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Grazia Deledda a San Pietro – Uno straordinario intervento di Maria Giacobbe

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

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Isola di San Pietro – Credits carloforte.net

Sono nata e ho trascorso la prima parte della mia vita a Nuoro nello stesso quartiere in cui Grazia Deledda nacque e visse sino alla data del suo trasferimento a Roma. Il quartiere di San Pietro in cui si svolgono la maggior parte dei suoi racconti e romanzi ambientati nella Sardegna pastorale. Questa “conquartieranza” potrebbe essere uno dei motivi per cui Grazia Deledda per me è esistita da sempre e da sempre fece parte del mio universo mentale. Con ciò non voglio dire che nel quartiere di San Pietro, i cui confini per me allora erano i confini del mondo, di lei si parlasse molto. E neppure che i suoi libri fossero fra quelli che mi capitava più spesso di vedere fra le mani dei miei genitori o di cui li sentissi parlare tra loro o con gli amici che venivano a trovarli la sera. Semplicemente e misteriosamente Grazia Deledda c’era, e non ricordo un giorno o un’occasione speciale in cui la sentii nominare la prima volta.

 Da bambina ero molto quieta e silenziosa. Forse perciò non mi era proibito presenziare alle conversazioni  serali  nelle quali  ricorrevano anche quei nomi che io, già da qualche mese o anno in solerte possesso dell’alfabeto, compitavo con pronunzie approssimative dai dorsi  dei libri stipati negli scaffali che coprivano intere pareti della nostra casa. Fu probabilmente attraverso quelle mie faticose letture, a testa in su come un Michelangelo nella Cappella Sistina, e quella mia passiva ma attenta presenza agli incontri fra adulti, che inconsapevolmente accolsi nel mio bagaglio mentale i nomi di Freud, Dostojevskij, Tolstoi, Turgheniev, Gogol, Gonciarov, Cechov, Edgard Allan Poe, Oscar Wilde, Cervantes, De Unamuno, Mauriac, Malraux, Remarque, Conrad, Mark Twain, Kipling, Dos Passos e altri che sarebbe troppo lungo e fuori luogo continuare a enumerare. Fra questi nomi non escludo ci sia stato anche quello di Grazia Deledda, sebbene oggi abbia qualche motivo per credere che non fosse tra i più frequenti.

I miei genitori e la maggior parte dei loro amici erano dei giovani intellettuali profondamente impegnati nella lotta costosissima e, secondo troppi, disperata per il ripristino della democrazia e della libertà in Italia. Nella rappresentazione mitologizzante che la loro concittadina faceva  di un mondo arcaico e immobile che nella sua cornice avrebbe potuto essere il loro, non trovavano risposta ai loro bisogni e interessi culturali e politici attuali, e non potevano neppure trovare alimento per il loro sogno di una Sardegna futura libera e moderna.

Alcune risposte a questi bisogni e interessi mio padre le cercava nella Storia, anche una Storia molto lontana che si chiamava “archeologia” e che si leggeva non solo nei libri ma anche  nelle pietre dei nuraghi e nei cocci “interessantissimi” che qualche volta durante le nostre passeggiate in campagna  spuntavano come i prataioli dalla terra. I “prataioli” non erano “interessanti” quanto i cocci, ma se fatti arrosto con aglio, sale e  prezzemolo diventavano molto saporiti. “Prataioli” e “archeologia” furono nomi e  concetti che, come “Grazia Deledda”, chissà quando ma precocemente mi divennero familiari.

Oltre a quello archeologico,  un altro passato fu,  per cosi dire, presente nella mia infanzia. Un passato che i miei genitori avevano condiviso ma che a me sembrava lontanissimo, sebbene risalisse a non molti anni prima della mia nascita. Questo passato si chiamava “prima del fascismo” ed era per me altrettanto mitico di quello “nuragico”, “cartaginese” e “degli antichi romani”. Babbo con noi direttamente non ne parlava mai, invece a mamma piaceva raccontarci dei “tempi in cui lei e babbo erano giovani, prima del fascismo” e perciò anche di quando babbo, il suo e il mio eroe, prima di partecipare da volontario alla  “Grande Guerra”, frequentava il liceo di Sassari ed era stato futurista. Così fu che  anche “futurista” e “futurismo” entrarono a far parte di quel corredo di parole-concetto che mi pare di aver posseduto da sempre.

