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SIDHE – Introduzione e Capitolo I

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

sidhepaperback (1)

A che serve sbarazzarsi del mondo, quando nessun’anima mai

sfugge al destino eterno della vita?

Edgar Lee Masters

Giunti sul ciglio della remota scogliera si fermarono a guardare il mare. Alla distanza, in controluce, la figura di una vecchia sembrava quella di una strega impenitente. La megera s’accompagnava con un’altra sagoma allampanata che la donna all’improvviso spinse giù dal precipizio, prima di sporgersi a fissarla, goccia pesante che precipitava nell’abisso. Chi fosse l’assassina e chi fosse la vittima non potei distinguere. Era una vecchia e aveva appena ucciso un uomo.

«Bob, capitano Bob!» gridai, rientrando sottocoperta. Il vento, furioso, esigeva che si parlasse urlando. Cercavo il comandante, certo, chi altri? Non c’era nessun marinaio a bordo della nostra barca, sebbene occhi invisibili sembrassero scrutare da presso, da ogni boccaporto, in coperta, nella cabina. Nel ponte di comando il capitano fumava ancora. Aveva sempre fumato da quando avevamo lasciato la terraferma, destinazione la Roccia del diavolo, l’isola maledetta: «Capitano, una vecchia ha ucciso un uomo!».

«Una vecchia?». La domanda non mi venne dall’interrogato, ma dall’unico mio compagno di viaggio, un certo signor D, peraltro poco loquace. Il solo passeggero tanto pazzo come me da comprare un biglietto dal capitano Bob per mettersi in mare in una giornata da tregenda. Il signor D era giovane, somigliava a uno studente squattrinato ma di buona famiglia. Dietro gli occhialini che donavano grazia al viso bello, incorniciato da lunghi capelli biondi, puntava due occhi verdi inquieti, come verso qualcosa che lui vedesse e agli altri restasse celato.

«Non ci sono vecchie sull’isola» dichiarò il capitano senza espressione. Sul faccione largo, coperto da una barba lunga, spiccava lo sguardo azzurro cielo ostinatamente fisso alla terraferma che da una buona mezz’ora si intravedeva oltre gli oblò sporchi di terra e di spruzzi incrostati.

«Le dico che l’ho vista! Una donna alta, vestita di nero, aveva lunghi capelli canuti. Lui sembrava più giovane, indossava giacca e pantaloni, neri anche quelli».

«Due tronchi di legno trasportati dal vento, ecco cos’ha visto, dottor Pierre!» ribatté cocciuto il lupo di mare. Singolare: aveva tenuto a mente il mio nome!

«Anche se protetto da mura millenarie» continuò, «il forte megalitico ha spazi aperti e invitanti per il vento e le sue capriole, le assicuro che non ci sono vecchie sull’isola». Chiuse il discorso e fece per alzarsi.

«Aspetti, capitano, sono ore che giriamo intorno alla terraferma senza avvicinarla…» lo bloccò un signor D visibilmente angosciato.

Sospirando greve l’anziano marinaio si tolse il sigaro dalla bocca e squadrò l’interlocutore.

«Vedo che ha fretta di arrivare, giovanotto!» lo rimproverò. «Temo però che non ci sarà alcun attracco. Quando la tempesta calmerà, ci avvicineremo al molo quel tanto da permettervi di saltarvi sopra. Poi dovrete mettervi in cammino, né Sidhe né Aisling, il vecchio cottage, sono lontani dal porto».

Diavolerie, stregonerie, il senso di oppressione ritornò pesante, insieme a una sorta di rassegnazione che calò come le brume di una partita persa anche se non giocata, per la curiosità che sempre è morbosa.

«Saltare, capitano?».

«Saltare, signor D. Non vorrà che ormeggi la barca al molo? Che l’uragano me la riduca in schegge di ferro arrugginito?».

«Aisling? Come lo sa, capitano, che debbo raggiungere Aisling?».

Fu un attimo, ma uno strano impaccio si poté notare nello sguardo chiaro: «Mi risulta che ci sia una sola prenotazione per Sidhe, dottor Pierre».

