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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Diario dai giorni del golpe bianco is back! L’antefatto e i primi giorni….

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

In questi giorni in cui il renzismo si celebra in libreria con il suo vanity publishing per menti semplici, via marchette di critici di boccabuona (validi al massimo per un Premio Strega), torna il mitico DIARIO DAI GIORNI DEL GOLPE BIANCO in edizione definitiva. Torna per restare e per molto viaggiare… per raccontare cos’è stato il renzismo, uno dei periodi politici più indegni della storia della Penisola. Torna per raccontare chi gli ha leccato il deretano e adesso si atteggia a critico da ricordarsi… Ma di tutto questo ne parleremo poi perchè io sono abituata a chiudere ogni conto aperto (e come sappiamo questo testo ne aveva aperti parecchi!)…. Per il momento let’s enjoy qualcuno di quei momenti mitici… ne pubblicheremo tanti, tantissimi su Rosebud. Per tutte le altre novità, anche in previsione del decimo anniversario del sito (l’anno prossimo), a presto, a molto presto….

Antefatto

23 Novembre 2013

C’è un saggio pubblicato dall’editore Marsilio, scritto dallo storico Mauro Canali e titolato Il tradimento (2013), che è un valido testo per chiunque voglia saperne di più sulle vicende personali e politiche che hanno caratterizzato gli ultimi anni di vita del grande pensatore sardo Antonio Gramsci. Avvalendosi di materiale per lo più inedito, reperito negli archivi russi, Canali riesce a fornire un quadro molto vivo e accurato degli intrighi politici che hanno condannato Gramsci al suo destino, trasformandolo in una sorta di Aldo Moro ante litteram. Curioso, ma credibile, è lo scaltro ritratto di Palmiro Togliatti che ne emerge. È sempre grazie a questo dettagliato racconto che scopriamo un ex leader storico del PCI determinato a nascondere la rottura radicale dell’ottobre 1926 con Antonio Gramsci, ma specialmente la sua determinazione a diventare il suo editore di fiducia. L’immagine gramsciana consegnata ai posteri per i successivi 70 anni dalla sua morte, sarà l’immagine voluta da Togliatti, nonché quella che meglio rispondeva alla sua necessità di nascondere e celare il dissidio interno, la diversità di vedute rispetto alla linea da tenere nei confronti del crescente autoritarismo dello stato sovietico. Una guerra tra corvi e gufi, insomma, proprio come viene raccontata nella favoletta politica scritta dallo stesso Gramsci e titolata Corvi e gufi[1].

Rapportando questi argomenti all’attualità politica italiana contemporanea, è fuor di dubbio che echi di questa linea di visione politicamente divisiva siano percettibili persino oggi dentro le dinamiche dirigenziali che fanno vivere il Partito Democratico, la formazione partitica fatta esistere dai figli e dai nipoti politici di queste figure storiche e più o meno etiche: la guerra intestina è lontana dall’essersi conclusa.

A ben guardare sarebbe proprio con una definitiva vittoria di Matteo Renzi, il traguardante sindaco di Firenze, nella corsa alla leadership del partito, che verrebbe a mancare, per la prima volta, una linea di continuità con la tradizione. Tuttavia, venuti meno i grandi ideali comunisti e socialisti, venuta meno una visione filosofica sostanziale, come era quella gramsciana, che faccia da underlying-asset a qualsiasi tipologia di sana ambizione politica, se gli italiani in generale si ritrovano costretti a scegliere tra falchetti (da un lato quelli destristi e berlusconici, dall’altro proprio il falchetto di sinistra per antonomasia, Matteo Renzi), i militanti storici del PD non possono fare a meno di sentirsi tutti un po’ corvi e un po’ gufi.