“Ma poi anche i futuristi si fecero fascisti”, diceva mamma e si capiva che non valeva più la pena di occuparsi di loro, se non come di vigliacchi che avevano tradito un’idea che era stata coraggiosa e rivoluzionaria. “Coraggio”,“rivoluzione-rivoluzionario”, furono altre parole chiavi della mia cultura primaria.

Se il futurismo  – con Marinetti, Luciano Folgore e Palazzeschi che mamma,  nonostante il “tradimento”, ogni tanto citava “perché erano divertenti” – era decaduto nella stima dei miei genitori,  non decaddero mai altri loro grandi amori di gioventù come Heine, Carducci e Sebastiano Satta dei quali mamma ci recitava volentieri dei brani che ricordava a memoria o che ci leggeva dai loro libri che aveva sempre a portata di mano. Generalmente i  brani  dei primi due erano ironici, alcuni anche umoristici. Ma tutti, e in modo particolare i versi di Sebastiano Satta, vibravano di quella stessa indignazione sociale e di quella ribellione che costituiva il sale della vita di perseguitati politici che era dei miei genitori e che io succhiai col latte materno.

Non ricordo però di aver mai sentito mia madre o mio padre citare Grazia Deledda. Eppure, come imparai moltissimi anni più tardi, anche Grazia Deledda era stata non solo “coraggiosa” ma coraggiosissima quando da sola, contro tutto e tutti, aveva concepito e realizzato il suo sogno “rivoluzionario” di diventare scrittrice. Lei, una ragazzina di quello stesso immobile quartiere di San Pietro a Nuoro dove io ero nata e stavo crescendo, in preda a angosciose insicurezze e contradditorie aspirazioni.

Anche se non ricordo di averglielo sentito dire, potrei però essere certa che i miei genitori e i loro giovani amici nuoresi abbiano ammirato il coraggio e la risolutezza con i quali la loro concittadina aveva concepito e realizzato la sua ribellione. Ma altrettanto certa potrei essere che non potevano che essere discordi con la visione del mondo che appariva dai suoi racconti nei quali l’indignazione per l’ingiustizia si traduceva in generica pietà umana e rassegnazione mistica, o in ribellioni descritte come “peccato” e come tale sofferte anche dall’autore della  ribellione, che credeva di neppure meritare “il perdono di Dio e degli uomini” e cercava “espiazione”. La ribellione che lei stessa aveva realizzato con giusta soddisfazione personale e successo, nei suoi racconti aveva invece un epilogo autopunitivo e fallimentare.

Non c’era  molto da citare per dei giovani, come allora erano i miei genitori, che stavano giocando il tutto per tutto nella  loro ribellione all’ingiustizia dell’inaccettabile status quo, e volevano che i loro bambini capissero. Ma, citata o non citata, per me Grazia Deledda esisteva e ovviamente, “essendo scrittrice, era morta”.  Morta come Dante Alighieri del quale il postino portava a nonna le “dispense” con i  versi illustrati da un certo Gustavo Doré.  Probabilmente morto anche lui, questo Gustavo Doré che però non doveva essere sardo – perché in Sardegna i Doré si chiamavano Dore, come uno dei miei zii e altri che non conoscevo ma che sicuramente esistevano. Ma che Grazia Deledda e Dante Alighieri e Gustavo Doré fossero morti non mi faceva impressione, era semplicemente naturale dato che i primi due erano “scrittori”, e  che il terzo sapeva disegnare così bene le anime dei dannati che sembrava le avesse viste coi suoi occhi. E forse davvero le aveva viste, nell’inferno o chissà dove.