«E se volessi trascorrere anch’io la notte nell’albergo? Non è prudente dormire in un cottage abbandonato da anni, proprio questa sera».

«Si presenti pure dalla padrona di casa a mio nome, dottore» ridacchiò, abbracciando con un unico sguardo l’intero salone vuoto.

«Immagino che avranno molte stanze libere» ammisi di mala voglia. «Non è certo questo il miglior periodo dell’anno per trascorrere le ferie sull’isola».

«Dottor Pierre, non ci sono periodi dell’anno in cui consiglierei di passare i giorni su quell’isola dannata! Ma so che è un consiglio a vuoto che ripeto ai miei passeggeri, l’ultimo solo un mese fa». Aveva ragione: si entra colpevolmente nelle nebbie, sono un elemento nella natura di cui si potrebbe fare a meno. «Non è vero, signor D?», volle aggiungere il capitano con una risata baritonale.

Il giovanotto arrossì e si allontanò veloce lungo la prua squassata dal fortunale.

«Non fosse autunno ma primavera…» ricominciai.

«Non cambierebbe un accidente!» tagliò corto il comandante. Avrei voluto saperne di più ma desistei.

«Il suo traghetto quando tornerà a prenderci?».

«Tornare a prendervi?». L’uomo pareva sorpreso.

«La mia permanenza sull’isola sarà breve, capitano. Ho saputo solo di recente di questa mia proprietà ricevuta in eredità, ma un mese dovrebbe essere più che sufficiente per deciderne il destino» lo informai.

«Di cosa si occupa, dottor Pierre?» si informò con degnazione. «Sono un fisico teorico. Lavoro al CERN, a Ginevra».

«Una professione interessante».

«L’ho scelta».

«Allora mi spieghi cosa diavolo l’ha portata qui! A meno che non sia stato proprio lui…».

«Lui, chi?».

«Il diavolo, amico mio, chi altri?» concluse esplodendo in un’altra risata fragorosa.

«La smetta di farsi gioco di me, capitano». Ero arrabbiato, ma sapevo di dipendere da lui. «Non mi ha ancora detto quando tornerà a prenderci!».

«Il battello percorre la tratta per l’isola nove volte l’anno, ogni primo del mese, da aprile a novembre».

«Perciò sarà di nuovo qui fra trenta giorni».

«Esatto!».

«E se non potessi ripartire in tale data? Ci sono altri traghetti?».

«No, dottore, non ci sono altri traghetti per questo sputo di terra».

«Sarei costretto a passare l’inverno sull’isola?».

«Non sarà per caso venuto per questo?».

«Cosa intende, capitano?».

«Nulla, dottor Pierre, proprio nulla!». Questo lo disse serio, prima di dirigersi pure lui verso la prua allagata e urlare ordini, di punto in bianco, all’irreperibile mozzo.

Fu allora che mi resi conto che Bob mi aveva imbrogliato: «Ehi, un momento, capitano, mi creda, le giuro che una vecchia ha appena ucciso un uomo!». Ma l’anziano comandante non ascoltava, forse non sentiva, la tempesta ululante faceva a gara col tumulto che mi montava dentro.

PRIMA PARTE

«Tre ore di cammino» si lamentò il mio compagno mentre imboccavamo il viale alberato che porta a Sidhe.

«Coraggio, signor D, non sia pessimista» dissi sollevando il bavero del cappotto sopra le orecchie per proteggermi dal vento e dalle raffiche di pioggia. «Il traghetto non è affondato e il capitano Bob naviga in acque sicure da quando ha invertito la rotta. Significa che non dovrò sacrificarla per placare l’ira divina».

