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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Lettere a me stesso – Il debito di Lena

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Lena fu la prima a essere interrogata in filosofia.

Se la cavò discretamente raccontando la vita ed enumerando alcune delle opere di Kant.

La prof, una giovane di città appena laureata, non solo le assegnò un otto, ma lo proclamò con orgoglio, con l’intenzione evidente di stupirci, di farci intendere di che pasta era fatta.

Io sobbalzai: si era al primo trimestre e, per giunta, Lena era ripetente.

Sedevo al primo banco e, nell’agitarmi, con la punta della scarpa urtai la tavola che chiudeva anteriormente il banco (l’accorgimento era stato montato per i primi banchi delle tre fila allo scopo di negare al professore la vista delle gambe e di eventuali scorci di coscia delle studentesse). La prof si girò avvertita dal rumore, mi guardò interrogativa e chiese cosa mi rodesse.

«Nulla, signora. Proprio nulla!» risposi, alzandomi in piedi e restando sulle mie.

«Non ci credo, l’ho vista così agitato!».

Ah! – riflettei fra me – Iniziamo bene! Ci dà pure del lei. Speriamo che non finisca col voi!

«È che un otto al primo trimestre mi sembra… temerario!» azzardai da aspirante suicida. «Senza nulla togliere alla compagna, si capisce. Non che la conosca a sufficienza per poter giudicare: è nuova in questa classe».

«Da dove viene?».

«Devo dirglielo io?» chiesi. Lena era già ritornata al suo posto.

«E chi sennò!».

«È ripetente. Niente contro di lei, sia chiaro: otto le ha dato e otto rimane. Giusto?».

«Non cambio facilmente il mio giudizio!» si esaltò.

«Vedremo» borbottai mettendomi seduto, rivolto al compagno di banco che rise spudoratamente.

«Cos’ha detto?».

«Quello che ho detto, l’ha sentito. Vuole che glielo ripeta?» feci finta di rialzarmi.

«Aresu, mi dica lei cosa le ha mormorato il suo compagno».

Aresu, che aveva un viso da bambino, piccolo e glabro, si fece tutto rosso, parte per l’emozione, parte per la stizza.

«Ma cosa vuole questa?» bofonchiò a testa china, mentre malvolentieri sollevava il sedere dalla panca. Quindi disse a testa alta: «Guardi, professoressa, se ha mormorato, non l’ha fatto con me. Fra di noi ci parliamo sempre a voce alta».

La classe scoppiò a ridere, anche per la tipica parlata nasale e strascicata del compagno.

La prof fece la faccia cattiva, picchiò con la palma aperta sulla cattedra e aspettò che ritornasse il silenzio. Poi, rivolta sempre al nostro banco:«Bene, la festa è finita! Chiamo voi due all’interrogazione!».

Ecco appunto quel deprecato voi/tu che, anche troppo sbrigativamente, fu tra noi.

Mi alzai, bloccando il passaggio al mio compagno e, intanto che la fissavo dritta in faccia, le chiesi: «Scusi, ma lo fa per punizione? Perché, guardi… siamo abituati diversamente. Sappia che spesso ci offriamo volontari».

«Non m’importa. Lei venga e risponda alle domande!». E voilà di nuovo un altro lei allocutivo.

Ero preparato, e non a caso, sia su Kant che su Rousseau, gli autori sino a quel punto presentati. La prof nuova arrivata infatti m’irritava non solamente per la voce stridula, ma per quell’aria di muta superiorità da cittadina nei confronti dei paesani: non mi andava di concedere neanche mezza brutta figura di fronte a lei.

Uscimmo dal banco e, muovendoci con indolenza, ci piazzammo uno a destra e uno a sinistra della cattedra. La classe era ammutolita.

Iniziò da me: «Mi parli di Kant!» ordinò mentre s’irrigidiva, evidentemente intenzionata a farmela pagare. Attesi un attimo a concentrarmi, poi le chiesi: «Scusi, devo iniziare dalla vita, o possiamo saltare questa tiritera a piè pari, visto che ne ha parlato a sufficienza la compagna?».

