PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Filosofia dell’anima – Vincenzo Mollica, il “limbo dantesco” e l’epitaffio sulla sua tomba

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Vincenzo Mollica: picture source ilmessaggero.it

Lo confesso: l’unico crucio che mi dà il sapere che io non avrò una tomba è il fatto di non poterci scrivere sopra un epitaffio. Magari mi accontenterò di riportarlo su un’urna, chissà!… anche se far incidere “Non ha mai stretto la mano a un renzista e aveva orrore del grillorenzismo” più che di un’urna necessiterebbe di una cisterna.

“Qui giace Vincenzo Paperica, che tra gli umani fu Mollica” sarebbe invece l’epitaffio che Vincenzo Mollica, il dipendente Rai di recente andato in pensione, vorrebbe sulla sua tomba. Ammettiamolo: la poesia nello scritto è povera, l’effetto sonoro, ritmico inesistente, ma la creazione letteraria ha un suo perché. L’epitaffio – mercé il cognome che si fa metafora – ha insomma un suo senso che ben racconta la vita di riferimento, o almeno quella che noi, da esterni, abbiamo percepito.

Non amo i vipetti della tv nazionalpopolare italiana e posso dire senza ombra di dubbio che, con l’esclusione dell’immensa maschera Totò, che più il tempo passa più diventa un mito impossibile da agguantare per chiunque, sotto qualsiasi prospettiva, io farei fagotto di tutta “l’arte” prodotta tra gli schermi RAI in 70 anni e la butterei nel cesso. Non so neppure dove dovrei catalogare Vincenzo Mollica: se tra gli “artisti” o i “giornalisti”, ma dato che gli porto un certo rispetto dell’anima per questi scopi evito di inquadrarlo nella miserabile categoria dei giornalisti italiani (almeno in quella che riguarda date “firme note”, certamente non in quella per lo più composta dalle “giovani penne” che in questi giorni battono le strade infettate d’Italia per raccontarci l’attuale pandemia!), e dunque lo metterò in un “limbo” tra i giornalisti-tout-court e gli artisti.

Che a ben pensarci il limbo dantesco dei senza infammia e senza gloria è proprio il luogo dove io immagino finirà l’anima di Mollica. Un luogo non proprio paradisiaco, certamente, ma sempre migliore del girone infernale dove, al Ciel piacendo, graviterò io. Perché metto Mollica in un “limbo”? Perché io non so mentire neppure quando guardo, celiando, a queste circostanze estreme del nostro esistere sul piano incarnato. Io, a differenza di Mollica, non so inquadrare il mondo sempre e comunque dalla prospettiva del bicchiere mezzo pieno, la mia anima esige che io racconti “sempre e comunque” ciò che ella percepisce, esige che il mio story-telling, qualunque esso sia, sia veritiero, quindi critico, quindi non indottrinato, senza se e senza ma.

Il fattore critico, eh già!, perché, secondo me, è proprio la mancanza dello stesso che pone molti dubbi sulla reale validità dell’infaticabile lavoro sicuramente portato avanti negli anni da quest’anima. Scagli cioè la prima pietra chi riesce a ricordare una qualsiasi “critica vera” fatta da Vincenzo Mollica nei confronti dei moltissimi “artisti” che ha incontrato, dei “parti creativi” che ha marchettato, sovente propinandoceli, in forma di canzoni, senza rispetto alcuno per i nostri timpani.

Ma debbo spiegarmi meglio, lo sento. Ovvero, qui occorre che io estrinsechi in maniera più chiara il mio pensiero rispetto al lavoro di una vita dell’anima “Mollica”. La verità nuda e cruda è che io, purtroppo, non l’ammiro. Punto. Questo è certo. D’altro canto, io ho anche certezza che il cammino percorso da questo spirito non sia disdicevole. Dirò di più: data filosofia new-age che più il tempo passa più io condivido, ci racconta che il nostro percorso su questa terra ha per lo più a che fare con l’offrire supporto, sostegno morale agli altri, non importa le loro scelte, men che meno la “qualità artistica” che riescono a mettere in campo.

Insomma, con questo io sto dicendo che c’è una parte di me che crede profondamente che la scelta fatta dall’anima Mollica di vivere una vita di incitamento degli altrui sforzi erculei (forse anche quando il suo interno sentire giudicava tali espressioni dell’anima come mere porcherie estetiche), sia quella giusta. Su piano molto idealizzato, io credo pure che quando colui passerà ad altro stato dell’Essere quella sua “attitude” verrà premiata, ben oltre il “limbo dantesco” giocoso di cui ciarlavo qui sopra.

Ma, chiarito questo, io ribadisco pure che io non vorrei MAI essere un Vincenzo Mollica, non vorrei mai essere un tal giornalista, un tal critico, perché se questo accadesse l’anelito istintivo della mia anima verso l’etica, la deontologia nell’estetica a qualunque costo, morirebbe all’istante; la mia stessa anima e la sua ragion d’esistere smetterebbero di essere. Per sempre.

Rina Brundu