«Lei crede, dottor Pierre?» rispose distratto, era intento a guardare davanti a sé. Guardava Sidhe. Fissava la sua facciata imponente, comparsa all’improvviso in fondo alla strada sterrata, bordata da radi alberi di altezza diversa. Il palazzo, scurito dalle tenebre appena calate, dai favori di un cielo bigio che cullava tempesta di vento e di pioggia, dal freddo intenso e pungente, somigliava al muso deforme di una creatura mostruosa. Fu in quel preciso momento che si impadronirono di me l’angoscia e lo sgomento. All’improvviso ebbi piena coscienza delle nostre figure scure, in marcia a passo veloce, con in mano una valigia troppo piccola, diretti dove bene non sapevamo. Tanto più mi deprimevo io tanto più il signor D riprendeva tono e colore. Allungò anche il passo e fu il primo ad arrivare davanti al mastodontico portone e a suonarne il batacchio.

«Un momento, signor D». Avrei voluto fermarlo, troppo tardi.

Bizzarro! Quando la porta si aprì, lenta, avvertii un silenzio solenne. Che a ripensarci mi parve provenisse dall’esterno, come se l’uragano si fosse placato all’istante. Come se una passata esperienza me ne avvertisse, provocando una sorta di sospensione, l’attesa di qualcosa d’incerto, ma noto. È il presentimento. Andiamo avanti spesso portati da fili come i burattini, anche se noi stessi li manovriamo, effetto vuoi della memoria, dei suoi giochi così simili ai sogni, vuoi di passioni sopite, ma vive, o di occupazioni, compiti, attese contingenti, la stanchezza, una voglia. Viviamo risolvendo a ogni istante sistemi complessi di equazioni, di cui possediamo le chiavi – le incognite – per averle forgiate noi stessi, ma più spesso senza averne coscienza, e mai la ragione ultima.

Lei apparve: una donna alta, piegata in avanti da un’età che non rifletteva sul resto della figura vestita a lutto. Il viso era quasi completamente nascosto da un fazzoletto che lasciava scoperto solo lo sguardo. Si dovrebbe dire gli occhi, ma era proprio uno sguardo che il fazzolettone da strega lasciava scoperto: penetrante, illuminato da due scintillii suggestionanti che parevano riflesso di lampo iridato. Diretto e insieme assente, immerso in un mondo proprio.

«Benvenuti a Sidhe, io sono Aspasia». Si presentò con una voce dal timbro indefinibile, tra il dolce e il sofferto, prima di spalancare l’anta massiccia per lasciarci entrare, con applicazione, come una buona padrona di casa.

Il caldo fu la prima sensazione che avvertii. Un calore che si imponeva allo spirito quasi come la maestosità dell’edificio, che incombeva benché non ne avessi ancora preso cognizione. In uno stato d’irrealtà che rigenerava l’essere, in quell’atrio la cui gravità avvertivo senza poterla ancora contemplare bene. Ma per lo più ero distratto e quasi sopraffatto dal frusciare sul pavimento marmoreo della lunga gonna indossata dalla padrona di casa, che procurava una sorta di agitazione, seppure non ansiosa. Come se la signora Aspasia volasse invece di camminare. E come se si muovesse con fatica, oberata da un peso che non sapevo definire. La donna si scusò per l’accoglienza, spiegò che i domestici si erano già ritirati per la notte, che lei stessa non si sentiva bene, che non ci sarebbe stato alcun problema per il mio pernottamento a Sidhe tutto il tempo necessario, che un buffet freddo era stato preparato nel salone e lo indicò con lo sguardo. Benché attenta ai particolari, pareva avesse fretta, una necessità di andare, dove non saprei. Fu professionale, tutto qui. A parte la fisicità dolente, il fruscio, il fazzolettone, nulla in lei tradiva alcunché di speciale. Con la stessa naturalezza, da padrona di casa o direttrice d’albergo, e la fretta compita del primo approccio, ci precedette lungo la scalinata di marmo brillante che si incuneava a chiocciola fino al primo piano. A ogni sguardo il palazzo appariva un gioiello di forma e di colore, come se, in questo caso, l’interno irraggiasse luce, invece dell’esterno.