Invece mi facevano impressione e paura da togliermi il sonno i morti che stavano sotto terra o dietro il marmo dei monumenti nel cimitero di Nuoro. E mi facevano pena e un po’ paura i bambini che erano morti a nonna mentre ancora erano piccolissimi. E che erano stati fotografati già morti. Perchè prima non c’era stato tempo. Nonna teneva le loro fotografie incorniciate di seta bianca nella sua camera da letto dove c’erano anche quelle di altri morti, chiamate “ingrandimenti”. Alcuni mi facevano impressione perché non somigliavano a nessuna delle persone vive che conoscevo ed era come se fossero stati morti da sempre, anche quando gli altri li avevano creduti vivi.

Ma Grazia Deledda no, non mi faceva né pena né paura ed ero quasi sicura che avesse normalmente vissuto prima di morire. Lo testimoniava il fatto che, quando la sua famiglia si era trasferita a Roma, la loro casa era stata venduta alla sorella maggiore di mia madre che si era appena sposata e vi era andata ad abitare. Io frequentavo quella casa quasi quotidianamente  e quando un figlio di Grazia Deledda venne a Nuoro per non so quale celebrazione, insieme alla fotografia della figlia che era più o meno mia coetanea  mi regalò un libro della madre, rilegato in pelle e cartoncino amaranto e intitolato L’incendio nell’oliveto. Vi scrisse anche una dedica: “A Maria, il papà di Grazielene Franz Madesani”. Evidentemente Grazielene diceva “papà” come fanno i continentali, mentre da noi si diceva “babbo”.

Un’altra prova del suo aver vissuto come una “persona normale” la ebbi la volta in cui stavo giocando a paradiso in Piazza Adelasia di Torres dove abitavo e come al solito stavo anche perdendo, e vidi che Paschedda era uscita sulla porta del suo negozio di coloniali con  alcune clienti. Cosa che non faceva mai. Mentre fingevano di parlare d’altro, non staccavano gli occhi da una signora di statura piccolissima con i capelli tinti di rosso e vestita d’un indimenticabile abito a fiori sgargianti. Tenendo in una mano una sigaretta accesa e nell’altra un bastoncino al quale s’appoggiava come un uomo, quella signora si fermava qua e lá a guardare muri e finestre come se fossero eccezionali e interessantissimi. E invece non avevano proprio nulla di speciale.

La mia compagna, che non solo era più brava di me in paradiso ma che sapeva sempre un mucchio di cose che io non sapevo, allora  aveva detto che era la “signorina Peppina Deledda, sorella della scrittrice” che era tornata da Roma per vedere se Nuoro era cambiata. Dunque, se c’era una sorella, per di più ancora viva, sebbene strana, prima di morire Grazia Deledda doveva aver vissuto come tutti, cioè in modo “normale”,  fu la mia lucida deduzione di fronte a quell’innegabile evidenza. Ma non ne feci parte alla compagna che forse avrebbe riso di me.

L’incendio nell’oliveto fu il primo libro che io abbia mai posseduto personalmente. Tutti gli altri libri in casa erano  proprietá  comune della famiglia come le sedie, i bicchieri, i piatti e ogni altro oggetto d’uso. Alcuni però, secondo mamma,  “non erano adatti alla mia età” e non avevo il permesso di leggerli mentre quelli “adatti” erano accessibili a tutti e in ogni momento. Di alcuni “adatti” ero così entusiasta che li offrivo in prestito alle compagne che non li avevano letti. Qualche volta, dopo averli prestati, non li ho più rivisti e ancora ne sento la mancanza.

Nonostante la dedica personale a me, L’incendio nell’oliveto  fu giudicato “non adatto” e lo perdetti di vista. Andò a finire tra i libri dei miei genitori o forse fu tra quelli che, nelle lunghe sere d’inverno venivano letti e  commentati davanti alla fiamma del grande camino, al riparo dietro la cassapanca frangivento, nella cucina di nonna.