«Salti pure; alla vita ci ritorniamo dopo».

«Ritorniamo alla vita?» domandai con la faccia innocente. «Va bene! Io …» mi fermai mentre stavo per dire: io ci credo pure alla resurrezione.

Ero irragionevolmente ostinato a contrastarla.

Ostentai le braccia conserte con le mani in evidenza, atteggiamento provocatoriamente esplicito di sicurezza in me stesso, se non di sfida, visto che avevo sorriso alla battuta del ritorno alla vita.

«Immanuel Kant» iniziai con calma, «è stato il filosofo più importante dell’Illuminismo tedesco, nonché anticipatore della filosofia idealistica». E qui feci una pausa significativa come uno che cerca le parole appropriate. «Kant costruì un sistema filosofico…».

«Cosa significa sistema?» m’interruppe la prof.

«Per sistema filosofico s’intende la sistemazione organica delle conoscenze filosofiche tale che…».

«Va bene. Continui!».

«Allora… Kant costruì un sistema filosofico basato sul Criticismo, solido pilastro su cui ha poggiato tutta l’attività…».

«Cosa intende per pilastro?» perseverò nelle interruzioni la prof.

«Pilastro? È qualcosa che sta sotto, diciamo alla base, atto a reggere il peso … scusi, non fa che interrompermi! Mi ha scambiato per un vocabolario?» protestai, cambiando il peso del corpo da una gamba all’altra. Lei non se lo aspettava, la classe sì, visto che con molti ci conoscevamo da cinque o sei anni. Scoppiò una sonora risata che la seppellì. Invano continuava a battere la mano sulla cattedra.

«Silenzio!» s’imbestialiva a squarciagola, e quando la calma pareva tornare, dal fondo dell’aula riemergeva una nuova risata contagiosa.

Quando alla fine si ristabilì un po’ d’ordine, si volse dalla mia parte e ordinò, come se nulla fosse successo: «Continui, prego».

«Ma lasci perdere!» risposi e me ne tornai al banco.

«Ne terrò conto! Stia pur certo!» minacciò confusa. Chiaramente non aveva capito l’atmosfera che si era creata in classe, quindi passò all’esame del mio compagno. Aresu era alto e magro; inoltre si adagiava in una posa particolare a causa di una poliomielite dalla quale aveva ereditato una gamba più corta e più debole.

«Mi parli di Rousseau!» impose la prof, con rabbia evidente.

«Di chi?» chiese placidamente Aresu, come se non avesse inteso la domanda.

«Jean-Jacques Rousseau!» ribadì baldanzosa, quasi sillabando, manco lontanamente circospetta della personalità di chi le stava di fronte.

Per il minuto successivo Aresu raccolse le idee in un silenzio imbarazzante, mentre la classe tratteneva il respiro: «Rousseau, Rousseau…?» chiese formalmente a se stesso, totalmente impegnato a far emergere un ricordo preciso. «Rousseau ha detto, vero?».

«Jean… Jacques… Rousseau!» ripeté la prof, simulando un atteggiamento acquiescente: era sicura di averlo in pugno!

«Jean-Jacques Rousseau… Ah! Ecco… Mai sentito!».

Non racconto cosa capitò in classe, ma basti dire che s’affacciò alla porta anche il preside, impressionato dal chiasso che veniva dalla nostra aula.

Sono testimone che la prof quel giorno fu tragicamente risoluta, giocandosi ogni futura possibilità di risalita in fatto di credito: chiamò tutti all’interrogazione, esaurendo la lista grazie al fatto che nessuno si mosse dal banco: segnò un due a tutti; solo a me, bontà sua, riconobbe un tre.

