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Giuseppe Buttà: “Irving Kristol. L’avventura di un liberal”, padrino dei neocon USA

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Una recensione di Michele Marsonet.

Giuseppe Buttà, storico delle dottrine politiche ed esperto del pensiero politico americano, ha pubblicato un bel volume intitolato “Irving Kristol. L’avventura di un liberal”, Gangemi Editore, Roma 2019. Il volume è prezioso poiché fornisce per l’appunto un’analisi completa del pensiero di Irving Kristol (1920-2009), intellettuale molto influente nel mondo anglosassone ma relativamente poco conosciuto in ambito italiano.

Giornalista che amava diffondere le sue tesi mediante articoli su quotidiani e riviste piuttosto che con monografie (non ne scrisse infatti neppure una), Kristol è stato definito “il padrino del neoconservatorismo americano” vista la grande influenza che esercitò nella cultura pubblica – non solo accademica – statunitense. Trotskista in gioventù, come del resto tanti altri intellettuali americani del secolo scorso passati in seguito a posizioni liberali e conservatrici, Kristol è stato molto influenzato da Leo Strauss, il grande filosofo politico e classicista tedesco rifugiatosi in America nel 1932 per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche del nazismo.

Con Strauss Kristol condivideva l’ascendenza ebraica, pur non praticando alcun culto religioso. Del resto, come Buttà sottolinea, “Leo Strauss è ritenuto un pensatore che ha molto influenzato i neoconservatori e la stessa linea del Republican Party dagli anni di Reagan fino alla presidenza di George W. Bush: si potrebbe dire, anzi, che questa influenza straussiana sia stata fortemente criticata fino al punto di accusare il filosofo tedesco-americano di aver promosso un insegnamento antidemocratico raccolto dai neoconservatori e ispirato una prassi menzognera seguita dai governanti” (p. 20).

In effetti i discepoli di Strauss hanno occupato posizioni chiave nelle amministrazioni di Ronald Reagan e George Bush padre prima, e di George W. Bush jr. in seguito. Un’influenza, quindi, che si dipana per un quarto di secolo. I nomi degli “straussiani” sono ben noti. Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale dal 2005 al 2007, John T. Agresto, vicedirettore del “National Endowment for the Humanities”, il giudice della Corte Suprema Clarence Thomas, I. Lewis Libby, capo dello staff dell’ex vice presidente Dick Cheney, e molti altri.

Non è un caso che il pensiero straussiano interessi molto all’attuale gruppo dirigente cinese. Si tratta di una visione estremamente elitaria. I numeri non contano, e le masse sono per natura incapaci di accedere alla filosofia “vera”, quella in grado di scoprire le verità più profonde. A esse va offerta una filosofia distillata e innocua o, se si preferisce, “edificante”. Solo delle avanguardie consapevoli possono comprendere il senso della storia e, dopo essersene impadronite, fornire al popolo strumenti che mantengano un ordine sociale quanto più possibile stabile. Ed è chiaro che tali avanguardie sono sì intellettuali, ma anche politiche. A loro spetta il compito di “vegliare” le masse affinché la vita sociale scorra lungo binari ordinati.

Kristol, inoltre, concordava con Strauss sul fatto che la scienza politica contemporanea, cercando di annullare la distinzione tra fatti e valori, ha favorito l’unione tra liberalismo e scienza sociale avalutativa, “la cui epistemologia è quella di comprendere l’umano in termini del sub-umano, il razionale in termini dell’irrazionale, il politico in termini del sub-politico” (p.22). Di qui l’opposizione verso ogni tipo di epistemologia positivista e neopositivista.

Belle inoltre le pagine in cui Buttà tratteggia la caratterizzazione kristoliana dell’utopismo moderno, tacciato di vera e propria “follia” poiché elimina il fattore-tempo e in sostanza ripudia la storia, senza tenere in alcun conto il grande tema dei limiti delle nostre capacità cognitive che ci impediscono di raggiungere la “perfezione” agognata dagli utopisti. Mancano purtroppo – e questa è l’unica nota critica – i riferimenti alle note tesi anti-utopiche di Karl Raimund Popper.

Moltissimi sono gli spunti di grande interesse contenuti nel volume, tra i quali mi limito a citare il legame tra millenarismo moderno e razionalismo scientifico, e i motivi per cui l’aggettivo “liberal”, negli Stati Uniti, ha un significato diverso rispetto al nostro “liberale”. Un saggio, quindi, utilissimo per tutti coloro che intendano approfondire le radici del neoconservatorismo americano contemporaneo.

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