso e poi l’unico, nel 1991, a votare contro l’accordo che scioglieva l’Unione Sovietica per creare la succitata Comunità degli Stati Indipendenti.
Già nel modo di vestire e di comportarsi nelle riunioni pubbliche, Lukashenko rammenta da vicino Leonid Breznev e i vecchi capi del regime sovietico. E in gran parte sovietica è ancora l’architettura della capitale Minsk e delle altre principali città. Andare in Bielorussia, insomma, significa fare un vero e proprio tuffo nel passato.
A differenza dell’Ucraina, le pulsioni anti-russe sono tutto sommato deboli e molti abitanti considerano con favore l’eventuale creazione di un nuovo Stato federativo con la Russia. Pure Lukashenko è in ultima analisi favorevole alla proposta, a patto però di non perdere l’autonomia che gli ha consentito di governare la sua Repubblica per ben 26 anni. Si è infatti ricandidato alla presidenza per l’ennesima volta, dopo aver sempre ottenuto vittorie “bulgare” (ma segnate da brogli e irregolarità secondo gli osservatori internazionali).
Il motivo che rende importanti le imminenti elezioni bielorusse risiede proprio nello scenario internazionale. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica si è verificata una costante espansione verso Est della Nato, nonostante gli occidentali avessero garantito a Gorbaciov il contrario. Nell’Alleanza Atlantica sono entrati sia ex Paesi satelliti dell’Urss quali Polonia, Bulgaria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca, sia ex Repubbliche sovietiche come Estonia, Lettonia e Lituania. Un’eventuale adesione della Bielorussia porrebbe termine alla strategia di contenimento che Vladimir Putin ha adottato, con successi alterni, in tutti questi anni.
La rielezione di Lukashenko impedirebbe tale esito, anche se l’opposizione nel Paese è cresciuta nell’ultimo periodo (ma senza mai toccare l’intensità di quella ucraina). Putin sta quindi giocando le sue carte, favorito anche dal disinteresse per la Nato manifestato da Donald Trump. Resta comunque interessante, per un osservatore esterno, trovare tracce così evidenti della defunta Unione Sovietica proprio al centro del continente europeo.