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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Della scrittura (6) – A proposito dell’antologia VITE ORDINARIE VITE ESEMPLARI

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Vite memorabili!

Quest’anno ho potuto fare moltissimo per la mia scrittura. Se dovessi dirlo liberamente, senza le paure della cattomoraleggiante falsa modestia, che pur tento di fuggire quando posso, riuscendoci benissimo peraltro, quest’anno ho preso viva coscienza della mia forza intellettuale. Non che questa “coscienza” non la intuissi anche prima, ma ero troppo pigra per seguirla. Quest’anno sono riuscita a rompere quel “taboo” mentale, che non è una cosa da poco, e ciò che ho trovato è in dato modo pazzesco: se io dovessi  mettere dietro a tutto ciò che potrei scrivere, fare, scandagliare, credo che in tutta onestà non avrei limiti, né confini. La cosa è così vera che come ho scritto in altre occasioni, la corsa la farei solo e sempre contro me stessa perché, alla maniera di Wilde, il resto mi annoia (con esclusione di Witten, Greene e Susskind, si intende!).

Più seriamente, alla mia età mi ritrovo come un qualcuno che avendo trascorso tutta la vita a raccogliere grano, prima di chiuderlo nei suoi silos, un dì, quando le è parso il momento opportuno, abbia deciso di andare a vedere quanto ne avesse accumulato, e ne abbia trovato tanto, tantissimo, una montagna! La tipologia di grano che ho raccolto io è in forma di esperienze, informazioni, mero know-how tecnico, capacità di critica e di analisi, e ora mi si presenta davanti come fosse una risorsa naturale validissima, per certi versi una ricchezza infinita che ti carica l’anima dentro e ti fa davvero sentire in pace col mondo, cosciente delle sue opportunità, e delle circostanze fortunate che hanno permesso di ottenere tutto questo.

Tutta questa materia prima adesso si presta chiaramente anche per altri scopi. Naturalmente, quello che mi preme di più è sviluppare in lungo e in largo la mia filosofia dell’anima, perché ritengo sia importante farlo, anche se penso pure che il farlo significhi meramente intrecciare un dialogo con me stessa, perché non credo che questi tempi social siano adatti a simili discorsi. Forse è anche per questo che sto facendo di tutto per staccare Rosebud da queste dinamiche (oggi ho tolto anche gli sharing bottons), per “mandare via” chi non dovrebbe stare qui, anche perché i ragionamenti che andrò a fare non gli/le racconterebbero comunque niente. E non sarebbe mai in grado di capirli in senso didattico (ecco perché servono più Susskind in questo mondo!).

Che per la verità tra l’anno scorso e quest’anno ho potuto cominciare a costruire un impianto di base relativo alla mia filosofia: l’ho fatto in date “urla”, l’ho fatto nei due racconti lunghi “Sidhe” e “Elia”, l’ho fatto nei numerosi pensieri svagati che butto qui sul sito sotto la rubrica “Filosofia dell’anima”, e l’ho fatto in maniera più plastica iniziando a visualizzare una cosmogonia ontologica prima in “Sulla natura del male”, e poi in maniera più determinata in “Quantum Leap”. Quest’ultimo testo purtroppo non è di quelli cattocomunisti vattimiani che vanno di moda tra le pagine patinate dei giornali, e se mai dovesse capitare che un alto prelato dovesse capirlo, anche solo epidermicamente, il mio impalamento con tanto di rogo di contorno, sarebbe assicurato! Fortunatamente le vie dei postulati quantistici richiedono che almeno uno abbia letto altra tipologia di libri, diversa da quella di tipo ancientalieniano biblico, e che uno sia abituato a pensare, due cose che in seno alla Chiesa cattolica non si fano dai tempi di Cristo, e dunque dovrei essere al sicuro per almeno un altro paio d’anni.