 

Febbraio 2014

22 Febbraio 2014

Il segno (anche politico) dei tempi è marcatamente social, manca l’impegno, l’engagement, manca la capacità di fare cultura e di fare politica con coscienza. La cultura e la politica di questa età sono anti-sartriane e anti-gramsciane. Secondo Jean-Paul Sartre e Antonio Gramsci, tutti noi siamo responsabili per il nostro impegno, per la nostra capacità di diventare elementi attivi in grado di fare una differenza. Entrambi questi grandi spiriti speravano che la cultura, la letteratura, la politica, si trasformassero in strumenti capaci di risvegliare la coscienza dei popoli in una maniera così forte da spingere le élites a… fare qualcosa. Di utile, di necessario, di indispensabile. Come potrà fare qualcosa un nuovo governo, quale é il Renzi I, che pare costruito apposta per accontentare le necessità minime dell’universo social che lo ha fatto esistere in primo luogo, e in virtù del quale il resto del mondo è bello solo se è giovane, se è veloce, se le quote rosa sono degnamente rappresentate, se camminiamo a piedi per le strade di Roma senza scorta anche quando siamo il Presidente del Consiglio, mentre l’importante è avere un tablet collegato a twitter alla mano e la battuta pronta? La paura è che ancora una volta l’Esecutivo prossimo-venturo mancherà di sostanza, di know-how, di effettiva capacità manageriale e di capacità di visione complessiva; la paura è che resterà impantanato nelle solite trappole dei marpioni di Stato e dei nostalgici del politichese. Oggi Antonio Polito ha scritto sul Corriere.it che il nuovo governo Renzi nasce all’insegna di un’esuberante debolezza, sono d’accordo. La sindrome dell’esuberante debolezza è la malattia ideale dei tempi. Se questa infermità sia disturbo lieve da curarsi con uno sciroppo, o temibile patologia con conseguenze funeste è presto per dirlo…. Adeguandoci al segno dei tempi, forse lo scopriremo solamente… twittando.

 

Marzo 2014

1 Marzo 2014

Qualche motivo di preoccupazione c’è, quasi come se la Ferrari fosse sparita d’incanto dal garage e al suo posto fosse rimasto un carretto scalcagnato. L’operato del governo Renzi I durante la sua prima settimana di lavoro si può così riassumere: una visita a una scuola e un’intervista lunga 25 minuti di Matteo Renzi a Ballarò[2], consolata dalla presenza di un buon numero di ministri del suo governo. Poi dovrebbe essere attività di ieri la nomina di 9 viceministri e 44 sottosegretari, con il solito codazzo di dichiarazioni tanto risentite quanto imbarazzanti da parte degli esclusi, dei trombati della poltrona. Non è questo il problema. Il problema è… l’impressione che ha trasmesso il triste spettacolo. Il problema è che le movenze (incluso il look: che fine ha fatto la giacchetta di Fonzie?) da politico navigato di Matteo Renzi, restituiscono l’impressione di un governo seduto in pieno stile Prima Repubblica e in netta opposizione alle aspettative che lo stesso Premier aveva creato. Cosa si sarebbe voluto? Maggiore azione, maggiore determinazione nello stabilire una linea di comunicazione con il popolo, sin da subito. Il neo capo di governo sa bene che la sua prospettiva d’interazione si è allargata: non è più solo il sindaco dei fiorentini, ma è il Presidente del Consiglio dei calabresi, dei siciliani, dei veneti. L’impressione è che le preoccupazioni di Matteo Renzi si stiano risolvendo nell’essere mere preoccupazioni politiche, che sono importanti, certo, ma non sono tutto. La mia paura, di cittadina, è invece che il Renzi I si stia velocemente trasformando in una sorta di Berlusconi V, dove la promessa riforma del lavoro sta diventando, giorno dopo giorno, molto simile alla famosa promessa di un milione di posti d’impiego di quel suo predecessore.

9 Marzo 2014

Dunque, c’era un giovane sindaco fiorentino che abbigliato come Fonzie andava nello studio di Maria De Filippi a parlare con i ragazzi. Poi c’era quello stesso sindaco fiorentino che predicava la necessità di rottamare l’intera classe dirigente del PD perché incapace di parlare al mondo che cambiava, infine c’era sempre quel Fonzie di Rignano sull’Arno che, dalla sua poltrona di sindaco di Firenze, dopo avere raccomandato all’allora Premier in carica di stare sereno, lo ha liquidato in un battibaleno e altrettanto velocemente ne ha preso il posto.

