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‘O POSTO MIO NUN È – Raffaele Pisani, poeta vernacolare e fenomenologico

L'ULTIMA SILLOGE DI UN GRANDE POETA NAPOLETANO CONTEMPORANEO

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Presentazione

È un io-lirico pensatore, heideggeriano[1] nell’essenza, quello che si racconta in questa raccolta di brevi componimenti poetici vernacolari di Raffaele Pisani. Si tratta quindi di un ente che avverte il peso del suo sentirsi poeta:

Stasera sti penziere

so’ tale e quale a ‘e rame

d’ ‘o salice ca chiagne.

Tutto me pesa attuorno.

Malato e stanco ‘o tiempo

nun m’è cumpagno[2].

Alla maniera dell’EsserCi del filosofo tedesco, anche l’ente dell’artista Pisani si fa esperienza temporale, limitata, segnata dalla sua finitudine, idealmente salvata (storicizzata) solo da una struttura interiore che è fondamentalmente Cura, timbrata dalla sua capacità di prendersi a cuore gli altri e il mondo-abitabile che lo circonda.

‘A vita è tutto, è niente.

Chi primma

chi doppo

pòvere torna.

L’ommo è na cosa

che passa[3]

Come il più fine dei teorizzatori, l’io-lirico-che-è-ente si interroga sulla sua natura, sulla sua essenza, sul suo scopo. Mirabilmente egli riesce persino a dare un senso a una tale quest-ontologica, dunque a trovare una possibilità-di-risposta alle infinite domande retoriche, quando la ragione del suo personalissimo viaggio di formazione in qualche modo si rivela; quando lo scopo si riscopre equazione con la sua-stessa-capacità-di-fare-arte; quando la-sua-arte si-fa cammino privilegiato dello spirito, strada da percorrere in virtù di un destino anch’esso già segnato:

Me cerco sempe

Tutta ‘a iurnata,

p’ ‘e vicule, p’ ‘è strade,

e din’a ll’uocchie

d’ ‘a gente, e dint’ ‘e core

…….

Notte. Na scrivania.

‘O lume. ‘A penna.

‘Na poesia.

E io cu mme me trovo. Finalmente[4].

Il silenzio, la pace, la libertà senza catene restano tuttavia le categorie fondamentali per realizzare e comprendere il proprio esistere, per capire l’aver-da-essere-vivi, che quando intuito anche solo per quell’attimo infinitesimale si esalta facendosi urlo mirabile:

Scrivo. E straccio.

Straccio. E scrivo.

Restarrà quaccosa? Forse.

Pe’ mmo saccio

ca so’ vivo[5].

L’ente-poeta non si illude: per quanto meditati i ragionamenti degli uomini:

Cadono ‘n terra comm’ ‘e ffronne morte[6]

Si trasformano in scarto capace di imbrattare la strada dello spirito:

Passa e ‘e scamazza sott’ ‘e rrote. ‘A strada

se sporca ‘e cose inutile[7].

Cosciente dei suoi limiti, chiuso in una gabbia che-costringe, che si fa emblema plastico della solitudine esistenziale, sarà in madre-natura che l’ente-poeta ricercherà l’anelato conforto, nelle Mellune appise di novembre che

mettono estate

dint’ ‘e penziere[8].

Alla stregua di un “auciello… prigioniero[9]”, lo spirito brama la libertà:

Ma io me faccio auciello

E volo da ‘o balcone[10],

quasi avvertisse nella necessità di creare-distanza, la conditio-sin-qua-non per meglio comprendere il suo mondo-abitabile, per comprendere la natura del suo esistere, del suo essere, per riuscire a confrontarsi con il suo lato più autentico. Sarà infatti solo da quella posizione privilegiata, e più alta, che il poeta saprà esplorare al meglio ogni angolo recondito di cielo azzurro, potrà ammirare le vaste distese marine, farsi compagno delle rondinelle, volare sui giardini coltivati, sugli alberi di ciliegio, bagnarsi di pioggia di luglio, ammirare da prospettiva, anche goliardica, l’incantevole città di Napoli, cara al suo spirito, ma anch’essa fattasi ormai ombra di ciò che è stata.