Nonna era nata una decina d’anni dopo Grazia Deledda nel quartiere di Santa Maria che confina col quartiere di San Pietro dove si trasferì dopo sposata e restò sino alla morte, avvenuta verso la fine degli anni’40. La sua famiglia, costituita da generazioni di medi proprietari terrieri e allevatori benestanti, socialmente non era molto diversa da quella della scrittrice. Ma, a parte un cugino farmacista, nella famiglia di nonna la scalata alla classe borghese non era ancora iniziata,  mentre Grazia Deledda, avendo per padre un piccolo imprenditore e poeta, e ben due preti per zii, era già per nascita di condizione semiborghese. Ciò le permise, nonostante  l’indiscutibile handicap del suo sesso, di frequentare la scuola pubblica per ben quattro anni, mentre nonna venne ritirata dopo la seconda elementare. Il che d’altra parte era già molto per una bambina della sua condizione, nella Nuoro diffusamente analfabeta di quei tempi. A una donna della sua classe sociale, per governare una casa e una famiglia non sarebbe occorso l’alfabeto, si pensava.

E invece nonna, pur non avendo l’ambizione di diventare scrittrice, dell’alfabeto ebbe davvero moltissimo bisogno: rimasta precocemente vedova, fu lei a dover amministrare, per molti anni anche per conto dei figli minorenni, una proprietà che col matrimonio era notevolmente aumentata e che le fu necessario difendere non dai “banditi” ma da un fisco inaffidabile e vorace. Con la sua seconda elementare era appena in grado di controllare con faticosa concentrata attenzione i documenti che riguardavano la proprietà e di leggere i libriccini di preghiere che probabilmente ormai conosceva a memoria. Ma “per non affaticare gli occhi”, come diceva con una risatina autoironica., doveva aspettare che le altre letture le facesse per lei  a voce alta qualche altra donna della famiglia.

Alle letture serali nella cucina di nonna non ebbi l’opportunità di assistere. Ma so che diventavano spesso occasione di appassionati commenti che si protraevano anche durante la giornata sulla attendibilità delle vicende narrate e, se il racconto era di Grazia Deledda, di vivaci tentativi di identificarne i personaggi in alcuni concittadini veri e reali, già morti o ancora viventi. Nonna non amava il pettegolezzo ma non si sottrattaeva  del tutto a quella rustica sottospecie nuorese di “critica letteraria” sempre piuttosto concorde nel giudicare che,  sebbene Tizio, Caio o Sempronia, soprattutto Sempronia – cioè gli ipotetici modelli della scrittrice – non sempre avevano filato come Dio comanda, Grazia Deledda “aveva esagerato, perché quelle cose a Nuoro non accadevano”.

“Quelle cose” naturalmente erano le innominabili azioni che in molti racconti  le padrone, donne antonomasticamente  “per bene”, si lasciavano andare a compiere insieme ai loro servi.  Ed erano forse le stesse “cose” per cui mia madre durante molti anni aveva ritenuto “non adatti” a me molti libri, fra i quali Sogno d’un mattino di primavera , un titolo che aveva molto attratto la mia attenzione, e L’Incendio nell’oliveto che, adatto o non adatto, il “papà di Grazielene” aveva regalato a me.

 In seguito, quando più nessuno controllava le mie letture, anch’io come i miei genitori cercai in altri scrittori qualche risposta alle mie domande, e di Grazia Deledda non lessi molto. Ma Cosima, quasi Grazia, come si chiamava nella sua prima edizione l’autobiografia che entrò subito a far parte della nostra biblioteca e che non mi fu proibita, mi fece un’impressione enorme e  mi piacque. Forse non solo perché – conoscendo in ogni suo angolo e in ogni suo profumo la casa che era stata della scrittrice e nella quale io trascorrevo non poche ore delle mie meditative giornate – leggendo quelle pagine non facevo nessuna fatica a “vedere” le cose descritte e a partecipare corpo e anima agli avvenimenti quotidiani o drammatici raccontati.