Lena dunque mantenne quel rocambolesco otto in Storia della Filosofia e della Pedagogia. La prof, dal canto suo, non si azzardò ad assegnarne un altro in tutto l’anno. Se ora si pensasse che Lena si fosse legata al dito la mia stravagante reazione al suo voto, si sbaglierebbe. Lena – che sedeva al primo banco nella fila di sinistra, mentre io stavo al primo banco nella fila di destra – per star dietro alle spiegazioni alla lavagna, posta proprio di fronte a me, si metteva spesso di traverso nel banco così che, quando giravo gli occhi verso quella parte dell’aula, incrociavo inevitabilmente i suoi. Lei mi ripagava con un sorriso d’intesa, sebbene ne ignorassi l’argomento, visto che eravamo d’accordo su nulla. Era simpatia istintiva, supposi. O empatia, visto che lei era la figlia minore in una famiglia imparentata con mia madre. In pratica Lena, Maddalena nel registro, era una mia lontana prozia, in quanto cugina in secondo grado di mia madre.

Eppure contava solamente tre anni più di me.

La conoscevo come persona tranquilla che studiava a iosa. Quando passavo nella via dove abitava al piano terra, la sentivo dalla strada leggere e rileggere vicino alla finestra, e a voce alta ripetere come un disco la storia, la geografia, la letteratura o la filosofia, cose che mandava a memoria.

Nulla era distante da me più del suo modo di studiare.

All’inizio del secondo trimestre cambiai posto: dovetti lasciare il buon Aresu per sedere nel banco dietro a Lena. Per forza di cose si entrò in confidenza, anche perché chiedeva a me e alla mia nuova compagna di banco qualche aiutino, sia per la matematica che per le versioni di latino.

La mia compagna s’affrettava a far fronte alle sue richieste, perché: «Lena ti guarda come se fossi un pinguino alla fragola!», borbottava coloritamente. Siccome lei era anche la mia “morosa”, come dicono dalle Dolomiti alla Laguna, le contestavo che filtrasse la realtà con la lente della sua gelosia: difficile immaginare che Lena nutrisse un debole per me.

A fine corso, in occasione delle prove scritte per l’esame di diploma, che sostenemmo in trasferta a Cagliari, ci disposero su due file di banchi addossati alle pareti in un enorme lunghissimo corridoio di un edificio appositamente apprestato. Ci fecero entrare in fila indiana per controllare l’identità e un commissario ci spartiva uno per banco lungo il corridoio, ora a destra, ora a sinistra. Capitò così che con la mia morosa ci trovassimo alla stessa altezza, ma divisi dallo spazio centrale fra i banchi, mentre Lena, in fila subito dopo, sedesse nel banco dietro di me.

Fu così anche il secondo giorno, per lo scritto di latino.

«Attento a non voltarti indietro quando ti chiedo qualcosa» mi disse appena ci sistemammo. «Però, quando cerchi nel vocabolario, sposta il foglio così che io riesca a sbirciare la tua versione».

E così feci per due volte o tre, senza capire a cosa le fosse giovato.

Il giorno dopo, per la prova di matematica, si ripeté pari pari la stessa sistemazione.

Prima che ci organizzassimo, mentre la fila dei candidati ancora scorreva tra i banchi, da dietro Lena mi sussurrò all’orecchio: «Non fare lo stronzo proprio oggi. Lo sai che non ne azzecco una in matematica. Quando finisci e ricopi in bella, sposta il foglio di brutta, mettilo in modo che lo possa vedere chiaramente. E vedi di ricopiare lentamente. Mi serve tempo».

«Senti, Lena» già ansioso di mio, mi voltai alterato «non mi starai chiedendo troppo?».

«Sì, è così! Ti chiedo molto perché non posso fare a meno del tuo aiuto. Guarda che sono pronta a ripagarti bene».

Lessi nei suoi occhi un’angoscia profonda. Credo che la paura stesse nel fatto che, essendo ripetente, se non passava l’esame, non avrebbe potuto frequentare ancora un altro anno.

