PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Sul “Caso Botteri” nell’Italia dell’emergenza mediatica e democratica che uccide e offende più di qualsiasi virus

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Prendo per “buona” la notizia ripresa da Dagospia, che ho visto anche in altri siti italiani. La prendo per “buona” dato che non seguo, e non ho mai seguito, i programmi analogici del milionario Fabio Fazio, il quale, con un acume insospettato, è riuscito a infiltrare la propaganda di regime, l’arte di regime, la pseudo-filosofia, la pseudo-arte italiana sovvenzionata dagli amici degli amici, in tante case del Bel Paese, finanche in cenacoli che avremmo pensato più intellettualmente accorti.

Di fatto, l’ultima “gigantomachia” giornalistica italiana (sic!), riguarderebbe il look della signora Botteri, la dipendente RAI che da anni viaggia per il mondo a carico del contribuente. La signora Botteri insomma sarebbe stata accusata di scarsa “eleganza” durante i suoi reportages! (sic!)

Pensa tu cosa può fare la semantica mal interpretata: certamente, la signora Botteri pecca e, a mio avviso, ha sempre peccato di “eleganza”, ma tale “mancanza” non riguarda il suo look che in tutta onestà non ho mai notato. Di codesta giornalista io ricordo invece le ossessive “campagne” anti-Trump e, in tempi più vicini a noi, il tocco tenero, attento, persino amorevole nei confronti del gigante cinese che attualmente la ospita. Detto altrimenti, io ricordo il suo giornalismo ideologizzato, schierato, di parte, distante mille miglia dalla tipologia di professionismo che considero davvero tale.

Che ad essere completamente onesti, il problema non è solo della Botteri: il problema nasce nell’attuale “scuola” giornalistica italiana che ha trasformato questo eroico mestiere dall’esser il “cane da guardia” messo lì per ringhiare contro la mala-politica, contro la cattiva amministrazione della res pubblica, all’essere il “cane da guardia” a difesa di simili cattive pratiche.

Ma di quale “look” stiamo parlando? Ma di quale “caso Botteri” stiamo parlando, quando, attualmente, con poche, pochissime eccezioni, ogni “testata” italiana è diventata una velina giornalistica, acritica, ingannevole, encomiastica di uno degli Esecutivi peggiori della storia repubblicana? Di cosa stiamo parlando, quando il giornalismo italiano si è ormai trasformato nel megafono, nel braccio armato teso a indottrinare una intera nazione, un popolo bue, sulla supposta bontà di un’azione governativa al limite della costituzionalità? Totalmente dimentica di cosa sia la democrazia?

E, più in generale, di cosa stiamo parlando, quando l’essere giornalisti oggi significa per lo più farsi servi abietti di una linea editoriale imposta dall’alto, tesa a criticare o a lodare l’Esecutivo in carica a seconda della convenienza politica (con alcuni giornaletti, ormai fattisi carta straccia pruriginosa anche quando la usiamo per pulirci il deretano, che infiltrano i loro amministratori nell’amministrazione della cosa-pubblica), tesa a far tacere, a zittire, persino con metodi da KGB, ogni voce dissenziente?

Di cosa stiamo parlando quando questa modalità mafiosa di agire ha ucciso ogni voce davvero libera nel nostro paese, di fatto boicottando la capacità intellettuale di innumerevoli generazioni future e così procurando un danno ben maggiore di quello che potrebbe portare una intera classe di virus??

Però per loro il “problema” è il look della Botteri: Botteri, chi?

Rina Brundu