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APPELLATIVI ITALIANI FINORA PRIVI DI ETIMOLOGIA – Introduzione

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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uno studio di Massimo Pittau.

QUESTIONE DI METODI

I

Riguardo alle proposte di etimologia di appellativi che io presento in questo mio scritto ed anche a quelle che ho presentato in scritti precedenti, ritengo opportuno iniziare con una breve, ma – almeno così mi sembra – importante premessa di carattere metodologico.

Nella lingua italiana – e credo anche in altre ‘lingue di cultura’ – il verbo ‘dimostrare’ significa «presentare argomentazioni a favore di una tesi, che costringono l’ascoltatore (o il lettore) a dare il suo assenso».

Il ‘dimostrare’, il ‘dimostrare cogente o costrittivo’, più caratteristico e più significativo è quello che effettua il matematico: l’ascoltatore o il lettore, se è sano di mente e se è in buona fede, è costretto a dare il suo assenso ad una tesi prospettata da un matematico, se le ragioni che la sostengono sono realmente fondate e inoltre regolarmente connesse fra loro a catena. Orbene, è del tutto certo che il “dimostrare alla maniera matematica” (cioè more geometrico), il ‘dimostrare costrittivo’ non esiste per nulla nel modo di operare del linguista, sia che egli lavori secondo la prospettiva sincronica della ricerca, sia che lavori secondo la prospettiva diacronica o storica.

Il ‘dimostrare costrittivo’ esiste anche nel campo di quelle scienze della natura, che sono la fisica e la chimica: in queste è possibile il ‘dimostrare costrittivo’ in virtù dell’‘esperimento’, quello che “ripete”, in condizioni ideali ed artefatte, ma rigorosamente significative, un certo fenomeno fisico o chimico tutte le volte che lo scienziato vuole ed inoltre lo ripete in condizioni ideali di semplicità per gli elementi studiati e di univocità per i risultati che egli vuole conoscere. Senonché neppure questo ‘dimostrare costrittivo’ della fisica e della chimica è possibile nel campo della linguistica, soprattutto di quella rivolta nella direzione diacronica o storica. Il linguista storico o glottologo infatti non è assolutamente in grado di far “ripetere” o di richiamare un certo fenomeno linguistico che risulti documentato per il passato, né può pertanto sottoporlo ad ‘esperimento’. Il passato è passato e non può essere richiamato o ripetuto in alcun modo e da nessuno.

Se tutto questo è vero, noi linguisti ci dobbiamo convincere che nel campo della linguistica storica o glottologia non esiste affatto il ‘dimostrare costrittivo’, non esiste cioè la ‘dimostrazione’ vera e propria.

Però non c’è alcunché di allarmante e alcunché di mortificante nella constatazione che nel campo della linguistica storica il vero e proprio ‘dimostrare’ non esiste; perché questa medesima situazione si determina anche nella storia (da intendersi qui come ‘storiografia’) in generale e in tutte le discipline storiche in particolare.

Ciò premesso, se il linguista storico non è mai in grado di presentare ‘dimostrazioni costrittive’, che cosa fa quando prospetta etimologie, cioè “storie di vocaboli”, che pure egli ritiene fornite dei caratteri della scientificità? Io ritengo che egli prospetti tesi che non hanno mai il carattere e il valore della ‘certezza’, mentre hanno solamente il carattere e il valore della ‘probabilità’ o della ‘plausibilità’ o della ‘verosimiglianza’, della maggiore o minore probabilità o plausibilità o verosimiglianza. (E da questo mio fermo convincimento deriva il fatto che in tutti i miei scritti di linguistica storica io faccio largo uso dell’avverbio ‘probabilmente’).

Tutto questo implica in maniera necessaria che l’operare del glottologo è caratterizzato da una sostanziale nota di “incertezza” o di “aleatorietà” generale, nella quale il fare obiezioni e il sollevare dei dubbi è una operazione molto e perfino troppo facile; e spesso le obiezioni possono essere anche molte.

A queste nostre etimologie più o meno probabili o plausibili o verosimili, a mio giudizio non si debbono tanto contrapporre difficoltà od obiezioni, quanto si debbono contrapporre altre etimologie, le quali abbiano la dote di essere più probabili e più plausibili di quelle rifiutate. Se una certa mia etimologia sembra poco probabile o poco verosimile ad un mio collega, ai fini stessi del progresso della nostra disciplina, prospetti lui una etimologia più probabile e plausibile della mia e sarò io il primo a rinunziare alla mia e ad accettare la sua.

Concludendo si deve considerare che tutte le scienze, compresa la nostra, progrediscono non con le “obiezioni”, bensì con le “proposte”, con le proposte anche aleatorie. Il progresso delle scienze – di tutte le scienze – è infatti possibile solamente a condizione che “si rischi”.