«No, non quella!». Sentii un rilievo stonato e severo nella sua voce quando Aspasia fermò il signor D mentre apriva una delle stanze che davano sull’andito nebbioso. Ma si riprese subito: «Meglio questa per lei, signor D» indicò conducendoci verso le camere successive. «L’altra è ancora in disordine dopo la partenza dell’ultimo ospite. E questa, dottor Pierre, spero che questa camera sarà di suo gradimento» concluse rivolgendosi a me. Fu così che entrammo a Sidhe e che Sidhe entrò in noi.

Nella sala da pranzo il signor D consumava rumoroso la cena fredda, con appetito, sempre vigile: «Dottor Pierre, il salmone è squisito!».

Pareva adesso quasi allegro, benché sovrastato dalle pareti altissime della sala, la patina scurita degli intonaci, e i legni e decorazioni da antico maniero, nella poca luce di quattro candelabri disposti ad arte su ciascun lato, tra i quali la voce risuonava garrula. Un imponente lampadario spento pendeva sul tavolo e sulla testa bionda arruffata del giovane. Alle sue spalle, un quadro gigantesco, incastonato in una cornice di legno dorato, copriva quasi per intero la parete. La tela catturava lo sguardo per i colori troppo densi, forse anneriti di proposito per avviluppare la scena in un dipinto ultramondano, un tempo si sarebbe detto dantesco, dei cieli d’oltretomba, per l’architettura e per le figure bizzarre che la animavano. Un mito sicuramente, la pittura ama i miti e le allegorie, ma quale? M’avvicinai. Non ho speciale cognizione di pittura, mi parve però un lavoro a olio di ottima fattura, non troppo datato. Sul lato sinistro una donna di età indefinibile, avvolta in una veste grigiastra, sedeva su una roccia e tratteneva tra le mani cinque fili di lana, quattro tesi e uno allentato. Sulla destra i fili si avvolgevano attorno ad un’altra roccia, più alta, dalla forma luciferina, come un ghigno. Ai piedi della seconda roccia altri fili tagliati giacevano sulla nuda terra corrosi, rattrappiti, sfilacciati dal tempo. Sullo sfondo rare querce piegate dal tempo e un imperturbabile monumento megalitico marcavano l’orizzonte, per il resto confuso nella cappa plumbea che cielo e mare formavano.

«Quattro fili tesi e uno allentato, signor D, che vorranno dire?» chiesi perplesso. Non più di tanto però: la moira è soggetto sempre suggestivo, abusato. La morte, i miti, in origine, la facevano “entrare” nella storia, a sconvolgerne l’operosità. I miti nostri, occidentali. Esiodo la mise invece a tessere la storia stessa, a intrecciarla. Il destino entrò così in gioco – il futuro passato – col fatalismo comodo. Il cristianesimo lo sancì assumendosi il mito biblico del Dio ineluttabile, la legge, la colpa, i sensi di colpa.

«Non ne ho idea, dottor Pierre, ma questo è senza dubbio il miglior albergo nel quale abbia alloggiato!».

«Non le pare spettrale?» mi lamentai mentre muovevo verso il buffet, ripromettendomi di esaminare a fondo il dipinto alla luce più benevola del mattino.

«Spettrale, dottor Pierre?».

Il giovane scoppiò in una risatina: era la prima volta che lo sentivo ridere. «Siamo in autunno inoltrato, aggrappati ad una roccia salvata all’acqua per ghiribizzo di Nettuno ed è quasi mezzanotte. Lei però si meraviglia che il luogo sembri spettrale. Au contraire, è un miracolo, direi, che la casa sia convenientemente riscaldata. E accogliente».

«Ha ragione, Signor D, davvero riscaldata convenientemente. E accogliente!».

Il direttore ama torturarmi con domande inutili. È lo strizzacervelli della clinica dove sono ricoverato. Risento con ansia, con astio, i nostri incontri quotidiani, che non portano a nulla, se non a irritarmi ancora di più, a rovinare i momenti di tranquillità delle mie giornate, rari. Si sta in questi luoghi alla mercé degli altri. Non è l’isolamento che pesa, si vuole che i ricoveri degli ammalati siano carceri, ma non lo sono. Pesa la considerazione, l’assenza d’ogni considerazione, partendo dal medico, la cui scienza ci piace esotericamente esclusiva, è ancora l’augure di Ippocrate, agli infermieri e fino agli uscieri. Il malato è di questo che soffre – è di questo che è ammalato, si direbbe avendo ancora l’animo di fare un calembour.

