PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Filosofia dell’anima – Lezioni dalla Storia: sull’influenza “spagnola” del 1918 e su una ammirazione sconfinata per una intera generazioni di esseri.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Carta dei maggiori focolai della “spagnola” nel mondo…

“Se l’epidemia continua con questo tasso matematico di accelerazione, la nostra civiltà potrebbe facilmente scomparire dalla faccia della terra entro poche settimane”.

Victor Vaughan Ufficiale dell’esercito americano, 1918.

Anni fa, mentre facevo alcune delle mie solite interviste sul territorio tentando di capire la mia cultura di background, la mia storia allargata, mi capitò di parlare con una famiglia ogliastrina che aveva avuto uno degli “zii” morto a Roma, ucciso dalla “spagnola”. La spagnola?, mi dissi. Il nome mi colpì strano, come l’avessi già sentito. Fu allora che mi ricordai di come tante storie riguardanti quella vecchia pandemia me le avessero raccontate direttamente gli anziani di quando ero bambina, gli anziani che l’avevano testimoniata. Purtroppo, a quei tempi io le consideravo storie di allora, storie del tempo-antico, faccende che non potevano riguardare una come me, una nata nell’anno più rivoluzionario, il 1968, una che ha vissuto la sua adolescenza nel periodo edonistico per eccellenza, gli anni 80.

Il tempo ci cambia e se siamo fortunati abbastanza, se siamo portati, ci insegna a fermarci e a pensare. “Pensare” non significa poltrire: significa piuttosto trovare il tempo per ragionare attivamente sulle cose e sul nostro esistere avendo piena coscienza di quanto sia difficile una simile attività.

Tempo dopo, mentre studiavo la Germania della prima guerra mondiale, mi capitò anche una rinnovata occasione per capire meglio cosa sia stata effettivamente l’influenza, impropriamente detta “spagnola”, che colpì il mondo soprattutto durante l’ultimo anno della Grande Guerra, il 1918. Ho scoperto così che si è trattato di una pandemia seconda per gravità solamente alla “morte nera” che colpì l’Europa nel 1300; ho scoperto così che si è trattato di una pandemia che ha infettato un quarto della popolazione mondiale, con il numero dei morti mai effettivamente calcolato ma che si aggira intorno ai cento milioni, cioè il 3% della popolazione di allora.

Dove si sia originata questa nefasta pandemia non è mai stato davvero chiarito: alcuni sostengono che sia stata trasferita dai maiali all’uomo in qualche fattoria del Kansas, ma più probabilmente si è palesata nel sud-est asiatico, anche se a facilitarne l’espansione mondiale sono state proprio le truppe statunitensi che si apprestavano a sbarcare in Europa. Gli americani giunsero nel nord della Francia e da lì fu questione di giorni prima che il terribile virus arrivasse in Belgio, in Olanda, infettasse l’esercito tedesco e poi, di conseguenza, la Germania tutta. Quindi l’influenza toccò l’Italia, la Gran Bretagna e a seguire Spagna e Portogallo.

Nella Spagna neutrale della prima guerra mondiale le vittime furono moltissime e le notizie sulla calamità-in-progress venivano riportate senza censura sui giornali. Paradossalmente fu proprio per questo motivo che tale peste venne chiamata la “Spagnola”, cioè in conseguenza del fatto che negli altri paesi si pensava che avesse colpito soprattutto la Spagna (un po’ come sta avvenendo oggi con il Covid 19 e i maggiori contagi in Cina e in Italia). In realtà l’ondata virulenta stava decimando la popolazione mondiale, mentre l’unica differenza era data dalla minor informazione che circolava nei paesi coinvolti nel conflitto bellico, i cui governi erano ansiosi di controllare la Stampa onde non dare alcun vantaggio operativo o tattico al nemico.

Fu così che mentre la politica temporeggiava il virus marciava spedito, mutava e diventava sempre più pericoloso. Dopo l’Europa occidentale fu il turno della Russia post-rivoluzione bolscevica, quindi una nave carica di soldati portò la malattia a Mumbai, in India. Lo stesso avvenne nelle settimane successive quando ad essere interessata fu l’Africa, il Kenia, il Sud Africa, nell’attesa del nuovo salto dell’oceano che riguardò prima l’America del Sud, l’Australia e poi ancora una volta gli Stati Uniti in un circolo vizioso che, entro l’anno, portò l’infezione a raggiungere una dimensione planetaria.

Dato il terribile contesto bellico di background, due furono i principali fattori che contribuirono a uno sviluppo così rapido della pandemia: lo spostamento delle truppe, certamente, ma soprattutto le condizioni di vita in cui vivevano codesti uomini. La maggior parte dei soldati di prima linea, infatti, erano costretti dentro trincee che in breve tempo si riempivano di escrementi, pioggia, terra, prone a diventare terreni “paludosi” dove le colonie batteriche fiorivano, diventavano in se stesse un nemico ben peggiore di quello che si andava combattendo in guerra.

Occorre ricordare inoltre che la pandemia ebbe almeno tre fasi, mentre, fase dopo fase, il virus mutava acquistando la natura di arma micidiale con un grado di mortalità altissimo e una velocità di azione unica. Nel breve i sintomi cominciarono a trasformarsi diventando straordinari, passando dalla polmonite al lasciare gli individui completamente ciechi e poi cianotici. Per questo motivo codesta peste è nota anche come l’influenza “blu”, proprio perché i pazienti acquisivano un colorito blu prima di spirare, mentre pure gli individui sani e robusti potevano lasciare questo mondo in meno di dieci ore…

Ciononostante la guerra e le sue necessità incombevano. Gli Stati, soprattutto gli Stati Uniti, continuavano a mandare soldati in Europa senza dare loro istruzioni su quella che oggi chiameremo la “distanza sociale” da mantenere, le regole igieniche di base da seguire. Per capire la situazione basti dire che quando il virus raggiunse il suo stadio più pericoloso e gli infettati cominciarono a perdere sangue dal naso o dalla bocca, quel sangue cadeva per terra e le infermiere lo calpestavano mentre correvano trafelate a prestare soccorso ai malati…

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Soldati della prima guerra mondiale, a due o quattro zampe, si difendono dalla “spagnola” con ogni mezzo…

E mi fermo qui. Mi fermo qui perché mi prende sempre una strana emozione quando ripenso a questo straordinario periodo della nostra storia che fa apparire le nostre “querimonie” attuali davvero minimali in confronto. Di sicuro, nel mio “pensare” io ho maturato, ormai da anni, una ammirazione, una venerazione sconfinata per tutte le anime che hanno avuto la forza e il coraggio di vivere il nostro pianeta agli inizi del XX secolo; per tutte le anime che hanno avuto la forza di essere giovani allora: non solo hanno dovuto combattere la guerra più tremenda mai azionata dall’umanità, ma hanno anche avuto il coraggio di combatterla in quelle condizioni!

Abbiate dunque sempre rispetto per i nostri nonni – che per i millennials sono forse i bisnonni e i trisnonni – abbiate sempre rispetto della loro memoria e delle loro storie di vita perché, è indubbio, loro sono e sempre saranno la parte migliore di noi!

Rina Brundu