PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Giuseppe Conte. Sul perché proprio non si riesce a dirgli grazie.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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A volte non condivido ciò che scrivo. Lo scrivo comunque perché è mio dovere farlo, che io condivida o meno. Certo è che quando si tratta di mera cortesia raramente transigo… anzi, mai! È mia abitudine datata – imparata qui in Irlanda – dire sempre grazie. Che mi passino il sale o una fetta di torta io dico sempre grazie! e mi offendo nell’anima se denoto incapacità di fare altrettanto nel mio interlocutore.

Anche per questi motivi in questi giorni mi sono posta questa domanda: perché non riesco a dire “grazie” a Giuseppe Conte? Con l’onestà intellettuale che mi è tipica, infatti, non faccio fatica a riconoscere che il nostro Premier si è molto speso in questo periodo, mettendo in gioco la sua stessa salute, lavorando sodo, and so and so forth. Questo lo scrivo senza problemi. Tuttavia, mi ripeto, io non riesco a dirgli “grazie!”.

“Dietro questa ovvia maleducazione, ci deve essere dietro una ragione importantissima” mi sono quindi detta e ho continuato a riflettere su quale poteva essere codesta motivazione che a suo modo mi impediva moralmente. Ci ho riflettuto sopra sia mentre rileggevo i miei stessi pezzi di dura critica, sia quando muovevo verso il sito de La verità di Maurizio Belpietro dove ritrovavo degli scritti che “condividevo” ancora meno dei miei. Per la verità alcuni attacchi a Conte chiaramente politicizzati nella loro natura mi procuravano fastidio nell’anima, inutile negarlo.

Ma, allora, perché cazzo non riesco a dirgli “grazie”, un misero dannatissimo grazie, quello che quotidianamente, e quando dovuto, non riesco a negare nessuno? Dopo attenta riflessione sono giunta alla conclusione che la motivazione di un tale funesto status-quo è da ricercarsi nel fatto che neppure il più “bel castello” può ergersi sicuro quando costruito su fondamenta melmose, paludose, incerte.

Più precisamente nessun vero statista può incoronarsi tale quando il suo governo nasce da un “vulnus democratico” sostanziale come quello che lo scorso settembre ha disonorato la nostra nazione e ha portato proprio Giuseppe Conte al suo secondo mandato da premier. L’epoca dei presidenti “di guerra”, dell’emergenza civile atta a creare “eroi” loro-malgrado è finita e non c’é crisi da Coronavirus che tenga davanti a codeste importantissime questioni.

Detto altrimenti, se c’è qualcosa che ci porta ad essere fieri della nostra società moderna è senza dubbio alcuno la sua capacità di “sentire”, quasi in maniera istintiva ma giocoforza anche razionalizzata, come sia meglio annientarci per una pandemia piuttosto che esistere quale schiavi di un regime dittatoriale (nel caso specifico dittatoriale perché nato grazie al solito “golpetto” italico azionato da chi se ne é sbattuto le palle del responso popolare del 4 marzo 2018!)!

Ne deriva che anche il mio dilemma ontologico è finalmente risolto: certamente dirò “grazie” a Giuseppe Conte, ma lo farò non appena – a crisi finita – avrà l’eleganza di andarsene, nonché la forza dell’anima per lasciare al popolo italiano il diritto di scegliersi chi dovrà rappresentarlo e a farlo in piena libertà!

Rina Brundu

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Screenshot source: dagospia.com