Zitte[11]! L’importante è cogitare in quel silenzio ricercato, bramato, desiderato, ripetutamente richiesto a gran voce. In quel silenzio che è condizione imprescindibile anche per far sì che la voce dell’io-lirico abbandoni il tono meditativo, malinconico, retorico, onde diventare tonante denuncia dei peggiori misfatti e dei peggiori crimini di cui suo malgrado è testimone:

E l’animale n’ata vota ancora

Scamazza l’ommo. E nun fernesce ccà:

dimane, dint’ ‘a chiesia, ‘a sceneggiata

politico-mafiosa[12]

Perché i viaggi di istruzione debbono essere didattici o non sono, perché la didattica non è solo miraggio, ma può diventare occasione reale, percepita, di crescita morale:

Lasseme ‘a mano, io le dicette, voglio

Correre, so’ crisciuto, songo n’ommo[13].

Una crescita morale che non può cambiare le sorti di un destino segnato, ma che aiuta ad accettarlo quel destino, con maggiore forza, consapevolezza, e pace nell’anima.

Cchiù passa ‘o tiempo cchià sti ccarne vanno

verso ‘o tramonto[14].

La retorica e l’analitica dell’ente-poeta sono dunque di quelle partenopee nel loro profondo-fondo, e si ispirano al motto che è pure sfacciata interrogazione goliardica: Io? Speriamo che me la cavo! E pur di cavarsela l’EsserCi si inventa di tutto, pur di vincere la solitudine dell’Essere-costretto si inventa di tutto, pur di imbrogliare la sua finitudine si inventa di tutto. Domani invece è un altro giorno, il ciclo ricomincia.

Rina Brundu

[1] Martin Heidegger, filosofo esistenzialista tedesco (1889-1976).

[2] Cfr. Riflessione, pag. 29

[3] Cfr. L’ommo è na cosa che passa, pag. 31

[4] Cfr. Me cerco, pag. 33

[5] Cfr. So’ vivo, pag. 37

[6] Cfr. Penziere piccirille, pag. 41

[7] Ibidem.

[8] Cfr. Mellune appise, pag. 43

[9] Cfr. Auciello, pag. 45

[10] Ibidem.

[11] Cfr. Zitte, pag. 67

[12] Cfr. Falcone-Borsellino, pag. 57

[13] Cfr. Pigliame ‘a mano, pag. 79

[14] Cfr. Cchiù passa ‘o tiempo, pag. 85

 

Contenuti

Indice
Presentazione
Io nun me fermo
Stazione
Doppo ‘o tramonto
Parole ‘e viento
Lassateme, però
Autunno
Villa Bellini
Riflessione
L’ommo è na cosa che passa
Me cerco
Sulo silenzio
So’ vivo
Senza Catene
Penziere piccerille
Mellune appise
Auciello
Mare, stasera
Certezza
Ottimismo
‘E rrundinelle
Strage di Capaci
Falcone – Borsellino
Fuitenne
Apparenza
‘A Befana
Nuvole
Zitte
Albero ‘e cerase
Pioggia ‘e luglio
Stanotte
Napule riggina
Suonno ‘e palomma
Pigliame ‘a mano
Uommene 81
Addo’ ce stanno ll’uommene
Cchiù passa ‘o tiempo
Note biografiche

Paperback

Ebook

Fonte: www.ipaziabooks.com


Raffaele Pisani – Poeta vernacolare napoletano, scrive versi fin da giovanissimo. La sua poesia Palomma ‘e primavera verrà inserita dal poeta e compositore E. A. Mario nella raccolta Piedigrotta (1960). Pisani resterà in contatto con il famoso artista, che gli farà da maestro, fino alla morte di Mario avvenuta nel 1961. Raffaele Pisani è autore di diverse sillogi, le quali muovono dalle tematiche religiose fino a farsi vere e proprie analitiche sociali, quando l’occhio acuto e preoccupato dell’io-lirico non manca di soffermarsi sulla più difficile attualità regionale e nazionale.

 


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