«Perché l’ha fatto, dottor Pierre? Perché?» mi ripete. Il direttore mette in dubbio l’esistenza stessa di Aspasia, di Pericle, del capitano Bob, finanche della roccia del diavolo. Mette in dubbio le mie ragioni per quel viaggio e si è intestardito a scavare alla ricerca di insondabili motivazioni.

Il calore! Tra le stanze fredde e anonime di questa casa di cura, mi manca il calore della mia camera di Sidhe, la camera che occupai durante le prime due settimane di permanenza nell’isola, prima di trasferirmi ad Aisling. Mi manca il letto a baldacchino di legno pesante, mi mancano le pareti intonacate di bianco e animate dai quadri. E Pericle, il pittore, che è tempo sia introdotto nella storia. Il vecchio Pericle, che soleva appendere i suoi lavori ovunque a Sidhe, ma aveva due soli soggetti, la roccia e Aspasia. In entrambi i casi, sosteneva, il risultato non era mai uguale a se stesso. Di Aspasia mutava a volte solo il fondo degli occhi iridescenti. Sulla roccia slavata, invece, faceva risaltare gli umori degli elementi che vi si abbattevano. Dipingeva con tocchi rapidi – quelli che si dicono sapienti, ma sembravano ispirati. Benché i soggetti fossero limitati, Pericle sapeva rendere ogni forma pensabile sotto il sole e farla apparire viva. Perché sull’isola la roccia era viva!

Al direttore questi particolari non sembrano importanti. Né alla polizia, sebbene siano giorni ormai che l’ispettore Rovati non si fa sentire: che lo abbia finalmente convinto?

Un altro, l’ispettore Rovati, le cui domande risultano noiose e incongruenti: «Dottor Pierre, perché ha provocato la fuga d’elio e perché ha danneggiato i magneti del CERN?». La sua voce ha il dono di traversarmi la testa da orecchio a orecchio e perdersi, lo sguardo è più bigio delle nuvole, sia pure foriere di tempesta. È anche lui un segugio che non si arrende, se è un merito, e so che tornerà all’attacco. So pure cosa dirà: «Perché l’ha fatto dottor Pierre? Che motivo aveva, un uomo di successo come lei?». Un rosario più che una domanda, un esercizio di durata, forse a sgravarsi la coscienza. Anche se, da bravo sbirro, lui saprà già ciò che noi non sappiamo, non ancora – lo sbirro è come il cuore di Pascal: ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.

A darmi veramente sui nervi è il direttore. Non sempre, ma quando, troppo spesso, mi si siede accanto sul letto e mi batte una mano sulla spalla. Quando mi chiama “vecchio mio” e mi dice di capire. Quando sostiene che sarebbe potuto capitare a chiunque: a chiunque dedichi una vita di studio a inseguire il sogno e poi nell’istante in cui è a due passi dal viverlo il mondo gli crolla addosso seppellendolo in sé. Queste sono sciocchezze.

La mattina successiva mi alzai tardi. Un brillante sole ottobrino illuminava la camera. Attraverso i vetri trasparenti della finestra, lustri, ammirai l’isola ancora bagnata dalla pioggia, il calcare bigio intriso di mare e di cielo, le stradine bordate dai muretti in pietra, a delimitare orti o prati antichi, abbandonati forse da sempre. Il debole fruscio di rade fronde e la schiuma delle onde dell’oceano raccontavano una tempesta non ancora placata ma in fase di quiete. Nuvole leggere muovevano veloci come in ritardo a un qualche appuntamento e alla distanza notai gabbiani che si posavano sulle altissime scogliere. Mi sentii meglio, sebbene la strana apprensione che mi aveva colto mentre ci avvicinavamo a Sidhe non mi avesse abbandonato. Scesi al piano terra pronto a rendere miglior omaggio alla cucina del maniero.