Una volta un mio collega opponeva a me, che avevo proposto una prima ed intera traduzione della famosa ‘Tabula Cortonensis’, qualche anno dopo il suo rinvenimento: «Chi tenta di tradurre la ‘Tabula Cortonensis’ lo fa a suo rischio e pericolo!». Quel mio collega aveva perfetta ragione! Chi traduce lo fa sempre a suo rischio e pericolo; anche quando si metta a tradurre la più semplice delle iscrizioni etrusche o perfino la più semplice frase latina oppure greca. Rischia di sbagliare anche il linguista od il filologo che si metta a tradurre la più semplice delle favole di Fedro oppure di Esopo. È sufficiente che intervenga per lui un momento di disattenzione ed ecco che egli corre il rischio ed il pericolo di incappare in un errore anche grave di interpretazione e di traduzione.

Eppure si ha l’obbligo di rischiare e non soltanto in linguistica storica, ma anche in una qualsiasi altra disciplina o scienza. Il progresso in tutte le scienze, di qualsiasi carattere e tipo – ‘esatte’, naturalistiche, filologiche, storiche, ecc. – è proprio il risultato del rischio che ha corso uno scienziato, anzi dei rischi che hanno corso in generale tutti gli scienziati precedenti. I loro errori, effetto del loro rischiare, in realtà sono dappertutto il prezzo che si paga al progresso delle scienze, di una qualsiasi delle scienze. Questo principio è entrato anche nella saggezza popolare, la quale ricorda che «Chi non risica non rosica».

Gli scienziati che non rischiano mai nel loro sentenziare non sono propriamente “scienziati”, ma sono semplicemente “ripetitori” delle scoperte altrui. Io ho già avuto modo di scrivere che anche in linguistica «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata – che alla fine potrebbe anche risultare errata – prospettata da un linguista, potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo». Questo – ho detto – è l’esatto significato e il profondo valore della nota tesi di G. W. F. Hegel della “positività dell’errore”.

II

La recente scomparsa del linguista svizzero Max Pfister, promotore del grandioso «Lessico Etimologico Italiano» (sigla LEI), ha rinnovato in me un forte rammarico, quello che avevo provato alla prima comparsa dell’opera: nonostante le apparenze il LEI è un’opera gravemente “monca”, posso dire almeno “dimidiata” o “dimezzata”. Nelle apparenze sembra che il LEI contenga tutto lo scibile relativo alla lingua italiana e ai suoi dialetti ed invece, a mio giudizio, esso è privo di almeno la metà del materiale lessicale e linguistico che avrebbe dovuto contenere. Ecco in sintesi l’elenco delle numerose lacune che si trovano nel LEI:

1°) Manca un intero millennio di storia politica, culturale e linguistica della Nazione italiana, quella concretizzata con la storia politica, culturale e linguistica degli Etruschi, di un popolo cioè che stava agli stessi livelli del popolo greco e di quello romano. Anzi gli Etruschi hanno tenuto a battesimo i Romani, insegnando ad essi a scrivere e addirittura fondando Roma e dandole un nome etrusco (si veda il mio studio “Roma fondata dagli Etruschi”).

2°) Nel noto commentatore di Virgilio, il grammatico Servio (ad Aen., XI 567), troviamo citata una frase di Catone: «L’Italia era stata quasi tutta sotto il dominio degli Etruschi» (In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat). Inoltre Tito Livio (I 2; V 33) parla della potenza, della ricchezza e della fama degli Etruschi, in terra e in mare, dalle Alpi allo stretto di Messina.

In linea di fatto, al di fuori del territorio della originaria Etruria, che si estendeva dalla costa del Mar Tirreno settentrionale ai confini dei due fiumi Arno e Tevere, numerosi dati documentari, archeologici, epigrafici e storici assicurano l’espansione del loro dominio a sud fino al Latium vetus (Roma, Terracina) e alla Campania (Capua), a nord fino all’Emilia (Felsina/Bologna, Modena), al Veneto (Adria, Spina), fino a Mantova e all’Alto Adige (Laives, Varna, Velturno, Vipiteno). Quei dati inoltre dimostrano la penetrazione che gli Etruschi fecero anche al di là del fiume Po, fin nel cuore delle Alpi, di certo alla ricerca di giacimenti di minerali, soprattutto del ferro, e di nuove strade per i loro commerci.

3°) La documentazione epigrafica poi va molto al di là di questi già vasti confini di espansione politica, dato che iscrizioni etrusche sono state rinvenute nel sud anche a Pontecagnano al confine estremo della Campania e nel nord a Piacenza e in Liguria. E poi ulteriormente fuori dell’Italia, a Marsiglia, in Corsica e perfino alcune in Sardegna.

4°) A proposito delle iscrizioni etrusche, va ricordato e tenuto ben presente il fatto che sono stati gli Etruschi a introdurre la scrittura in Italia (con eccezione della Magna Grecia e della Sicilia), insegnandola ai Romani, agli Umbri, ai Veneti, ai Camuni e ai Reti.

