Advertisements
PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

“Oggi è un altro giorno”, una short-story di Giuseppe Virnicchi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Una straordinaria raccolta di short-stories disponibile tra qualche settimana!

Estratto

Andrea osservava il diploma di laurea appeso tra i quadri del corridoio: l’orgoglio di mamma Lucia, sì, ma anche la sua frustrazione, perché dopo quasi dieci anni di quel pezzo di carta non se ne fregava più nessuno, complimenti caduti a livello zero, lavoro a livello sottozero.

L’occasione che poteva essere la svolta si presentò per un caso fortuito che si incastrava con le vicende di sua madre.

Deleva, un avvocato che aveva delle azioni in una Tv locale presso la quale Lucia faceva le pulizie, aveva messo gli occhi addosso alla donna, la cui unica colpa era di essere ancora bella e prorompente nel suo stretto camice da lavoro, sempre lo stesso da dieci anni; per lei non spendeva niente, cento volte era entrata nella merceria, cento volte era uscita con buste, fogli, penne e quant’altro potesse servire per Andrea, la sua vita, da quando aveva perso il marito, la sussistenza, tutto.

Che m’importa se il camice è stretto e consumato, chi vuoi che lo noti?! E invece c’era chi lo aveva notato, non il camice, ma il contenuto.

«Donna a cinquanta o delude o incanta! E voi incantate signora Lucia! Altro che!» recitava gentile sin dal primo giorno l’avvocato.

Con il passare del tempo, dal voi era passato al tu, dalle gentilezze alle molestie, dalle parole ai fatti, alle mani, che allungava sempre di più, sapendo che la bella mamma per il figlio non poteva rinunciare ai soldi del lavoro delle pulizie, e poi, l’illusione del posto di lavoro.

«Sai Lucia, tuo figlio è laureato, ha bella presenza, io potrei presentarlo al responsabile dei telegiornali» prometteva il viscido avvocato.

Ieri era un seno sfiorato con un gomito, oggi una mano sul sedere. Pazienza, fino a che ce la faccio sopporto, si diceva Lucia, non senza ingoiare bile in quantità industriale.

Ogni giorno che varcava la soglia di quello studio, per lei erano dolori allo stomaco, forti. Ogni sera ne usciva con i nervi a pezzi e qualche spicciolo di speranza di aiutare il figlio.

Ma l’avvocato aveva ben altre mire che non mano morte, la voleva ed era convinto che la donna, per un posto di lavoro per il figlio, il sogno della Tv, avrebbe sopportato tutto, compreso il suo squallido piano.

«Vieni, bella, proprio ora ho parlato con il direttore del telegiornale, domani aspetta tuo figlio».

Deleva si affrettò a chiudere la porta, era solo nello studio, i colleghi erano andati tutti via.

«Lasciate perdere, mio figlio sta bene così».

Lucia ormai aveva superato l’esaurimento nervoso, nel senso che era andata oltre sfiorando la depressione; quel giorno era ormai al capolinea della sopportazione.

La scopa già in mano, voleva chiudere sul nascere il discorso dell’avvocato. Era combattuta, tormentata, il posto al figlio in una televisione in cambio del suo seno… mai… però… Faccio illudere l’avvocato e poi lo mollo… Tarli, dolore, dubbi, rimorsi, tutto e il contrario di tutto girava nella sua testa.

«Ma tu lo sai che dipende da te, lo sai che tra qualche settimana Andrea potrebbe apparire in giacca e cravatta dietro uno schermo di una delle televisioni più importanti d’Italia?! Deve solo andare a fare il colloquio».

L’avvocato, in attesa di farlo con le sue mani, con gli occhi aveva già aperto il camice di Lucia.

«Proprio ora ho avuto dal direttore la conferma che domani aspetta Andrea. Il suo curriculum è piaciuto moltissimo, il centodieci e lode ancora di più…».

Il cento dieci e lode… Un sussulto d’orgoglio attraversò il corpo della donna. Un attimo, solo un attimo, il suo grande seno sembrò gonfiarsi e rompere quel camice consumato, un attimo e quel seno involontariamente alimentò, caso mai ce ne fosse stato bisogno, le insane voglie dell’avvocato.

«Vieni ne parliamo di là con calma».

Con la mano sulla spalla di Lucia, che immersa nel sogno del figlio aveva perso la cognizione delle reali intenzioni dell’uomo, non più carezze rubate e basta, Deleva si avviò verso il salottino attiguo allo studio.

Quasi in trance, Lucia pensava al figlio, alla notorietà, allo stipendio, agli stipendi, tutti i mesi, garanzia di rate, mutui, case; la fine di un incubo che stava vivendo da quando era rimasta vedova.

Pochi secondi per sognare, lei, pochi secondi per fantasticare, lui, l’avvocato.

Quando l’uomo le fu vicino, a contatto, tanto da farle sentire fisicamente la sua eccitazione, Lucia tentò di tirarsi indietro, di uscire dalla stanza.