Ero già pentito delle mie parole: «Non m’interessano i soldi!» sorrisi, giusto per sdrammatizzare.

«E allora» accennò un sorriso pure lei, «ti darò quello che mi chiederai. Mi hai capito? Anche quello ti do. Lo giuro!».

«Quand’è così!» convenni divertito, perché quello, l’innominato, nel nostro vernacolo ha due nomi di genere maschile, nella parlata popolare ricorrenti più dell’amen in chiesa.

Le cose andarono come Lena pronosticò e alla fine lei, al pari della mia compagna e di me stesso, fu promossa. Tutto qui.

Una settimana dopo aver saputo l’esito, era forse l’ultima di luglio, uscii di casa ed entrai nel bar che era gestito dalle sorelle maggiori di Lena.

«Complimenti per Lena!» gorgogliai appena entrato, «Questa è stata la volta buona!».

«Ah, grazie. Vi siete fatti onore!» recitò Veronica mentre lavava una tazzina. «Lena è qui, al piano di sopra. Vi siete visti? Aspetta che la chiamo».

«Siete stati bravi davvero, bisogna brindare. Cosa ti posso offrire?» chiese Marta, l’altra sorella.

Prezioso notare come, avendo Lena una mamma di nome Rachele e un Lazzaro per papà, era chiaro che in famiglia si consultassero le Scritture, prima di recarsi all’anagrafe. A questo pensavo sorseggiando la Pepsi direttamente dalla bottiglietta, in piedi davanti al bancone. Lena si presentò, mi venne incontro felice come mai l’avevo vista, si complimentò con me sino al bacio sulle guance. A dire il vero, sembrava un’altra persona, non la fotocopia della ragazza abbacchiata che avevo avuto come vicina di banco per mesi.

Il bar era praticamente vuoto in quel momento. Lena chiese un gettone alla sorella per andare nel saloncino a giocare col calcio balilla.

«Dai che m’insegni!» cicalò con entusiasmo, sentendosi al centro dell’attenzione come una bambina ingenua e emozionata nel giorno della sua Prima Comunione.

Una volta dentro, a tu per tu, cambiò espressione. Si era fatta seria, mi guardò dritto in faccia, stando dall’altra parte del biliardino, mentre armeggiava con le manopole, discretamente nervosa. Mi ringraziò per l’aiuto che le avevo dato, soprattutto per il terzo scritto. Me lo ripeté più volte.

«Se ti sono sembrato reticente» mi scusai ricordando la mia prima reazione «è solo perché sono un fifone. M’era venuta la strizza che ci scoprissero, lo sai che non sono egoista».

«Comunque sono in debito con te. Non l’ho dimenticato». E qui si fece rosso porpora. Anche le mani si erano fermate, stringevano con forza le manopole.

«Ehi! Non vorrai pagarmelo in contanti, qui e adesso?» risi scherzoso, con quel tanto d’ironia che la situazione richiamava.

«Certo che no, stupidino. Ci mettiamo d’accordo?».

Pronunciò le parole sottovoce, senza che potessi leggervi alcunché di giocoso.

Óh, qui si fa sul serio!, annotai mentalmente. Chissà quanto le è costata questa forzatura! Lena è una timidona. Un vero exploit per lei!

«A cosa pensi?» le chiesi, sorridendo sornione senza espormi, in attesa di sviluppi. Chiaramente, se mai prima potessi aver creduto alla sua promessa giurata come a una cosa seria, óh…

«Ascolta: domani alle otto e mezzo fatti trovare alla fermata della corriera. A casa dirai che ci ha invitato la professoressa Pianu, quella che ci ha fatto da commissario interno: tutti i promossi ci ritroviamo a pranzo a casa sua, poi si va al cinema insieme. Anch’io ho dato questa scusa».

«Ah, bueno!» approvai a cuor leggero. «Peccato però che no tengo dinero, muchacha!».

