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Chuck Lorre, uno sceneggiatore da Premio Nobel per la Letteratura. E sulla conclusione di The Big Bang Theory.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Mancano ancora circa 9 puntate da queste parti, e poi, dopo 12 anni, dopo circa 280 episodi, terminerà la stratosferica sitcom che è soprattutto figlia dell’incommensurabile sceneggiatore statunitense Chuck Lorre.

The Big Bang Theory non continuerà per un solo motivo: perché Jim Parsons (il mitico Sheldon Cooper), ha rifiutato i cinquanta milioni di dollari che gli sono stati offerti per continuare; il suo viaggio artistico come “nerd” molto trendy sarebbe finito. C’è da capirlo, ma la decisione non deve essere stata gradita alla produzione che deve letteralmente dare addio a un parto creativo eccezionale, alla gallina dalle uova d’oro che ancora oggi, dopo 12 anni, continua ad essere il tv show più seguito in America, il più seguito in tutto il mondo. Peraltro, sono pochi i programmi televisivi a vantare una partecipazione continuata di così tanti scienziati famosi, a cominciare dal goliardico e ormai defunto Stephen Hawking, e che possono dire di avere dato il proprio nome ad almeno due specie di organismi appena scoperti.

Ma non è del fattore didattico in The Big Bang Theory che vorrei trattare in questa occasione (anche perché l’ho già fatto in molte circostanze), quanto proprio del suo più attivo creatore Chuck Lorre. Lorre è forse lo sceneggiatore di maggior successo oggigiorno, sono miliardi gli spettatori dei suoi shows, tantissimi i premi portati a casa.

A mio avviso, però, Chuck Lorre si qualifica anche come vincitore di un possibile e futuro Premio Nobel per la Letteratura. Perché proprio questo dovrebbe fare quel Nobel: premiare chi ha saputo, con il suo genio, la sua qualità goliardica,  il suo commitment di una vita, fare didattica, insegnare il valore del dono della leggerezza, indirizzare, modellare il sogno di intere generazioni, raccontarle.

Di fatto chiunque sostenesse che Lorre non ha saputo fare questo, non solo non conosce il suo lavoro, ma soprattutto è assente dall’universo in cui viviamo: la morte dell’anima per ogni critico che si vuole davvero tale!

Rina Brundu

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