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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Filosofia dell’anima – Scrittori dell’anima e scrittori patinati. E sui “suicidi d’autore”: ma noi siamo costretti a vivere?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Questo è un altro post di Rosebud che non dovresti leggere se sei minorenne, se sei una persona molto religiosa, o se non hai una formazione adatta a seguire questi discorsi. Grazie!

Ho un rapporto di odio-amore con il sito Dagospia: se da un lato è proprio in quel luogo che si annidano in maniera plastica l’antipolitica e la dietrologia, se è in quel sito che l’inchiostro patinato eleva verso ridicolissimi altari tutto ciò che è futilità nell’anima, è pur vero che con la sua attitudine a farsi sussidiario del giornalismo italiano, o veloce bignami, qualche volta tra quelle pagine riesco a trovare articoli interessanti che non potrei leggere altrimenti.

Per esempio, non leggendo il quotidiano “Il giornale” da cui è tratto, mai avrei visto il pezzo (la marchetta?) di Stenio Solinas sul tometto di Antonio Castronuovo dedicato al suicidio Suicidi d’autore (Stampa alternativa, pagg. 190, euro 14). A dirla tutto, il pezzo, fatta esclusione per questo inciso “Un’eco di queste considerazioni lo si avverte nel laico e disincantato Prezzolini dei Diari: «Il suicidio è l’atto più puro del pensiero. È un assoluto che non lascia nulla da risolvere. È la più sicura affermazione di libertà»”, non è di quelli tanto meditati da attirare la mia attenzione, ma l’argomento naturalmente sì.

Di fatto, io la penso in maniera molto più radicale di Prezzolini, e non ho dubbi nel dire che il suicidio è l’unica morte nobile per un’anima che si dedica alla scrittura. Diverso è infatti il caso dei suicidi alla Raul Gardini, o dei tanti, tantissimi, che si suicidano ogni giorno nel mondo per depressione o problematiche di ogni tipo. Mi spingo fino a dire che il suicidio – null’altro – è quel “quid” che segna lo spartiacque tra lo scrittore nell’anima (ovvero colui che è nato afflitto dalla malattia scritturale, intesa in senso kafkiano, quindi considerando l’equazione scrittura=morte, un morbo che determina il più delle volte in maniera terribile la sua vita) e lo scrittore patinato, cioè colui che scrive per vendere libri, per curare l’apparenza (cosa che non è necessariamente un male, ma non ha nulla a che fare con quegli altri argomenti), per avere fama e fare cassa.

Da questo punto di vista non ho mai fatto mistero di considerare quella “fine” l’unica che vorrei per terminare degnamente il mio percorso in terra (tutti i miei racconti, del resto, hanno sempre dato sfogo a quella necessità dell’anima, vedi “Elia”, vedi “Sidhe”), l’unica che darebbe evidenza a me stessa della mia qualità d’intelletto, della mia forza di cogitazione. Naturalmente, chi è abituato a pensare è abituato a considerare gli argomenti pregnanti da tante prospettive, e le “prospettive” d’analisi che si possono prendere in considerazione rispetto all’argomento suicidio sono tante, diverse, tutte altrettanto importanti.

Un quesito che mi ponevo già quando scrivevo Quatum Leap, e che svilupperò in maniera importante nei successivi volumi di quella serie è per esempio questo:”Ma noi siamo costretti a vivere?”. Confesso che anche la sola idea di una simile possibilità mi dà alla testa, mi rende furiosa. Il solo pensiero che noi potremmo non essere liberi di scegliere se “vivere” o “morire” è l’onta più grande che riesce a immaginare uno spirito incapace di tollerare qualsiasi catena, proprio come è il mio. Di fatto, oltre questa domanda a mio avviso non ci può essere nient’altro, perché è rispondendo alla stessa che noi abbiamo contezza di tutto il resto, finanche della sostanza insita in una eventuale risposta al quesito ontologico fondamentale: “Perché?”.

Insomma, decidere quando è il momento di dire “basta!” è secondo me l’apice della nostra libertà ed è in questo che sono d’accordo con Prezzolini «Il suicidio è l’atto più puro del pensiero. È un assoluto che non lascia nulla da risolvere. È la più sicura affermazione di libertà»; l’unica differenza tra me e Prezzolini è che io credo fermamente che il suicidio non risolva, non tanto in questo piano di esistenza, quanto piuttosto in quello successivo. Paradossalmente però, è proprio questo nostro non sapere nulla del suo reale “valore aggiunto” che fa del suicidio un atto mirabile, come solo può essere quel momento in cui ogni anima si determina e con coraggio strappa il velo che separa la vita del corpo dalla vita dello spirito. In cui ogni anima si decide, insomma, ad abbracciare l’eternità. Con coscienza e indipendentemente da ciò che sarà.

Rina Brundu

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