Si deve tenere ben presente che degli Etruschi ci sono state conservate circa 12 mila iscrizioni, che non si può negare che sia una somma quasi stupefacente di vocaboli, di gran lunga superiore a quella di tutte le altre lingue frammentarie antiche, che sono assai lungi dal presentare una documentazione così ampia e anche così varia.

5°) Nel LEI sono ignorate del tutto le tre opere di Silvio Pieri, portento di accuratezza di documentazione e di prudente analisi linguistica, che sono: TVSL Pieri S., Toponomastica delle Valli del Serchio e della Lima, ‘Accademia Lucchese di Scienze Lettere e Arti’ (nuova edizione Lucca 2008); TVA Pieri S., Toponomastica della valle dell’Arno (in Atti della ‘R. Accademia dei Lincei’, appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919); TTM Pieri S., Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell’Arcipelago toscano, Siena 1969 (edizione postuma ‘Accademia Senese degli Intronati’).

Ebbene il Pieri fa esplicito riferimento a toponimi toscani che sono di probabile origine etrusca e che spesso corrispondono ad altrettanti appellativi dialettali toscani, ma invece il LEI ha sorvolato su tutto questo.

6°) Il LEI ha sorvolato sul notissimo studio di A. Ernout, Les éléments étrusques du vocabulaire latin (in ‘Bull. de la Soc. de Ling.’, XXX, 1930, pg. 82 sgg., poi nel vol. Philologica, I, Paris 1946, pgg. 21-51 (EPhIL).

7°) Il LEI ha sorvolato su quel gioiello di dizionario etimologico che è il DELL di Ernout A. – Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine (IV édit., IV tirage, Paris 1985), nel quale i due illustri autori hanno dato ampio spazio ai vocaboli di origine sicuramente oppure probabilmente etrusca.

8°) Ha ignorato del tutto gli studi del sottoscritto, consistenti in ben 18 libri relativi alla lingua etrusca e in un centinaio di studi.

Ecco dunque spiegate le ragioni del mio giudizio critico dell’opera di Max Pfister. Sicuramente a lui è successo di aver pagato un pesante tributo alle ridicole affermazioni, correnti a livello popolare e anche più su, secondo cui “La lingua etrusca è tutta un mistero”, “La Lingua etrusca non è comparabile con nessun’altra”!

Ho scorso le prime pagine del I volume del LEI fino all’inizio della lettera C, per sapere se e in quale misura abbia tenuto conto della lingua etrusca. Ebbene, con mia grande sorpresa ho costatato che l’aggettivo ‘etrusco’ vi compare in 792 pagine solamente quattro volte ….

Insomma, a mio giudizio il ‘Lessico Etimologico Italiano’ costituisce quasi un disastro editoriale: dieci secoli di storia politica, culturale e linguistica dell’Italia semplicemente “accennati” ….!

III

Si noti bene: secondo una tesi comunemente nota, la consonante iniziale /f-/ degli appellativi seguenti è un indizio della loro probabile origine etrusca.

Faccio poi notare che troppe volte gli etimologi sono soliti definire di “origine germanica oppure celtica” vocaboli che non riescono a spiegare in altro modo. E invece spesso sono proprio vocaboli di origine etrusca.

Gli Appellativi

avallo «garanzia di pagamento di un titolo cambiario altrui», appellativo finora di etimologia incerta (DELI², Etim), che probabilmente deriva dall’etrusco AVALE (ThLE² 10) ed inoltre è da connettere col toponimo toscano Avaglio (TVA 365) (LICE).

baro «truffatore», «chi truffa al gioco, specialmente delle carte» (1764, G. Baretti: baro da carte), esteso «imbroglione», probabilmente deriva dal lat. baro,-aronis «balordo» (nella forma del nominativo o del vocativo) (finora di origine ignota; DELI², Etim) ma che probabilmente deriva dall’etrusco VARUNI (ThLE).

boccia scherzoso ‘capo, testa’ (1962, Batt., ma più diffuso il dim. boccino nella locuzione girare il boccino, rompere il boccino: 1941, Voc. Acc.; ‘vaso tondeggiante’ (1499, Ricettario Fiorentino; frequenti ed antecedenti le attestazioni in lat. mediev.: boza, buza a Venezia dal 1270, buzia in Istria nel 1371, bucia ad Aquileia nel XIV sec., bocia a Maniago nel 1380: Sella Ven.), ‘palla di legno duro o di materiale sintetico usata in alcuni giochi’ (1709, Somavera: “boccia di giuocare al maglio”); dim. Boccetta; bocciare «colpire con la boccia», «respingere una proposta amorosa», «essere respinto a scuola»; finora di etimologia discussa (DELI², Etim). Sono da richiamare i toponimi Bócina (TVA 23), Boccena, Bucéna, Buchena, Bucina.

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