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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Lotta alla superstizione e sostegno a un mirabile Roberto Renzetti in rotta contro “il fondamentalista clericale che vuole spiegarmi il metodo scientifico. Abbiate pietà di lui: che come il possente Barbarossa morì annegato!”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

  barbarossa

Durante la mia solita visita al mirabile sito fisicamente.net dell’impareggiabile Professor Renzetti – mio idolo, secondo solo a Diogene di Sinope – ho trovato questo articolo in cui egli risponde a delle critiche che sono state fatte al suo memorabile pezzo – ripreso anche da Rosebud – sugli infiniti crimini della Chiesa. Pur togliendo i nomi che non ci interessano, riprendo qui la risposta del professore, che come sempre diventa una sorta di nostro baluardo di luce nel buio della notte.

Di nuovo, caro professore, ammirata... dieci, cento, mille, un milione di Roberto Renzetti per cambiare la nostra amata Italia!

Andare in giro per il web può rivelarsi crudele per coloro che tentano giudizi su alcune frasi essendo ignoranti sull’argomento e, peggio, volendo nascondersi sotto la tonaca di criminali assassini.
Accade a (nome e cognome – omissis di Rosebud non del professore) che farebbe bene ad infilarsi in un buco nero facendosi allungare come uno spaghetto, piuttosto che opinare su cose che non conosce tentando di denigrare chi le conosce.
Gentile audace personaggio, a 6 anni di distanza dalle sue elucubrazioni sui crimini della Chiesa nell’Inquisizione relative ad un mio scritto molto corposo e documentato, debbo dirle che, essendo lei uno che si occupa di scienza, lascia davvero basiti.
Lei, in poche parole tenta di ridicolizzare il mio scritto negando e negando, affermando il ridicolo delle mie fonti, senza però proporre nulla di positivo e di alternativo.
La Chiesa ha o no massacrato l’intero popolo cataro ed albigese?
Vi è la stupida e criminale giustificazione che quelli indicavano comportamenti diversi da quelli comunemente accettati? In questo modo lei si schiera con Hitler e Stalin, se ne rende conto? Credo di no perché lei ha già assunto la fisionomia dello spaghetto.
Riguardo alle fonti, io leggo ogni scritto che conosco sull’argomento che tratto e volermi affibbiare autori che fanno affari con la storia insulta più lei che me. Infatti lei non conosce nulla della mia vita che da oltre 60 anni studia a fondo ogni argomento che lo interessa. In ogni caso non basta dire che quello non è credibile ma occorre entrare in argomento e contestare delle tesi con altre tesi. E lei non lo fa. La cosa fa ribrezzo a chi richiama il metodo scientifico e Galileo l’avrebbe preso a calci.
Pensi che la massa di delinquenti che popolano l’Antico Testamento faceva riferimento alla A proposito Galileo fu vittima dell’Inquisizione, secondo lei perché non si adeguava alla comune concezione del mondo? E quando si cresce se quello che lei sostiene diventasse norma comunemente accettata? Diciamoci la verità lei non solo è un reazionario conservatore, ma è anche un teorico della sua indegna posizione. Dia retta la finisca con l’astrofisica e vada a pascolare nei prati della teologia in cui le cose che lei sostiene sono vive e vegete.
ED ORA QUALCHE ARGOMENTO RIPORTANDO PASSI DI STORICI E NON DI CLERICALI
I patarini
Rivolta a Milano dei laici contro il clero. Durante la Pentecoste del 1066 scoppiarono dei disordini tra le due fazioni. Leggo su “La Storia” (opera coordinata da Massimo L. Salvadori, UTET 2004):