Fin qui nulla di speciale… ma che silenzio. Il problema è che quando la cenere copre la brace, io mi domando sempre che cosa stia accadendo tra i carboni ancora ardenti. Che si debba cominciare a guardare a questa nuova dottrina politica, il renzismo, come fosse una mera dottrina di proposizione ma non di realizzazione? Il maggior rischio che può correre è che diventi la concezione gattopardica per eccellenza, simile a un costoso razzo di ultima generazione mal funzionante sulla rampa di lancio, che non spiccherà mai il volo, ma la cui ingombrante presenza difficile da rimuovere procurerà fastidio a lungo. Sotto la sua ombra immobile e immobilizzante molte stranezze potranno accadere pur di non scontentare nessuno: da Obama a Putin, dai sindacati alle imprese, dai media (già tutti cooptati), ai pensionati, agli insegnanti, agli studenti. Per risolvere i conflitti e i problemi sempre crescenti delle generazioni digitali non basta più salvaguardare l’indipendenza e il rispetto per il naturale sviluppo mentale delle persone, serve altro se vuoi evitare che i millennials della Generazione Y ti bacchettino a dovere con commenti infuocati che si trasformeranno in voti mai dati. Serve anche la personalità per convincere i giovani della bontà delle tue intuizioni e delle tue intenzioni. Resta il fatto che Matteo Renzi non è John Fitzgerald Kennedy, gli manca il fascino, il carisma: basterà la benedizione di Maria De Filippi per fare il miracolo?

15 Marzo 2014

Beppe Grillo avrebbe paragonato Matteo Renzi a Achille Lauro. L’armatore e politico nato a Piano di Sorrento regalò una scarpa ai suoi elettori con la promessa di donar loro anche l’altra qualora l’avessero fatto sindaco di Napoli. Il leader del MoVimento 5 Stelle avrebbe dichiarato che mentre Lauro una scarpa l’ha sicuramente sganciata, degli 80 euro promessi in busta paga dal Presidente del Consiglio non v’è certezza… e in ogni caso arriverebbero a destinazione solo dopo le elezioni europee. Il Financial Times bacchetta la repentina svolta populista del renzismo a suo modo: fa notare come le iniziative nazionalpopolari non favoriranno la ripresa che necessiterebbe invece di un maggior sostegno alle imprese.

I segnali di una sostanziale svolta populista del renzismo sono anche altri e non sono pochi. Il tentativo di ingraziarsi la classe media – con il continuato richiamo ai problemi degli insegnanti, delle buone madri e dei buoni padri di famiglia – è quasi sfacciato. Anche la mimica esagerata del leader, una mimica da signor Rossi invitato alla puntata del quiz di successo dà da pensare. È curioso come a cementare l’impressione di era populista incombente contribuiscano persino le scelte nelle ospitate tv. E le battute fatte in quelle occasioni: “I Presidenti del Consiglio passano, Porta a Porta[3] resta” ha esclamato Matteo Renzi, solo alcuni giorni fa, dopo avere stretto la mano al presentatore di quella trasmissione televisiva.

Teso, ma ringalluzzito, Bruno Vespa ha colto l’occasione al volo: “Troppo gentile. Lei è l’ottavo Presidente del Consiglio che abbiamo l’onore di ospitare”. “E sta già aspettando il nono…” ha ribattuto goliardico il Premier. Quasi offeso, il conduttore ha scosso la testa: “No, no, qui ogni crisi di governo è stata vissuta male… perché il Paese ha bisogno di stabilità…”. Vespa ha sottolineato l’avverbio di luogo con forza, manco lo stesso avesse funzione connotativa dello studio ovale del presidente americano o dell’antico senato romano.

Che ci sia un nesso tra la frequentazione di Porta a Porta del Premier incaricato e la brevità dei governi italiani? Tutto può essere e il quesito è legittimo.

Bene Renzi, ma dove trovi i soldi? domandava invece il titolo della puntata che si leggeva, inciso a caratteri cubitali, sullo sfondo dello studio. “Certo che i soldi ci sono! Il punto è dove si mettono….” ha risposto l’interpellato con invidiabile sicumera quando è arrivato il suo momento, ma dimenticandosi di specificare da dove li avrebbe tolti.

Esiste una borghesia di sinistra e una borghesia di destra. Non c’è invece un popolo di sinistra e un popolo di destra, c’è un popolo solo, diceva lo scrittore francese Georges Bernanos. Ed è quello che, populismo o renzismo che sia, la prende sempre in quel posto – aggiungo io.