Quando nei primi anni ’70, il professor Ugoberto Alfassio Grimaldi  mi chiese di scrivere un libro su Grazia Deledda da includere in una collana sui “grandi Italiani” che dirigeva per Valentino Bompiani, risposi sinceramente di non aver mai scritto, né mai pensato di scrivere di argomenti riguardanti la critica letteraria o la storia della letteratura. Di non avere nessuna speciale preparazione per farlo e, in quanto alla  mia concittadina, di non poter in alcun modo considerare me stessa come esperta.  Alfassio Grimaldi insistette e mi rispose che quello che mi stava proponendo di scrivere era sì un libro che aveva per tema Grazia Deledda, ma che, secondo lui, non doveva essere diverso come concezione e disposizione di spirito da quelli che avevo già scritto e che a lui piacevano. Finii per interessarmi al progetto e per accettare.

Ma per poter scrivere di Grazia Deledda dovevo prima di tutto leggerla, o rileggerla, e leggerla tutta e senza pregiudizi. Come si sa i suoi libri non sono pochi e, a Copenaghen dove abitavo e abito, erano e sono difficilmente reperibili. Decisi di andare a cercarli a Roma dove ormai anche i miei genitori si erano trasferiti e potevano essermi d’aiuto. Infatti, mentre nelle librerie non trovai che alcuni dei suoi romanzi più noti, gli scaffali di famiglia mi sorpresero per l’abbondanza di sue prime edizioni e  ristampe. Mancava però L’incendio nell’oliveto, rimasto con dedica a me e relativa foto di Grazielene, in chissà quale angolo di San Pietro, a Nuoro.

Ma se non ritrovai quella testimonianza del mio incontro infantile con la famiglia Deledda, quel soggiorno a Roma (o forse un altro… la mia memoria è costituzionalmente refrattaria alle certezze cronologiche) me ne offrì un’altra ancora più preziosa: un quadro che dalle pareti della mia casa copenaghese mi ricorda l’incontro con Nicolina, la minore delle sorelle Deledda, sopravvissuta a Grazia e a Peppina i cui ultimi anni aveva condiviso.

Nicolina Deledda da giovane aveva iniziato una promettente carriera di pittrice che d’improvviso aveva deciso d’interrompere quando, in occasione d’una sua esposizione, i giornali italiani più che delle sue opere s’erano dilungati a scrivere del fatto che l’autrice era “sorella della celebre romanziera, etc.etc.”. Troppo, per l’orgoglio d’una persona e d’un’artista che aveva la giusta ambizione di essere se stessa e non di esistere in primo luogo come la sorella di qualcuno. Da allora aveva continuato a dipingere ma non aveva mai più voluto esporre.

Una mattina, nel mercato comunale del quartiere dove i miei genitori abitavano e che per caso era lo stesso in cui aveva abitato la scrittrice, venni presentata a una minutissima signora molto anziana, piccola e fragile ma vivacissima, Nicolina Deledda.

Sentendo il mio nome, mi abbracciò con trasporto e mi fece un complimento probabilmente non meritato ma che non dimenticherò mai. Subito dopo, nel suo entusiasmo, mi invitò a accompagnarla a casa. “Non è lontana” mi rassicurò. Ma io non avevo bisogno d’incoraggiamenti. La simpatia era stata reciproca.

Il quadro che, durante quel nostro primo e unico incontro, ebbe la generosità di regalarmi, con tanto di firma “Ndeledda” in corsivo bianco su nero, è nello stile espressionista che negli anni ’20 in cui venne dipinto era ancora d’avanguadia . Rappresenta sommariamente una  coppia incappucciata di scuro, in piedi su un minuscolo scoglio o una roccia, dentro uno sfondo burrascoso che, con larghe pennellate ellittiche grigio-azzurre e  nere macchiate di rosso e di giallo, si chiude come un guscio intorno ad essa. Ma non la protegge. Un vento fortissimo solleva, sul punto di strapparli, i lembi dei mantelli nei quali le due persone si stringono: l’uomo, al centro, solido e impassibile guarda avanti a sè; al suo fianco la donna, tutta curva e col viso nascosto nello scialle.

Nota editoriale. Grazie a Maria Giacobbe e a chi si sta attivando per far diventare Rosebud ciò che dovrebbe diventare, anche perché quando si guardano le pagine editoriali patinate, si comprende sempre più che ce n’é davvero bisogno!

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