La sala da pranzo splendeva di una luce intensa, vivida, grazie alle alte vetrate. Con sollievo vidi il tavolo ancora apparecchiato, nonostante l’ora tarda. Una tovaglia candida, abbellita con pizzi delicati, lo copriva, portando l’attenzione per contrasto sulla parete oscurata dal dipinto imponente che s’era imposto la sera prima. Mi appressai al quadro come sotto fascinazione. Nella luminosità forte del mattino potei apprezzarne i particolari. L’artista mostrava qualità pittorica e forza ideativa, riuscendo a centrarle sulla figura di donna al lato sinistro. Con un tratto imperioso, l’occupazione domestica, donnesca, di svolgere e avvolgere la matassa era come un ordine impartito con naturalezza, e recepito come un dato di fatto. Un quadro di certezza, se non di sicurezza. Non fosse stato per un particolare che mi gelò: i fili tesi che la moira aveva in mano erano tre! La notte prima, ne ero sicuro, erano quattro: quattro fili tesi e uno allentato!

«Dottor Pierre, si sente bene?».

Una voce squillante, felice, mi deconcentrò. Era la signora Aspasia. Una Aspasia diversa, una meravigliosa creatura in stridente contrasto con la donna curva sulle spalle, piegata dai dolori, incontrata la sera prima. Nessun altro, né essere umano né spirito, se non costei avrebbe potuto allontanare i miei pensieri dall’inspiegabile mistero del filo teso mancante. E poi perché mi pareva di conoscerla da sempre quella sconosciuta? L’avevo già vista?

«Lei è pallido, si sieda». La donna mi accompagnò al tavolo e si affrettò verso il buffet, da dove tornò con una tazza colma di un liquido profumato, colorato e fumante. «È una tisana alle erbe dell’isola» mi rassicurò. «Un’antica ricetta di famiglia. Segreta. Beva, le farà bene e le farà tornare l’appetito».

E così fu. Mi ripresi subito. Tanto sveltamente che non seppi quale argomento affrontare per primo.

«Lei ha molte domande, non è vero, dottor Pierre?». La signora mi aiutò quasi spiandomi dentro. C’era un che di delicato e sconcertante nella sua figura bella, aggraziata, elegante, infilata dentro un abito allegro e colorato: il viso bianco, ma non pallido, pieno, pulito, ravvivato da occhi grandi che mutavano di colore ad ogni suo movimento. Ora verdi, ora azzurri, ora neri, ora di un grigio scuro, ora ricamati di riflessi rossi e gialli, ora miscellanea di colori pasticciati da un pittore impazzito. Una sorta di caleidoscopio, ma dai mutamenti impercettibili, lievi. E una massa di capelli, neri, brillanti, che sciolti dovevano sfiorare la terra, acconciati in trecce sofisticate, a corona sulla testa, in modo da formare sulla nuca un’unica coda lunga fin oltre la vita. Soggiogato da tanta bellezza non risposi subito. Lei attese paziente, mobilitandosi attorno a me, assicurandosi che non mancassi di nulla, senza interrompere la piccola conversazione, quasi a volermi dare il tempo di capire: «Spero vorrà perdonare il malinconico benvenuto a Sidhe. Non sono stata bene, ieri, avrei dovuto incaricare Geremia, il maggiordomo, o la cameriera Lilith, di ricevervi. Temo d’avere voluto esagerare».

«Il quadro…» riuscii finalmente a compitare, voltandomi verso la gigantesca tela quasi fosse una spiegazione.

«Bello, vero?» domandò retorica. «Certamente l’isolana è una delle migliori opere di Pericle. Un suo regalo».

«L’isolana? Pericle?».

«L’isolana è il titolo del quadro. Pericle è il pittore. Un artista dotato, nostro ospite fisso, che ha avuto un periodo classicista. Tanto tempo fa venne qui, s’innamorò del luogo e decise di non lasciarlo più». La voce aveva un che di caldo, avvolgente, mentre gli occhi sfavillavano d’infinite rifrazioni. «Di norma lo troverà al lavoro nel suo laboratorio, in giardino».