Tra il 1059 e il 1064 si susseguono episodi di aperta sfida al clero milanese che non si mostra, anche per ragioni di differente interpretazione liturgica, disposto ad allinearsi con Roma, seguendo la predicazione e le imposizioni di Arialdo e dei suoi seguaci. Si ginn se così alla Pentecoste del 1066, allorché, giunta la scomunica pei l’arcivescovo Guido da Velate da parte di Alessandro II (Anselmo da Baggio), l’arcivescovo indicò nei patarini e in Arialdo e Landolfo Cotta i responsabili di quello che era un vero e proprio affronto alla chiesa di Sant’Ambrogio. Ne nacquero tafferugli, durante i quali Arialdo venne percosso e la sede dell’arcivescovo assaltata. Milano venne colpita da interdetto da parte di Guido da Velate; Arialdo lasciò la città, ma preso da fedeli dell’arcivescovo venne massacralo in un’isola del lago Maggiore.
Questi sono i fatti, ricostruiti dosando l’attendibilità delle fonti, come si detto. Ma, al di là di tali fatti, emergono alcuni elementi che vanno giudicati in prospettiva: la domanda del proprio essere nel mondo, una presa di coscienza che non ha nessun carattere eversivo in sé pone oggettivamente in crisi il sistema postcarolingio, proprio perché questo sistema non si è sufficientemente messo in crisi esso stesso.
Un segno di questo dato è rappresentato dalla circostanza che è assolutamente impensabile dare un connotato di rivolta sodale- classista alla pataria. Troviamo tra i rappresentanti del movimento
e non solo quelli di spicco, ma anche tra i «seguaci» – persone appartenenti a ogni ceto: chiaramente tendenziosa la notizia ripe- iuta dalle fonti avverse alla pataria, che essa fosse costituita da ple¬baglia «diseredata», avida delle ricchezze del clero «concubinario» c «simoniaco», pur se non si debba escludere che saccheggi e rapi¬ne si siano verificati, alimentando in seguito le accuse rivolte allo stesso Gregorio VII di aver appoggiato dei violenti aggressori del clero. L’atteggiamento della Chiesa romana – che segue e non sco raggia i patarini — non può essere banalizzato come «strumentale»: direi che il gruppo riformatore (Ildebrando di Soana, Pier Damiani e altri) cerca negli eventi di Milano la conferma della linea di ten¬denza storica cui non può sottrarsi la christicmitas. Il richiamo alle origini, la protesta di essere fedeli alla tradizione autentica della Chiesa primitiva, la inesorabile coerenza richiesta tra vita intima e vita nell’ufficio ricoperto, sono un bisogno assolutamente nuovo di certezza, non una negazione dei fondamenti che dovrebbero regge¬re quella certezza. La pataria non è antigerarchica: se non si te¬messe di usare una terminologia anacronistica si direbbe che è ani¬mata da spirito garantista.
Nella pataria non c’è rifiuto dei sacramenti – e ciò segna, se non una netta differenziazione dagli altri movimenti «ereticali» di cui si è parlato nel presente capitolo, una diversa e più efficace contestazione — ma c’è rifiuto della inautenticità di una mediazio¬ne sacramentale operata da chi per primo, con il proprio compor¬tamento, dimostra di non crederci. Individuate così le linee di fondo e di possibile sviluppo della pataria, si può ben compren¬dere che solo uno sforzo congiunto di papato e impero quale c’e¬ra stato ancora con Enrico III (imperatore dal 1039 al 1056) e Leone IX (papa dal 1049 al 1054) avrebbe operato con qualche successo quella restaurazione dei valori, oltre che delle norme, che era diffusamente, anche se, talora, confusamente richiesta da una cristianità diversamente cosciente rispetto a quella della fine del secolo X.

