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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Epitaffio. A proposito di VENERATI MAESTRI. Genesi di un breve studio dedicato all’emergenza mediatica in Italia tra gli anni 2014-2018.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Epitaffio

Libero finalmente, libero finalmente!

Grazie Dio onnipotente,

libero finalmente[1]!

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Ma con tutto quel caos politico e mediatico dove stava il giornalismo italiano? Il giornalismo italiano, travestito da nemesi politica e culturale, da istanza intellettuale pregnante, si era posizionato proprio al centro dell’arena, distribuendo colpi a destra e al centro in alcuni casi, a sinistra in altri, ma sempre riuscendo a trasformare la grande idealità che tecnicamente avrebbe dovuto farlo vivere in una boutade intellettuale e scritturale. Peraltro, fu proprio in quel frangente che, mentre la rotativa girava, stampando milioni di copie, che nelle intenzioni degli autori e degli editori avrebbero dovuto convincere gli italiani della bontà delle loro tesi politiche e morali, si poté udire, forse per la prima volta, la sua voce formidabile e tonante, insieme all’usato ritornello che andava ripetendo senza soluzione di continuità sin dal primo vagito: sì, badrone! [2]!

Il titolo originale era proprio “Sì, badrone!”. Poi in un momento di ripensamento l’ho cambiato in Venerati maestri, ma me ne sono pentita: il primo titolo era meno ironico, tuttavia andava direttamente al punto, descriveva in pieno la “gravità” del problema affrontato. Questo lavoro è nato come spin-off di un datato testo di denuncia politica che sto chiudendo in questo periodo. Per certi versi era la sua “Premessa”, ma lentamente è cresciuto fino a diventare un lavoro a se stante, che, peraltro, mi ha insegnato tanto, tantissimo, molte piccole cose che pur studiando le dinamiche giornalistiche da trenta anni circa, non conoscevo.

L’avermi insegnato è senz’altro il dono più grande che mi ha fatto questo saggio breve. Grazie allo stesso ho potuto studiare le origini del giornalismo, ma soprattutto le origini dei giornali italiani, le loro ragioni per esistere. Soprattutto, sono riuscita a rispondere in maniera esaustiva (cioè soddisfacente persino per uno spirito critico come il mio), a quella fondamentale e impegnativa domanda di cui al titolo: chi ha ucciso il giornalismo italiano? Da questo punto di vista, la risposta ottenuta mi ha sorpreso tantissimo, ed è senz’altro una risposta che all’inizio non sarei mai stata in grado di dare. Si tratta di una “risposta” che è stata sempre sotto l’occhio di chi guardava, anche mio, ma che per quanto mi riguarda non ero mai riuscita ad afferrare, obnubilata com’ero dal tanto fumo creato dalla “guerra di Segrate”, dal berlusconismo mediatico, dal debenedettismo che mai come in questi ultimi anni ha provato a mettere un gioco pseudo-intellettuale a un intero popolo, in dati casi riuscendoci benissimo, specie con le frange di popolazione più anziane e con un reddito medio-alto.

Però il “colpevole” del crimine investigato era un altro, i fatti si sono svolti diversamente da come avevo sempre pensato, e averlo capito è stato importante per me, perché adesso riesco anche a comprendere meglio il perché di date dinamiche, riesco a immaginare scenari diversi rispetto alla “soluzione” che prima o poi bisognerà adottare per risolvere il problema della tremenda emergenza mediatica che ha vissuto e sta ancora vivendo il nostro Paese; cioè di quella crisi-etica-e-deontologica che si è aggravata in maniera sostanziale e importante in quel febbraio 2014 che ha segnato per sempre, forse in maniera irreversibile, il destino della nostra nazione.

Resta il fatto che c’é qualcosa di mirabile, di straordinario, in questo evidente sfasamento che si registra tra la crescita intellettuale del Paese Italia, e la crescita di quelle pedine che, paradossalmente, negli anni passati erano deputate a fare da intermediari al popolaccio nella comprensione delle dinamiche più complesse che fanno vivere la realtà quotidiana. Detto altrimenti, la nazione è intellettualmente cresciuta, quelle pedine no, e da questo deleterio status-quo deriva anche lo “scarto” responsabile, in ultima analisi, per la perdita di ogni credibilità da parte del giornalismo italiano contemporaneo. Tuttavia, val la pena osservare come tale “perdita di credibilità” diventi in definitiva un “plus” per il lettore moderno, giocoforza costretto a imparare a ragionare di suo, a informarsi alla fonte, a consultarsi con una popolazione molto istruita, che suo malgrado (o per suo merito), si fa fonte di maggiore conoscenza.

