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Filosofia dell’anima – Ancora su “Samarcanda”: il carattere didattico. Sull’ammirazione e su Vecchioni poeta dei tempi.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Ormai la mia è una vera e propria campagna. Tempo fa feci un’analisi tecnica e retorica del testo “Samarcanda” di Roberto Vecchioni, stavolta vorrei soffermarmi sul suo carattere didattico, sulle sue qualità connotanti tipiche della filosofia dell’anima.

Credo che un primo insegnamento che ci regala questa composizione – a livello paratestuale e testuale – è che quando siamo in presenza della vera arte si annullano le critiche, si annullano i “ma”, i “se”, i “però”, si annullano finanche le gelosie-artistiche che sovente vengono a manifestarsi nel mondo: davanti alla vera arte resta soltanto l’ammirazione. Non è una cosa da poco. Non è una cosa da poco perché in qualche modo questa mirabile lezione etica ci restituisce la pace dell’anima, cioè ci dice che dentro di noi esiste un input mosso da una sorta di giustizia e di capacità di critica universale, un tratto che non si piega mai, neppure davanti all’egoismo o all’interesse personale, un tratto capace di mettere in primo piano il “meglio”, non importa chi lo produce.

Come italiani, inoltre, ovvero come comunità che negli ultimi cinquanta anni ha visto morire tutta la sua capacità artistica, dal cinema, al teatro, al mondo della scrittura e della canzone, sovente calpestata dall’interesse politico e di bottega, questo testo di Vecchioni è importante perché ci ricorda la componente “geniale” che nei secoli andati era caratteristica tipica di tanti nostri artisti.

Per questi e molti altri motivi Samarcanda dovrebbe essere la “perla” che fa da perno, e che dovrebbe portare a un Nobel per Roberto Vecchioni, il quale non è un altro cantautore qualsiasi ma un vero e proprio poeta dei tempi. Naturalmente, se guardiamo ai recenti premiati del Nobel per la Letteratura (in alcuni casi ridicolissimi), le speranze non sono tante, ma se pensiamo che quel Premio non è stato né di Kafka, né di Joyce, né di alcun altro genio che abbia mai fatto vera letteratura… be’ ci si può consolare. Ci si può consolare di essere almeno vissuti in un’epoca in cui “Samarcanda” esisteva già e l’abbiamo potuta ascoltare!

Rina Brundu

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