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Il pasdaran Roberto Giachetti e il mio dilemma karmico.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Antefatto

Da tempo ormai non guardo più La7. Da quando Cairo ha annunciato guerra mediatica al M5S, i suoi giornalisti, incluso lo stesso bravo Giovanni Floris, sono diventati la flotta fedele che si assicura di spandere il suo volere (sarà davvero il suo?) urbi et orbi. Peraltro senza ottenere alcun risultato, dato che in Italia, proprio come dimostra ogni appuntamento elettorale, la Stampa ha perso così tanta credibilità che se Gruber dice SI, ognuno di noi si ritrova quasi costretto a dire NO, anche quando la successiva domanda è No, a cosa?

Un gran peccato per questa Rete che al tempo del renzismo era stata il rifugio ideale di tutta quell’Italia che preparava il redde-rationem politico del 4 marzo, dell’Italia onesta, insomma. Invece, vai con Fontana e impara a “fontanare”. Anziché essere stato l’editore a imporre una data linea, è stato il giornalismo-da-dimenticare a metabolizzare, una volta ancora, la deontologia e l’etica. Pazienza, ci siamo abituati ormai, e ormai ce ne facciamo una ragione.

Ma dicevo di come di questi tempi non guardi più neppure “DiMartedì” di Floris. Ieri sera, però, sul tardi, molto sul tardi (così tardi che ripensandoci adesso mi viene da speculare che l’orario sia stato scelto per nascondere “l’evento” ai bambini e agli afflitti da qualsiasi sventura), a un certo punto cambio canale in tv, e mi ritrovo Floris ancora lì, intento a intervistare uno dei bambini cattivi del renzismo: Roberto Giachetti, il pasdaran Roberto Giachetti. Per inciso quello dell’ira funesta contro Roberto Speranza. Quello che, dopo la debacle epocale renzista del dicembre 2016 ebbe a dire al duce di Rignano: “Caro Matteo, dici che non cacci via nessuno ma io rivendico anche quella politica dove qualcuno ha ancora l’etica di domandarsi se ha ancora senso stare in quella comunità, che ci fa ancora qui…(…)…. Ancora in queste ore rimango leggermente allibito quando leggo il novello Davide Roberto Speranza dire che è una sua proposta. Ho cercato parole ortodosse per dire cosa io penso. E penso: Roberto Speranza, hai la faccia come il culo”.

Cos’è la vita se di tanto in tanto non si fa qualche cazzata? Al più un apostrofo scolorito nell’attesa di realizzarsi, mi sono detta. Così ho deciso di non cambiare canale, discostandomi molto dalle abitudini recenti, laddove in presenza di un renzista e/o di un giornalista renzista io mi sono contrattualmente obbligata a cambiare canale in due secondi netti. Se vado oltre, mi costringo a pagare pegno leggendo un articolo di Maria Teresa Meli o guardando una registrazione di Brizzi dall’evento Leopolda. Insomma, come si evince non ci vado leggera, soprattutto quando si tratta di punire i miei stessi shortcomings intellettuali e morali.

Dicevo che non ho cambiato canale e tuttora ne sono lieta: raramente infatti ho visto uno spettacolo così divertente. Davanti a un Floris inginocchiato, empatico come mai in vita sua, Giachetti si è prodotto in una intervista da ricordare (almeno per quei tre o quattro gatti che erano ancora alzati a quell’ora): le ha infatti suonate chiare a Renzi dicendo senza mezzi termini che se Renzi è così saggio e bravo (sic!) da permettere a tutti di stare nel partito, lui non tollererà mai che vi ritornino i reietti. Per intenderci quelli della minoranza Leu che quando il PDR navigava in cattive acque brindavano a champagne…

Il tono è continuato così  lungo, epico, ispirato, da antico profeta incazzato, al punto che a un certo punto ho pensato che anche lui se non di champagne di qualche cosa dove essere “fatto”. Lo dico perché non ho mai sentito un discorso più staccato dalla realtà… e dire che il suo leader in questo campo è maestro tra i maestri. Per carità, nessun giudizio morale! Se dovessi rinascere, infatti, almeno una sigaretta vorrei fumarla… se non altro per vedere l’effetto che fa!

L’invettiva è andata avanti per circa dieci minuti di tempo terrestre, lo preciso perché quando Giachetti ha terminato il compitino recitato a memoria, e con un allegro balzello si è allontanato dallo studio come Gian Burrasca dopo che, non visto, si è sbafato la torta di mele della nonna, io mi sono data un piccolo colpetto in testa: sogno o son desta? Che a quell’ora il dubbio era legittimo.

Il dilemma karmico

Già, qual è il dilemma karmico che mi ha portato seco questo evento?! È presto detto. Il fatto è che, concorderà chiunque mi legge da venti anni, io sono un “giornalista” (lo dico non perché io sia scritta all’Ordine, giammai!, ma perché per me giornalisti si nasce non si diventa, e io ho proprio il marchio sul culo), molto diverso dai giornalisti di Cairo. Cioè io sono una che dice quello che pensa, non importa chi sia il target della critica, non importa nulla.

Ho sempre creduto fermamente in questo modo di fare, e nel giornalismo come “watchdog” della politica, come pensava anche il direttore dell’Ipi quando scriveva al ministro Mancuso, enne anni fa. Fare questo tipo di professionismo significa avere la forza e il coraggio di “criticare”, onestamente, ma sempre di “critica” si tratta. Di converso, è inutile dire che tutte le “critiche”, anche le critiche-giuste, portano seco dilemmi interni: ma avrò esagerato? Avrei dovuto andarci più leggera? Sono sicura di avere analizzato il problema come bisognava fare? And so on and so forth…

Negli ultimi tempi, tali e tante sono state le “critiche” che ho indirizzato a data politica becera e a dato giornalismo italiano piegato che, nei giorni scorsi, mi sono infine decisa: basta, da ora in poi ci vado più leggera, ne va della mia anima, del suo carico karmico!

Finalmente felice per questa ritrovata serenità e leggerezza dello spirito, me ne andavo ben bella (si fa per dire) per i miei studiati cammini, fino a che… fino a che mi ricapita sulla mia strada il pasdaran Giachetti, appunto!

Sfiga? Destino? Non saprei, dato che il dubbio, il dilemma irrisolvibile che mi consuma è attualmente questo: ma come facciamo noi giornalisti nati con il dna-giornalistico marchiato sul culo, a non criticare aspramente un qualcuno che racconta simili minchiate con la leggerezza della farfalla che sa di morire al tramonto? Ed è più deontologico – come direbbe Shakespeare, o forse Dante – guardare o passare o continuare a randellare? Il dubbio che la seconda opzione sia quella giusta, anche perché palesemente e platealmente scartata dal giornalismo italiano, lo confesso, mi vince! Sic!

Rina Brundu

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