Non tutto il male vien per nuocere dunque. Questo mio lavoro ha infatti dimostrato che, malgrado le difficoltà contingenti, quello che stiamo vivendo è in realtà il primo periodo nella lunga Storia del giornalismo italiano in cui si registra un tentativo di dar vita a un nuovo professionismo davvero indipendente, davvero libero (che non significa privato di una linea editoriale politicamente orientata), davvero capace di vincere la sfida con i tempi, e con alcune pedine, peraltro ampiamente citate nel mio scritto, che si fanno notare più di altre.

Naturalmente, è ancora molto difficile capire se il futuro avrà un posto per il giornalismo così come lo intendiamo oggi, in una qualsiasi forma. Insomma, non ci si dovrebbe stupire se il modello informativo che verrà sarà completamente diverso da quello che è stato fino ad oggi, magari qualcosa che al momento non siamo neppure in grado di immaginare. Ma qualsiasi sia questo nuovo “format” preferito dai posteri, la speranza è che lo stesso sia consolante per il loro spirito, che possa restituire dignità all’impegno intellettuale, allo studio, alla conoscenza, alla mera informazione di cronaca, perché ciò che abbiamo visto in questi ultimi trenta-quaranta anni, che in tanti casi stiamo ancora testimoniando, specialmente in Italia, non fa onore a nessuno. Non fa onore agli editori, non fa onore a tanti professionisti ormai ridotti al ruolo di “utili idioti”, non fa onore a noi come coscienze libere e come entità collettiva.

Detto altrimenti, il giornalismo italiano ha scavato tanto, ha ormai raggiunto il fondo (si spera), ma adesso è finalmente venuto il tempo di cominciare una difficile risalita, perché alla fine proprio questo significa fare buon giornalismo: avere il coraggio di scontentare, avere il coraggio della solitudine, avere il coraggio di dire no, avere il coraggio di relegare l’ego in fondo alla sala, avere il coraggio di battersi come Davide contro Golia, avere il coraggio di raccontare ciò che l’occhio testimonia e il cuore comprende in maniera intuitiva, subito.

Tutto il resto è carta straccia, patinata, che non vale la cellulosa usata per stampare, che ci umilia come anime e come spiriti, specchietto per le allodole costruito a bella posta per millantare una capacità intellettuale che non esiste e per vivere alle spalle di chi lavora e produce: braccia levate all’agricoltura, appunto!

Rina Brundu

[1] (Prologo a Venerati Maestri. Chi ha ucciso il giornalismo italiano?). Anche sulla tomba di Martin Luther King Junior (1929-1968):“Free at Last, Free at Last, Thank God Almighty, I’m Free at Last”.

[2]  Estratto da: 1.6 Quelli di Capalbio

 

Un morto scomodo e una pletora di potenziali assassini sono i protagonisti di un mistero atipico che per essere risolto dovrà necessariamente farsi viaggio di studio e di conoscenza. Solo partendo dalle origini del giornalismo, dalla nascita dei primi quotidiani italiani, passando per la “Guerra dei venti anni”, l’analisi dei rapporti internazionali sul livello di libertà di stampa in Italia, l’arrivo del giornalismo online, la presentazione di alcuni casi-studio, sarà infatti possibile una attenta lettura della scena del crimine, raccogliere gli indizi e stringere il cerchio intorno al colpevole. Chi ha ucciso il giornalismo italiano? Come in ogni giallo che si rispetti la risposta a questo quesito non sarà affatto scontata, né sufficiente a fugare il dubbio: e se si fosse sbagliato tutto, sin dall’inizio?

