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La resa di Carrie Lam a Hong Kong

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Giunge inattesa la notizia che Carrie Lam, governatrice di Hong Kong e fiduciaria di Pechino in loco, ha infine ceduto ai dimostranti, ritirando ufficialmente la famigerata legge sull’estradizione che aveva scatenato proteste divenute sempre più violente con il trascorrere delle settimane.
Detta legge, com’è noto, avrebbe consentito di estradare nella Repubblica Popolare gli abitanti della ex colonia britannica autori di reati. E il problema è che i reati “politici” sembravano inclusi, consentendo così la deportazione dei cittadini della città-isola che protestano perché non vogliono essere assimilati in toto.
La notizia è inattesa poiché, solo due giorni orsono, il governo cinese aveva fatto capire di essere pronto a usare il pugno di ferro, minacciando la promulgazione di leggi d’emergenza per stroncare una volta per tutte la rivolta, usando non più la polizia locale ma l’esercito della Repubblica Popolare, ed evocando così lo spettro del massacro di Piazza Tienanmen.
La marcia indietro di Carrie Lam, per nulla amata dai suoi concittadini, ha cambiato il quadro della situazione, ma non in misura rilevante come la leadership cinese forse sperava. A ciò si aggiunge la registrazione di una conversazione privata della governatrice, nella quale ammette di prendere ordini da Pechino – cosa del resto risaputa – e di essere pronta a dare le dimissioni (non concesse, per ora, dagli eredi di Mao).
A questo punto diventa ancora più difficile decifrare il dramma di Hong Kong e tentare delle previsioni plausibili. Per i dimostranti il ritiro della legge sull’estradizione era un atto dovuto, e nulla più. All’inizio, forse, sarebbe stato sufficiente a placare gli animi, ma ora le richieste sono ben più corpose (e difficilissime da accettare dal versante cinese).
Una gran parte della popolazione di Hong Kong non riconosce la legittimità del Partito Comunista cinese e non intende quindi accettarne il governo. Ma – fatto ancora più importante – insiste nella richiesta del suffragio universale che nella Città Proibita suona quale anatema. Desidera insomma essere libera di eleggere i propri rappresentanti politici evitando l’imposizione dall’esterno di fantocci come, per l’appunto, Carrie Lam. E vuole infine lo Stato di diritto, con una magistratura indipendente e non espressione del PCC.
Che Xi Jinping e il suo gruppo dirigente si trovino ora a fronteggiare un vero dilemma è più che ovvio, per di più a ridosso del 70° anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare, annunciata da Mao nel lontano 1° ottobre del 1949. I dirigenti vorrebbero che tutto fosse sotto controllo per celebrare in pace e armonia gli indubbi successi che il gigante asiatico ha conseguito. E, da questo punto di vista, la piccola Hong Kong – con la sua visibilità internazionale – è una variabile impazzita che rischia di far saltare il tavolo.
In fondo le opzioni per Pechino sono pochissime. Se usa davvero la forza scorrerà il sangue, e non si potrà nascondere come avvenne nel 1989 a Tienanmen, tragedia di cui ancora non si conosce il numero esatto delle vittime. Senza scordare che anche in quel caso immagini clandestine sono pur uscite dal Paese, mostrando la furia dei dimostranti contro i soldati dell’Esercito Popolare autori della repressione, bruciati vivi e impiccati ai lampioni delle strade di Pechino.
I manifestanti di Hong Kong hanno ampiamente dimostrato di non aver paura dello scontro, anche sanguinoso, né paiono sensibili agli inviti alla prudenza che giungono dal locale mondo degli affari.
La seconda opzione è giungere a un compromesso, ma per ora non si vede in quale modo. Il PCC non può concedere il suffragio universale ed elezioni veramente libere poiché ciò condurrebbe a richieste uguali in altre parti del Paese tradizionalmente inquiete.
Si rammenterà che Deng Xiaoping accusò aspramente Gorbaciov, accusandolo di non aver impedito il crollo dell’Unione Sovietica giacché evitò l’uso della forza (utilizzata invece a piene mani in Piazza Tienanmen). Oggi gli eredi di Mao e Deng debbono affrontare lo stesso dilemma, dal momento che repressione violenta oppure concessioni sostanziali sono le sole strade percorribili.

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