17 Marzo 2014

Pareva generosità ed era impazienza, ha scritto di recente il critico Aldo Grasso commentando la recente decisione del conduttore Mediaset Jerry Scotti di rinunciare al vitalizio politico. L’articolo bacchettava anche la modalità utilizzata dal rinunciatario per far conoscere la notizia. Lo ha comunicato via twitter al Presidente del Consiglio. Il pezzo sindacava pure sull’impegno messo dal rignanese affinché il buon proposito scottiano andasse in porto: “È bello sapere che il nostro Premier, fra mille impegni, trova anche il tempo per dare una mano a Gerry, al suo nobile intento”.

Pareva generosità ed era impazienza. Ho trovato straordinario questo incipit, potrebbe pure diventare il vero motto del renzismo. Per esempio, racconta come nient’altro il gioco del gatto col topo portato avanti per settimane dal Premier nei confronti di Enrico Letta, prima di mandarlo a casa; e spiega molto bene la recente svolta populista in vista delle elezioni europee. Quelle elezioni che diventeranno una prova elettorale importante per il neo Primo Ministro autoproclamatosi tale. Matteo Renzi questo lo sa bene, così come lo sanno bene dentro il PD, dove l’aria che tira – almeno a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate ieri a Che tempo che fa[4] da Pier Luigi Bersani – è tutto fuorché rassegnata all’idea del renzismo incombente.

Certo, l’ex Segretario dei democratici – ripresosi dai suoi problemi di salute – ha mostrato un invidiabile spirito battagliero, ma è pur vero che ascoltando il suo politichese strategico d’altri tempi, ti ricordi subito del perché hai tifato per la svolta renzista… “Non li vogliamo gli 80 euro, perché nessuno glielo dice a Renzi?” si chiedeva invece, in un altro salotto televisivo, un anonimo opinionista. “Quei soldi non risolveranno nulla e i problemi resteranno sul tavolo. Siamo il Paese che non costruisce più nulla: né infrastrutture, né monumenti, non li vogliamo gli 80 euro!”

Pareva generosità ed era impazienza. L’impazienza di assicurarsi il consenso politico anche a dispetto delle buone intenzioni. E intanto le regioni continuano a spendere e a spandere, a organizzare viaggi di lavoro di dubbia necessità in Azerbaigian e in Giappone, mentre il tasso di disoccupazione sale… Pareva generosità ed era impazienza… o forse solo arrivismo politico?