Indice

Epitaffio
Capitolo 1
Venerati maestri e soliti stronzi: le origini
1.1 In principio, c’era Gutenberg…
1.2 1976, nasce la Repubblica di Eugenio Scalfari
1.3 Gli anni 90 e Mani pulite
1.4 La guerra dei venti anni
1.5 Berlusconi: “L’Italia è il Paese che amo”
1.6 Quelli di Capalbio
1.7 La rivoluzione digitale
Capitolo 2
I rapporti internazionali sulla libertà di stampa
2.1 1960 1995 Lo studio di Raymond B. Nixon e la lettera dell’IPI al ministro Mancuso
2.2 Freedom House Il rapporto 2002
2.3 Freedom House Il rapporto 2004: l’Italia diventa uno Stato PARTLY FREE
2.4 Freedom House Il rapporto 2014
2.5 Freedom House Il rapporto 2015
2.6 Il rapporto 2016 della Freedom House: reticenza?
2.7 Freedom House Il rapporto 2017
2.8 2013-2018. I rapporti di Reporters sans frontières
Capitolo 3
2014-2018: dal governo Renzi al Salvimaio
3.1 La XVII legislatura, l’intoccabile e la congiura del silenzio
3.2 Il Caso Alessandro Di Battista e il risveglio della “coscienza” giornalistica in Italia
Capitolo 4
La crisi e il giornalismo online
4.1 La crisi nelle vendite
4.2 Dal giornalismo al giornalismo online
4.3 Il problema della credibilità
4.4 Caso studio 1 Repubblica vs Luigi Di Maio
Capitolo 5 
Caso studio 2 Il Corriere della Sera
5.1 Il Caso Raggi e il Caso Spelacchio
5.2 Certificazioni ADS e trend negativo
5.3 La svolta di Cairo, oppure no?
Capitolo 6
Caso studio 3 Il Fatto Quotidiano
6.1 Il “Caso Salvini” e i commenti in calce
Capitolo 7
Caso studio 4 La verità
7.1 Sul nuovo giornalismo a destra
7.2 La pagina Facebook di Salvini
Capitolo 8
Caso studio 5 Il problema Rai
8.1 Gli anni del renzismo e il “Caso Fazio”
8.2 Rai: lottizzazione senza fine
Capitolo 9
Caso studio 6 Gli altri players editoriali
9.1 L’impero berlusconiano e il serpente che si morde la coda
9.2 Cairo Communication, l’editore puro?
9.2 Avvenire e gli interessi di Dio in terra
9.2 Il Gruppo Caltagirone
Capitolo 10
Sull’emergenza mediatica in Italia: il problema socio-economico
10.1 I contributi all’editoria
10.2 Alcune interrogazioni di base
10.3 Intermediazione e disintermediazione
10.4 Stampa di regime e censura
10.5 Il falso spettro del populismo
Capitolo 11
Sull’emergenza mediatica in Italia: il problema culturale e deontologico
11.1 Le associazioni culturali: beata ignoranza!
11.2 La censura e il mobbing
11.3 Baroni e mercanti di verità
11.4 Dalla notizia circolare alle marchette
11.5 Dubbi ontologici arcani
Capitolo 12
Chi ha ucciso il giornalismo italiano?
12.2 Il giallo e gli indizi neppure troppo nascosti
12.3 Come Poirot sull’Orient Express
12.4 Codice etico della vita italiana (1921)
12.5 Dénouement
Postfazione
Appendici
1. Quotidiani italiani 2015-2016: tiratura, diffusione cartacea, diffusione digitale
2. Quotidiani nazionali e locali del Gruppo GEDI
3. Quotidiani e periodici del Gruppo RCS
4. Informativa ADS Dati Certificati 2016
5. Informativa ADS Dati Certificati 2017
6. Scene dal giornalismo italiano
Nota bibliografica
Biografia
Libri di Rina Brundu

Rina Brundu – Scrittrice italiana, vive in Irlanda. Ha pubblicato i primi racconti nel periodo universitario. Il romanzo d’esordio, un giallo classico, è stato inserito nella lista dei 100 libri gialli italiani da leggere. Le sue regole per il giallo sono apparse in numerosi giornali, riviste, siti, e sono state tradotte in diverse lingue, così come i suoi saggi e gli articoli. In qualità di editrice ha coordinato convegni, organizzato premi letterari, ha pubblicato studi universitari, raccolte poetiche e l’opera omnia del linguista e glottologo Massimo Pittau, con cui ha da tempo stabilito un sodalizio lavorativo e umano. Negli ultimi anni ha scritto diversi saggi critici, ha sviluppato un forte interesse per le tematiche e le investigazioni filosofiche, e si è impegnata sul fronte politico soprattutto attraverso una forte attività di blogging. Anima il magazine multilingue www.rinabrundu.com.

9781999344191

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