«Che fai… vieni qua.. pensa al sogno di tuo figlio».

Nonostante gli occhiali appannati dal calore dell’eccitazione e dall’affanno degli anni mescolato con quello del desiderio, Deleva riuscì a spingerla sul divano. Il tempo di strapparle il vecchio camice, che non oppose molta resistenza, l’uomo subito ebbe fra le mani quel seno che gli aveva fatto perdere la testa dal primo giorno che l’aveva immaginato ribellarsi sotto quel vecchio, stretto – ma anche complice involontario – abito da lavoro.

Poco durò il dimenarsi dell’uomo, Lucia riuscì a liberarsi e a impugnare la scopa finita distesa accanto a lei; colpì Deleva al capo con tutta la forza che aveva e scappò via.

Il portiere dello stabile la vide scendere le ultime scale di corsa, ancora con la scopa in mano e il seno scoperto. Lasciò la guardiola e andò incontro alla donna, i suoi non erano sguardi di comprensione per il dramma di Lucia, ma di meraviglia e piacere di vedere nudo quello che per anni anche lui aveva immaginato sotto quel camice.

«Che è successo donna Lucia?».

Il custode riuscì solo a sfiorarla, Lucia dopo dieci secondi era già in strada, con le braccia incrociate sui brandelli del grembiule nel tentativo di coprire il seno.

Non aspettò l’autobus, camminò per tre chilometri, fermandosi soltanto sulla sedia della cucina. Dentro di lei, la molestia subita e la consapevolezza di aver lasciato cadere l’unica possibilità per il figlio di ottenere un posto di lavoro sicuro, prestigioso, ben retribuito, facevano a gara per spaccargli il cuore.

A mezzanotte Andrea trovò la madre ancora chinata sulla sedia ad aspettarlo.

«Sento una puzza di bruciato. Mamma, che fai ancora sveglia a quest’ora?».

«Distrattamente ho lasciato la pentola sul fuoco» balbettò la donna.

La puzza di bruciato non era stata causata da distrazione, Lucia aveva bruciato sul fornello il camice strappatole da Deleva. Era stato un gesto bivalente il suo: consapevole la scelta di non farlo trovare in casa al figlio, inconscia la volontà di rimuovere ogni traccia della molestia subita.

Qualche traccia, però, Andrea colse nei suoi occhi.

«Ma che hai? Non mi piaci; mi nascondi qualcosa» disse il ragazzo.

 «No… è che non mi sento tanto bene… però… siediti… ti devo parlare…».

Lucia non sapeva da dove iniziare.

«Lo so, mi vuoi dire che quel Deleva è uno dei soliti venditori di fumo; lo avevo capito da tempo… Che si tratta di gente di merda, di persone dalle quali non c’è da aspettarsi niente di buono?».

Lucia non sapeva come dire la verità, le verità, al figlio.

«Ma adesso andiamo a dormire, mamma, non ci pensiamo, vedrai che ce la faremo anche senza di loro, con le nostre forze, tu lavori tanto, non è giusto…».

«Il lavoro… Ho perso anche quello, perché non ritornerò mai più in…».

La prima verità che Lucia non voleva dire già le stava scappando fuori senza che se ne accorgesse.

«Come? Hai perso il lavoro!? Che c’entra il tuo lavoro!?».

Andrea alzava la voce, insisteva, voleva sapere.

«Calmati, calmati! Non gridare».

L’orologio della cucina segnava le due e quindici di notte quando Lucia aveva iniziato il racconto delle vicissitudini che aveva subito nelle ultime settimane. Si fece l’alba, dalla finestra filtrava un raggio di sole, timido, ma sufficiente a far luccicare il rosso del fiasco di Chianti, unico testimone, ancora sulla tavola della non consumata cena e della disperazione della madre e del figlio.

Lucia allungò una mano verso la bottiglia di vino e Andrea si meravigliò che volesse berne un bicchiere, lei che era astemia. Sconvolto, confuso, il ragazzo temette che la madre volesse anestetizzare il suo dolore con il vino.

«Mamma… che fai?!».

Lucia era disperata, ma non era all’alcol che pensava per porre fine al suo dolore.

«Ho preso la bottiglia per metterla in frigorifero… a te anche il vino rosso piace freddo».

La donna, nonostante la disperazione, non aveva perso neanche la più piccola delle attenzioni verso il figlio, e questo suo gesto fu un sollievo, anche se momentaneo, per Andrea.

Il ragazzo si alzò dalla sedia per tuffarsi, fisicamente e moralmente sfinito, nel suo letto. Ma quella notte, anzi quella mattina – erano quasi le sette – non dormì affatto. Nella sua testa girava il film delle ultime settimane di vita della madre, fotogramma per fotogramma, scena per scena in tutta la sua crudezza, dai primi giorni che aveva conosciuto e subito le molestie di Deleva, fino alla fuga con la scopa in mano dal tentativo di violenza. La sua ossessione non era più il posto di lavoro, lo stipendio sicuro, ma mettere le mani su quell’infame che aveva offeso sua madre.