(I Righeiros, vent’anni dopo, mi avrebbero rubato l’espressione che io però avevo preso a prestito da ziu Peppi Cadeddu, il quale aveva fatto la Guerra Civile in Spagna, della quale parlava spesso, senza che, per altro, si fosse mai pienamente reso conto da quale parte l’avessero schierato).

«A questo ci penso io!» rise Lena, «Credi che rifilerei a te le spese per il mio debito, muchacho?».

Finì che fingemmo di giocare a biliardino, fra uno sguardo furtivo e un sorriso impacciato d’intesa.

Mia madre non fece obbiezioni, ma si guardò bene dal parlare di soldi, per paura che gliene chiedessi. E poi mi sapeva abbastanza giù di tono perché la morosa era partita e chissà quando l’avrei rivista. Forse aveva già sbirciato fra le mie cose, in cerca delle lettere che la postina mi recapitava quasi a giorni alterni. In Sardegna il matriarcato resiste, i figli sono un bene di proprietà.

Il mattino dopo mi presentai più che puntuale…

Continua la lettura…

Una scrittura trapuntata di perle retoriche, di creazioni aforistiche, dosata nella sua goliardia, connotata da un formidabile tratto rabelaisiano, è l’ingrediente segreto di questa raccolta di racconti che si fa preziosa cartolina, straordinario carteggio dal passato inviato dall’autore a se stesso, a conforto dell’anima, a ricordo di un mondo scomparso, ma ancora caro allo spirito. Così, chiuso tra massicce colline che degradando verso il mare sanno essere aspre o dolci a seconda dell’occasione, delle circostanze di vita, persino dell’umore, l’antico villaggio minerario sardo di Ingurtosu riprende vita, si fa universo colorato di ancestrali miti, di riti quotidiani, spettri di antichi paesani che vivevano “senz’anima in corpo”; si fa oasi rigenerante lo spirito, cronaca dimenticata, storia di donne note allo spirito e altre sconosciute, persino orizzonte segnato davanti all’occhio clinico, ossimoricamente lucido delle multiple “personalità” che guardano e che, suo malgrado, lo scrittore, ormai avanti negli anni, si sente ancora “costretto” a portarsi dietro, alla stregua un’eredità soffocante e ricchissima in una.

Contenuti

Ai lettori
1 – Il bambino che non voleva crescere
2 – Il reduce
3 – Lula
4 – Passaggio a Ingurtosu
5 – Pensieri da Maestrale
6 – Natale al mio paese
7 – Toilette estiva
8 – Caccia alla Cincia mora
9 – Parlo di lei
10 – Vitalia
11 – Il corpetto di Martina
12 – Annabella Pubusa
13 – Il debito di Lena
14 – Genoveffa Barraccu
15 – Si chiamava Rossana
16 – Secondo tempo
17 – Amalia
18 – Indolenza
19 – L’ultimo orgasmo
20 – E da lì guardavo il mare
Note biografiche


Francu Pilloni – Nato nel villaggio minerario di Ingurtosu, nell’Iglesiente, è stato insegnante, consulente del lavoro, consigliere comunale, commissario e segretario del Psd’Az di Selargius dal 1982 al 1986, ha svolto una intensa attività sindacale. Autore di numerosi romanzi in sardo e in italiano, direttore della rivista Paraulas (1999-2009), è stato tra i promotori dell’associazione culturale Selargius&Sardigna, di cui fu anche il primo presidente dopo la fondazione, nel 1995. Nel corso di una vita dedicata all’impegno intellettuale, ha promosso diverse manifestazioni culturali, tra le quali il Premio Campidanu per la poesia, la narrativa, il teatro in limba, e numerose serate a tema sulla storia e la cultura sarda (Attoppus/incontri), a cui hanno partecipato personalità isolane come Giovanni Lilliu, Francesco Masala, Placido Cherchi e tanti altri. Pilloni, morto? No, ancora no, zoppica, ma non ha fretta.

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