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Filosofia dell’anima – Tra Sidhe e Elia

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

isUna delle cose che non so spiegare è perché senta sempre la necessità di “mettere via” tutto! Stavolta è toccato a Sidhe, un racconto scritto a più riprese tanto tempo fa. “Elia” l’avevo già “messo via”. Sono gli unici due racconti di “filosofia dell’anima” che abbia mai scritto: Sidhe è più complesso, Elia è più caro all’anima, come la sua protagonista, Cilestra.

Sidhe per certi versi è la versione narrata della cosmogonia impressa in Quantum Leap, non a caso il protagonista è uno scienziato del CERN. Ho sempre pensato a Sidhe come a un qualcosa di non decifrabile tra cattoliche-sponde, ho anche testato questo fatto, ciò non toglie che racconta tante delle mie idee su alcuni argomenti, idee che nel tempo non mutano mai, forse è anche per questo che mi è stato così “facile” confutare “Essere e tempo”.

In realtà in Sidhe c’è il Dasein, l’EsserCi heideggeriano, ma c’è soprattutto il Dortsein, e non solo. Di Sidhe amo le atmosfere che mi ricordano le mie amatissime Aran, certamente, ma anche gli studi sul microcosmo isola che feci tanti anni fa, ci scrissi una tesi sopra. Ricordo ancora i viaggi di San Brendano, mi pare si chiamasse così, e poi la fantastica isola di Hy-Brasil, le infinite isolette fredde rifugio preferito di cantori in vena di improbabili distopie. Sidhe però è un passo in una direzione molto diversa, perché tutto è plasmato dalle necessità di quel postulato-quantistico-in-nuce di cui parlavo in Quantum Leap!

Ho assoluta convinzione, tuttavia, che scrivere queste cose oggidì nella lingua di Dante non abbia alcuna valenza; non riesco a immaginare un solo qualcuno che possa interessarsi a questi temi, che immagino taboo. Un taboo non esplicitato a parole, ma che si fa soprattutto un taboo dello spirito. Mi colpisce però come anche in Sidhe io non senta la necessità di modificare una virgola: come tutto abbia-a-restare-com’era quasi fosse un esperimento quantistico dotato di una sua consistenza interna straordinaria!

Elia è diverso. Elia è un racconto dove per la prima volta ho provato ad attualizzarla la filosofia dell’anima, e il risultato di quell’esperimento è stato per me sconvolgente. Sviluppando il plot ho capito che la filosofia dell’anima, che è anche capacità di pensare in un dato modo con, immagino, il target ultimo di acquistare maggior saggezza, poteva aver la meglio anche sulla “balentia” istintiva dell’Essere. Heidegger direbbe che la Cura la vince sul dominio del SI spersonalizzante! Che è una cosa buona, ma chissà perché il mio spirito non l’ha gradita. Credo che non l’abbia gradita perché a quel tempo mitizzavo la “balentia”, e dunque non potevo gestirla così svilita, non potevo accettare senza protestare la fine del suo mito dentro di me, che era come sentirsi morire un poco dentro.

In compenso il racconto Elia mi ha regalato il personaggio creato dalla mia fantasia che – way beyond il mitico don Osvaldo e Palmira di “Tana di Volpe” – ho amato di più: Cilestra, la leggenda di Cilestra! Non mi era mai capitato prima di creare una “leggenda”! La speranza che ho per lei è che possa vivere nell’etere per sempre, con l’immagine di questo specialissimo “character” che io ne ho in mente, anche in questo stesso momento, straordinaria e bellissima, in un luogo meraviglioso a metà strada tra la terra e il cielo!

Non credo scriverò mai più altri racconti di filosofia dell’anima, semplicemente perché è difficile inventarli, debbono venirti, in qualche modo: dal profondo dell’anima, o in sogno come mi accadeva per quasi tutte le “urla”. E poi non amo raccontare storie perché anche se le connoti con quel qualcosa-in-più, come è stato il caso di Sidhe, devi comunque scrivere un plot denotativo: l’eroe fa questo, fa quello, incontra Tizio, caio, etc: boiate! Non le amo: tutti i romanzi di qualsiasi natura li chiamo “feuilletton”, e a parte qualcosa che lessi nella letteratura germanica, in realtà non ho mai dovuto cambiare questa mia idea per nessun testo che abbia mai letto, e credo di averne letti! O come direbbe Sheldon Cooper, è solo scrittura…

Non ho appunto pazienza per i feuilletton, preferisco lo studio, preferisco-aver-da-pensare. Ma almeno sono riuscita a non dimenticare Sidhe, a riporlo per sempre in qualche luogo dove lo tratteranno meglio di quanto potrei mai fare io. Io che adesso debbo gioco-forza muovere oltre per andare non si sa bene dove!

Rina Brundu

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