PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Storie difficili di donne curde e palestinesi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Danila Oppio.

Ricordavo di aver letto la poesia di Abdulla Goran. (Poeta curdo 1904 -1962) e l’ho trovata. Qui dice tutto quello che io non saprei dire con le mie povere parole.

Dedicato alle donne curde

Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.

Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l’uragano,
tutte le porte.

Io vado… madre…
Se non torno,
la mia anima sarà parola…
per tutti i poeti.

Le donne curde combattono eroicamente per impedire che Kobane finisca definitivamente nelle mani dei terroristi islamici dell’Isis. Mentre la vicina Turchia li tradisce e il mondo intero volta le spalle, i curdi ci danno una storica lezione di eroismo vero.

Le ragazze di Kobane.
Sono donne, sono curde, sono le partigiane del terzo millennio.
Oggi sono ancora più sole.

Il poeta Donato Di Poce scrive questa sua lirica:

LE CICATRICI DELLA TERRA

Dalle cicatrici del dolore

sbocciano i segni della bellezza

Dalle pozzanghere del cuore

nascono le labbra della terra

per baciare il dolore con un sorriso

ed accogliere in un abbraccio ferito

la solitudine del mondo.

Nella mia pochezza, mi accodo a quanto ha scritto il poeta.

Sono d’accordo con Donato, talvolta è meglio passare dalla parte degli ultimi, dei perdenti e far credere agli altri che siamo in torto, mentre il mondo intero è uscito di senno. Sto leggendo due libri dell’autrice palestinese che scrisse “Ogni mattina a Jenin”, Susan Abulhawa. Il secondo è “Nel blu tra il cielo e il mare”. Naturalizzata americana e medico, i suoi libri raccontano di quanto accadde in Palestina dopo l’arrivo degli israeliti che hanno depredato le terre e gli averi del popolo palestinese, non solo con le armi, ma anche agito con inaudita violenza su donne e bambini. Raccontato con tratti di tenerezza infinita ma anche con espressioni estremamente crude, pensa che gli ebrei si sono vendicati di quanto loro accaduto nei lager nazisti e invece di capire che non sono certo stati i musulmani a trattarli peggio delle bestie, hanno riversato la loro rabbia su un popolo tranquillo. Questo è sempre stato il mio pensiero. Ora, dopo aver letto i suoi libri, che paiono romanzi, ma che in realtà raccontano fatti realmente avvenuti, ho conferma di quanto gli uomini di qualsiasi religione ed etnia possano trasformarsi nei peggiori criminali usando una violenza che neppure un animale metterebbe in atto. Quando ero ragazza, pur non partecipando a manifestazioni studentesche, applaudivo ai miei amici che indossavano la Kefiah, conosciuta come “palestinese”. Erano dalla parte della Palestina e lo sono anch’io, mi spiace per Israele, ma sa di aver commesso delitti efferati, usurpando terre d’altri. L’antico popolo ebraico non ha mai avuto un proprio territorio, o Nazione, erano pastori e agricoltori erranti. Quindi con quale diritto hanno affermato che quella terra palestinese un tempo appartenne loro? Non avrebbero potuto convivere pacificamente con il popolo palestinese? Per questo inorridisco davanti ai soprusi armati, a quello che sta succedendo al popolo curdo, ai siriani, e a quella parte di umanità schiacciata dalla prepotenza di altri. E sono scandalizzata dal silenzio e dal mancato intervento di quelle Nazioni che si definiscono occidentali e democratiche, che invece di cercare di mediare con accordi pacifici, fanno gli struzzi e se ne infischiano se tanta gente civile sia ignobilmente trucidata.

E con il cuore gonfio di amarezza, lascio a chi vuol leggere queste mie riflessioni.