Si alzò dal letto e così come stava, senza darsi nemmeno una lavata di faccia, scese in strada con l’unico obiettivo di affrontare Deleva.

Si appostò sotto la redazione degli studi televisivi dove la madre aveva subito mesi di molestie in attesa di Deleva e quando dopo ore lo vide uscire, senza dire una parola, lo schiaffeggiò ripetutamente e violentemente. Non aveva valutato, o più probabilmente se ne era fregato di tutto, le conoscenze e il potere dell’uomo.

Andrea finì in galera e nei telegiornali locali, compreso quello della televisione che avrebbe dovuto assumerlo. Giovane affetto da squilibrio mentale ferisce gravemente un noto avvocato.

La sua reazione contro chi molestava la madre era per quei giornalisti uno squilibrio mentale. Ma non era così. Quello di Lucia invece, sì; la sua depressione si avviò verso uno squilibrio senza ritorno. Si era andata convincendo che un po’ di dolore, passeggero, quella volta che Deleva le afferrò il seno, avrebbe spalancato porte, definitive, al sogno di Andrea, evitandogli frustrazioni e galera.

Di vederlo in tv ci aveva sperato, lo aveva immaginato inquadrato a raccontare la cronaca, ma di vedere il suo Andrea immortalato come un normale delinquente, era stato un colpo troppo duro. Nella sua follia si imputava, quindi, di aver chiuso le porte al sogno del figlio, e di avergli aperto quelle della galera, di essere impotente e inutile per ogni tentativo di tirarlo fuori. Il sogno, tanto atteso, si era trasformato in un incubo terribile, insostenibile per lei.

Madre si getta dal quinto piano perché il figlio non trova lavoro e finisce in galera, commentò un giovane redattore della Tv locale, sempre quella dove avrebbe dovuto iniziare a lavorare Andrea. Un’altra vittima della disoccupazione e dell’egoismo di chi ci governa, di chi promette posti di lavoro e illusioni… continuava il giornalista, che era stato fra i primi a precipitarsi, insieme a fotografi e cronisti di altri giornali, sul posto dove giaceva il corpo della povera Lucia, che lui conosceva molto bene.

«Lucia per favore mi dai una lucidata al monitor?».

Un giorno era il monitor, uno la scrivania, il giovane giornalista era stato sempre accontentato dalla donna delle pulizie che, ora, non era più la madre di Andrea, ma l’anonima protagonista, insieme con il figlio, di un manipolato fatto di cronaca nera.

Non fu assolutamente un problema giornalistico, né morale, rimescolare le carte e adattare il caso di Andrea e il suicidio di sua madre agli ascolti della Tv.

«Oggi è un altro giorno, altri disoccupati, altri morti, altri eroi di cui dobbiamo parlare alla gente. La vita continua, va avanti velocemente» Deleva richiamava tutti al lavoro, al dovere.

Oggi è un altro giorno. La vita va avanti… Ma verso quale mondo? si chiedevano alcuni, pochissimi, dei giornalisti presenti.

Source: www.ipaziabooks.com

Giuseppe Virnicchi – Ha lavorato al giornale Il Mattino di Napoli come correttore e articolista di sport. Autore di numerosi libri, alcuni finalisti in diversi premi letterari, ha vinto il Premio Dickinson e ha ricevuto segnalazioni di Merito (Premio Basilicata e Calabria, Premio San Giuliano di Lucca). Nei suoi scritti usa spesso la bicicletta come metafora della vita, che ama raccontare con uno stile semplice, il quale si fa strumento privilegiato per veicolare riflessioni e sentimenti depurati dalla tappa oggi obbligata dello stupore, dell’orrore e del gossip.

Paperback

Il mondo dell’informazione, le dinamiche dubbie e gli interessi poco nobili che spesso lo fanno esistere, i difficili rapporti padre e figlio, madre e figlia, il dramma quotidiano della lotta per la sopravvivenza, sono alcune delle tematiche impegnate trattate in questa raccolta di short-stories. Con uno stile retoricamente ricco, accorto, tipico del professionista della scrittura, Virnicchi riflette sul senso del nostro esistere indagando vizi e virtù degli esseri umani, sovente raccontati da prospettive di visione impensate, come quando lo spirito-che-scrive diventa filosofo verista, e dalla cima di Lui, di un Etna mirabile, si fa tutt’uno con la natura: “Siamo noi, sì, siamo proprio noi, non state sognando ripetevano i sentieri, i boschi, i crateri, la lava… (…) Armando e Paolo… (…)… non seppero valutare quanto tempo impiegarono per raggiungere il punto più alto, l’entusiasmo, la stanchezza, lo stupore di fronte ai panorami che si aprivano a trecentosessanta gradi, annullando ogni nesso con il tempo e con lo spazio”.

Ebook
Advertisements

Regala i noltri libri a Natale. Acquistali qui, risparmia!