Di fatto, un altro paio d’anni è proprio tutto ciò che mi serve per fare il lavoro sostanziale sulla mia ontologia, e spero possa portarlo in porto. Dopo, il resto non sarebbe più importante, il resto non esisterebbe. Un aspetto che mi va di curare, sempre a proposito di questi discorsi, è il tentare di conoscere quante più “vite qualunque” possibile, perché naturalmente lì sta la maggior saggezza che si può guadagnare, non certo nei pensieri sciocchi degli sciocchi partecipanti ai dibattiti similpolitici televisionari, preparati a bella posta per mettere in evidenza le ragioni minime del corpo che si mostra, rispetto alle ragioni importanti dell’anima che si nasconde. Del resto, dentro certi intelletti, l’anima che altro dovrebbe fare se non nascondersi vergognandosi?

Anche per questo, ora che abbiamo chiuso i lavori per la Barba di Diogene, il bellissimo e ricchissimo volume di circa 400 pagine che uscirà a inizio anno, ho fortemente voluto questa nuova antologia di Ipazia, che io considero un primo volume di molti, ed è titolata VITE ORDINARIE, VITE MIRABILI. Il mio target è raccogliere, in un tempo da determinare, più o meno lungo, quante più storie di vita possibile, da qualsiasi parte provengano, meglio se di persone defunte. Vorrei fosse così non perché non voglia celebrare i vivi, semplicemente perché se un percorso non si è concluso, è difficile farci una idea di cosa intendesse essere quello, ovvero sarà sempre soggetto a un cambio, a una svolta impensabile solo cinque minuti prima, come sovente accade nella vita degli esseri. Peraltro questo, cioè quello di poter cambiare il valore e il senso della nostra vita in ogni istante, è uno degli elementi straordinari che rendono le nostre esistenze meravigliose, dunque non può essere ignorato a priori.

Tutto questo per dire che chiunque abbia conosciuto qualcuno che non c’è più, ma che abbia avuto una vita meravigliosa, e pensasse che quella vita vada raccontata, dovrebbe contattarmi. Vorrei essere chiara su questi aspetti però. Per vita meravigliosa io non intendo una vita fatta di paillettes, di lustrini, di premi, di ridicolissimi ori, io intendo una vita fatta di ostacoli da superare, di giochi del destino, di momenti incredibili, di sogni impossibili, di forte amore e di forte odio, di rancori, di vendette, di intrighi, di inganni, di gesti di coraggio, di lealtà, di generosità, di noiosa linearità che hanno messo sottosopra l’anima, dunque determinato l’esistenza.

Significa che una vita come quella di Berlusconi io non la racconterei mai? Be’ diciamo che io della vita di Berlusconi vorrei raccontare tutto quello che non pubblicherebbe di lui la sua casa editrice. Ma non parlo di chissà quali scandali, o peccati da nascondere sotto il tappeto, parlo della sua componente ordinaria in quella che gli altri considerano straordinaria. Perché naturalmente anche nel caso di Berlusconi la componente “ordinaria”, ovvero realmente mirabile, è più importante di quella straordinaria o di superficie, solo che nel suo caso la prima è più soffocata, difficile da individuare, prona ad essere imbrogliata da uno spirito innegabilmente scaltro e leonino nell’essenza.

Tutte le vite sono insomma ordinarie ed esemplari a un tempo, ed è in questo loro essere tali che si fanno didattiche… Le nostre esistenze sono una miniera infinita di know-how, di conoscenza e io, più dei semplicistici pittogrammi di Heidegger, vorrei conoscere di tali esperienze dell’EsserCi, i loro segreti, le loro dinamiche, il loro tratto-profondo che sfiora la vera natura della “sorgente delle cose”, dunque ci fa Essere!

Perciò, mi ripeto, chiunque conoscesse di queste vite mi scriva, anche dal sito di Ipazia. Si tratta di raccontare storie non di scriverle o di pubblicarle, a fare quello ci pensiamo noi… Si tratta, in ultima analisi, di fare un omaggio a chi ha lottato, ha vissuto, e ora non c’è più e, a un tempo, di fare un dono a chi c’è ancora, un dono francamente mirabile!

Rina Brundu

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