[1] Tra i corvi ed i gufi era scoppiata la guerra per causa d’un boschetto di cui, da tempo, si contendevano la proprietà. In pochi giorni i corvi si trovarono ridotti a mal partito. I gufi che si svegliano dopo il tramonto, assalivano nella notte i corvi dormienti nei loro nidi e ne facevano strage. Invano i corvi cercavano di rintuzzare l’offesa. Svolazzavano da mane a sera tra gli alberi, sostavano sui fianchi scoscesi dei monti, esploravano i crepacci, le rupi … non un palmo di terreno sfuggiva alla loro indagine. Tutto era inutile. I gufi se ne stavano rintanati nei loro nidi nascosti, introvabili, e ridevano, ridevano dei corvi che ogni giorno seppellivano qualcuno dei loro senza mai riuscire a fare una vittima tra le file dell’esercito nemico. Un giorno i corvi tennero consiglio. Che dissero? Impossibile sapere. I corvi conoscono l’arte di conservare i segreti e non svelarono mai a alcuno – né sotto l’imposizione della forza, né fra le reti dell’insidia – quali deliberazioni furono prese in quella storica riunione. Si sa però che sorse una disputa e che l’assemblea terminò drammaticamente. Infatti, un vecchio corvo ne uscì spennacchiato, malconcio, ferito in più parti. Egli abbandonò la tribù e si recò, saltellando – le ali più non lo reggevano – su di una rupe enorme dove, in una notte lontana, aveva sentito lo stridulo grido del gufo. Si posò sulla vetta della roccia gigantesca e attese la notte. Quando i gufi uscirono dai loro rifugi scorsero, con gli occhi fosforescenti, paurosi, il vecchio corvo. Gli furono attorno minacciosi, pronti a colpirlo. «Non vedete dunque ch’io vengo tra di voi in cerca di pietà? – disse il corvo. – Non vedete che i miei m’hanno reso impotente al volo, mi hanno ferito, m’hanno scacciato? Accoglietemi. Soccorretemi. Sarò il vostro consigliere. Quando le mie ali saranno pari alla bisogna vi guiderò, io stesso, nelle case dei corvi». I gufi tennero consiglio. Un vecchio gufo s’alzò e disse: «Non fidatevi. È della razza dei vostri nemici. Vi tradirà». Ma tutti risero a queste parole e vollero che il corvo restasse con loro e gli resero grandi onori e s’inchinarono dinanzi a lui come dinanzi al re. Il vecchio gufo, inascoltato e deriso, varcò il monte e sparve. Trovò una nuova tribù? Una nuova famiglia? Chissà!… Il corvo esplorò tutti i nidi dei gufi, conobbe le loro abitudini, i loro piani di guerra, i loro propositi. Misurò le loro forze, s’impadronì dei loro segreti. Seppe persino che la moglie del primo ministro trescava – civetta! – col capo di stato maggiore… I gufi andavano a gara per rivelargli ogni cosa. Nulla sfuggiva alla sua indagine sagace. I giorni passarono e le ali del corvo ferito crebbero e riebbero forza. Egli chiamò i gufi a raccolta e disse: «Miei generosi amici! Il giorno è venuto. Io vi darò in cambio dell’ospitalità cortese, il trionfo ultimo sui corvi. (Applausi). Io partirò all’alba di domani, scoprirò tutti i nidi dei vostri nemici e prima che la notte ritorni sarò tra di voi per guidarvi, per portarvi alla vittoria». (Lunga clamorosa ovazione). Il corvo partì. Tornò alla sua tribù che accorse festante ai suoi gridi gracchiando con gioia infinita. Egli fece schierare i maschi in ordine di battaglia, si pose alla loro testa e spiccò il volo… Sul rifugio dei gufi, prima che la notte scendesse, a cento, a mille, feroci, piombarono i corvi. I gufi dormivano e i corvi ne fecero strage. Non uno salvò la sua vita.

Corvi e gufi di Antonio Gramsci, Favole in libertà.

[2] Programma di approfondimento politico di Rai3.

[3] Trasmissione di approfondimento politico di Rai1condotta dal giornalista Bruno Vespa.

[4] Programma di intrattenimento di Rai3 condotto da Fabio Fazio

Diario dai giorni del golpe bianco è una cronaca atipica dell’attualità nazionale negli anni del governo Renzi. È un racconto goliardico che è storia, fatto, testimonianza, commento, opinione, leggenda internettiana, diario politico e irriverente… ed è una ridda di personaggi (giornalisti, politici, conduttori, commentatori, opinionisti, blogger) che animano una commedia umana quasi goldoniana nel suo essere prima di tutto appassionata baruffa chiozzotta. Una commedia che sembra non avere mai avuto inizio e che non dovrà finire mai tra le contrade soleggiate e scaltre di un bellissimo paese, patria di Dante, di Michelangelo e di Machiavelli, casa dell’anima di molti Pinocchio e di tanti don Camillo e Peppone: l’Italia.


Diario dai giorni del golpe bianco 

Rina Brundu – Scrittrice italiana, vive in Irlanda. Ha pubblicato i primi racconti nel periodo universitario. Il romanzo d’esordio, un giallo classico, è stato inserito nella lista dei 100 libri gialli italiani da leggere. Le sue regole per il giallo sono apparse in numerosi giornali, riviste, siti, e sono state tradotte in diverse lingue, così come i suoi saggi e gli articoli. In qualità di editrice ha coordinato convegni, organizzato premi letterari, ha pubblicato studi universitari, raccolte poetiche e l’opera omnia del linguista e glottologo Massimo Pittau, con cui ha da tempo stabilito un sodalizio lavorativo e umano. Negli ultimi anni ha scritto saggi critici, ha sviluppato un forte interesse per le tematiche e le investigazioni filosofiche, e si è impegnata sul fronte politico soprattutto attraverso una forte attività di blogging. Anima il magazine multilingue www.rinabrundu.com.


Rina Brundu is an Italian writer and publisher who lives in Ireland. Author of several books and hundreds of articles and literary reviews, she has a keen interest in literary criticism, philosophy, e-writing and journalism.

Website www.rinabrundu.com.

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