«Signora…».

«Mi chiami Aspasia, dottor Pierre. Sull’isola non badiamo troppo alle formalità».

«Aspasia» obbedii, «il quadro è superbo, l’ho esaminato con attenzione anche ieri sera».

«Ma?».

«Il cielo mi è testimone, ieri sera, la donna, l’isolana, teneva in mano quattro fili tesi e uno allentato, non tre fili tesi come ora». Mi alzai e mi appressai di nuovo al dipinto, rendendomi conto d’essere implausibile, mio malgrado. Lei mi seguì, lentamente.

«Quattro fili tesi, dottor Pierre?».

«Li ho contati, Aspasia, prima di menzionarli al signor D!».

«L’arte di Pericle ha sempre avuto il pregio di rendere vivo ogni spuntone di roccia di questo atollo abbandonato alle bizze dell’oceano, ma una simile considerazione critica confesso che non l’avevo mai sentita prima, dottor Pierre». Lo disse come dandomi l’impressione di un suo divertimento interno, che non palesava per non offendermi.

«Non mi crede, vero, Aspasia?».

«Certo che le credo, dottor Pierre» volle essere rassicurante. «Ma le garantisco che il quadro non è mai stato più uguale a se stesso di quanto non lo sia sotto questa luce gloriosa. Il fatto è…». La seguii al tavolo, mi proponevo di finire la colazione, un modo come un altro per sgravarmi dell’inquietudine. «Il fatto è che il vostro viaggio di ieri sera è stato stancante. L’attracco sull’isola – se mai è avvenuto – non deve essere stato dei più facili per il traghetto del capitano Bob. E la camminata fino a Sidhe, era già notte, può risultare faticosa, glielo dico per esperienza».

«Sta dicendo che quando sono stanco non posso fidarmi dei miei sensi?».

«Voglio dire, dottor Pierre, che l’isola è un ambiente diverso, e può prendere in molti modi l’animo del nuovo arrivato che la visita per la prima volta. Sapesse quante storie incredibili mi hanno raccontato gli ospiti che ho avuto negli anni, al ritorno dalle loro passeggiate quotidiane».

Subito mi si ripresentò alla mente, per nessuna ragione particolare, l’episodio della vecchia e dell’uomo spinto giù dalla scogliera che avevo spiato solo un giorno prima e che mercé lo scetticismo del capitano e il più totale disinteresse del signor D avevo in qualche modo rimosso. Arrossii.

«Le serve altro, dottor Pierre?».

«C’é per caso una vecchia che abita sull’isola?».

«Non ci sono vecchie sull’isola, dottor Pierre», spiegò Aspasia facendo eco alle parole del capitano Bob. «Perché me lo chiede?».

«Ieri sera, mentre il nostro battello attendeva in mare aperto, prima di avvicinarsi al molo, ho visto, sì, insomma, diciamo che ho visto una vecchia che spingeva un giovanotto dalla scogliera più alta, quella circondata dal forte megalitico».

«Una vecchia che spingeva un giovanotto giù dalla scogliera?» ripeté perplessa.

«Una megera con lunghi capelli canuti, vestita di nero» insistei.

Aspasia mi risparmiò la risata scortese che il vecchio Bob non s’era fatto scrupolo di sbattermi in faccia, ma riprese ad armeggiare intorno al mio tavolo con maggiore energia, quasi per scacciare un argomento che procurava imbarazzo: «Non ci sono vecchie sull’isola, dottor Pierre. E non ci sono neppure giovani: vedrà, avrà modo di accertarsene da sé. Le consiglio di seguire l’esempio del signor D che è uscito di primo mattino e a quest’ora avrà raggiunto il forte: la vista sull’oceano è meravigliosa da lassù. Credo che pure Pericle stia profittando di questa insperato sole ottobrino per dipingere» concluse con una mezza risata, prima di allontanarsi rapida pretestando il lavoro da apprestare in cucina.

Source Ipazia Books

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