I patarini non furono i primi cristiani che si ribellarono allo strapotere della Chiesa uffiiale, alla corruzione, al malcostume, alle violenze, alla pedofilia dilagante ai facili arricchimenti alle spalle della povera gente. Un clima di ribellione e di lotta contro ciò si estese in tutta Europa organizzandosi in chiese che da Roma vennero definite” ereticali”. L’eresia era il disprezzo della ricchezza e l’aspirazione ad una Chiesa povera. Anche San Francesco dovette battersi contro i crapuloni di Roma e riuscì a far accettare il suo ordine, uno dei tanti ordini mendicanti, solo accettando di predicare la povertà per sé ed i suoi adepti (ed i francescani furono premiati divenendo un ordine inquisitore a fianco dei domenicani).
Alcuni esempi sono Valdo ed i valdesi, Fra Dolcino (e Margherita) ed i dolciniani, Ubertino da Casale, Arnaldo da Villanova. Tutti costoro furono perseguitati ed ammazzati (va ricordata l’orrenda morte di Margherita),. I Valdesi si rifugiarono sulle Alpi piemontesi, i dolciniani nella Val Brembana e tutti dovettero scappare e nascondersi da quella Chiesa che era diventata l’Anticristo dell’Apocalisse.
(Nome omissis) invece spara le seguenti cazzate: “Essi rifiutavano il giuramento su cui, in età medievale, si fondava la certezza del diritto. Venendo meno questo istituto, si intaccava il rapporto di fiducia personale che era alla base dell’organizzazione sociale”.
Ma cosa dice l’inquisitore? Chi faceva il giuramento e dove lo si faceva? Questo inventato giuramento cancellava il Battesimo che ti fa riconoscere il POVERO E PERSEGUITATO Gesù come Dio? Quell’inventato giuramento ti fa dimenticare la sequela dei Papi Porci (Papa Formoso, Teodora, Marozia, Alberico, i Crescenzi, Giovanni XII, Maifreda da Pirovano, Giulia Farnese, Fiammetta, Lola, Alessandro VI, Lucrezia Borgia, Paolo III, Paolo IV, Donna Olimpia, … ed innumerevoli altri rappresentanti della pornocrazia vaticana) che dall’anno Mille imperversavano?
L’integralista sciocco parla di rapporti di fiducia tra nobili, cavalieri, prelati e povera gente? Ma che caspita di storia conosce costui, neppure in seminario mettono insieme più cazzate che parole. E sulla sequela di cazzate sopra riportate il nobile (nome omissis) stende un velo sugli orrendi massacri di cittadini di ogni risma che la Chiesa ordinò nel Sud della Francia. Ed il solito (nome omissis) dimentica i massacri delle Crociate che proprio in quei tempi (uno storico cristiano dell’epoca ci racconta che, dopo l’ingresso a Gerusalemme degli assassini crociati, si camminava bagnandosi i piedi di sangue fin oltre le caviglie). Quale giuramento vi era in questo caso?
Ma torniamo ai perseguitati del Sud della Francia, i catari (i puri, diffusi in tutta Europa) e gli albigesi.
Scrive il testo citato (e questi giudizi sono sempre del tutto condivisi, come del resto quelli che ho dato e darò sui Templari, da noti storici della Chiesa come Filoramo, Menozzi e Pesce):
In essi convergevano autonome mani¬festazioni di religiosità estremamente spiritualizzata e di moralità ri¬gorosamente ascetica – di qui il nome di «catari», cioè i «puri- – orientate verso un dualismo moderato, con i modelli di «vita apostolica». … Agli inizi degli anni Settanta del sec. XII a Saint-Félix-de- Caraman, non lontano da Tolosa, si riunì un concilio eretico con partecipazione di Niceta, vescovo bogomilo della Chiesa radica e della penisola balcanica o di Bisanzio, che già aveva contribuito, du¬rante il suo passaggio per l’Italia settentrionale, a organizzare i car¬ri di Lombardia, guadagnandoli alle posizioni dell’ordo Druguni. All’assemblea parteciparono i personaggi eminenti e le delegazioni delle Chiese del nord e del Mez¬zogiorno di Francia e della Lombardia. Le comunità, al cui interno si esprimevano forme di organizzazione in corrispondenza alle diffe-renziazioni fra i membri e le loro funzioni, si diedero una più preci¬sa fisionomia e, nel Midi francese dove l’eresia era alquanto diffusa e radicata, una strutturazione su base territoriale. Da Niceta rice¬vettero il consolamentum – l’imposizione delle mani – sette «episco¬pi»: un numero che volutamente era rapportato alle «sette Chiese d’Asia» dell’Apocalisse e all’esempio della «Chiesa primitiva». Attra¬verso una decisa volontà di unione spirituale e di coordinamento di intenti quasi si prospettava l’atto di una «rifondazione» della Chiesa del Cristo nell’Europa occidentale. Quali le conseguenze? Da quel momento il catarismo poté offrirsi come Chiesa alterna¬tiva alla Chiesa cattolico-romana. I legami con le Chiese orientali fornirono l’attrezzatura teologica e spirituale e i modelli rituali e ge¬rarchici, facendo superare la precedente fase caratterizzata dalla semplice proposta di una morale apostolica rigorosa. Quegli stessi legami indussero motivi di divisione e favorirono processi di autonoma elaborazione o rielaborazione del patrimonio culturale ereditato.

Esiste un secolare dibattito circa il problema se i catari siano o no da considerare cristiani: dibattito assai condizionato dai differenti metri di valutazione utilizzati, ancor oggi aperto. Fra le molte lettu¬re del catarismo una sembra più soddisfacente, nonostante che ri¬sulti arduo proporre visioni unitarie di fenomeni caratterizzati dal li¬bero giuoco dell’immaginazione creativa, dal gusto della varietà e delle novità. Forse i catari sono qualificabili soprattutto come gno¬stici, trovatisi all’incrocio tra forme di pensiero e di vita prossime ma eterogenee e storicamente contrastanti, di cui tentarono o dovette¬ro tentare una sintesi, per soddisfare al duplice bisogno di una reli¬giosità cristiana più autentica e di una risposta razionale alle fondamentali domande intorno all’esistenza umana. Il dualismo di origine orientale fornì una strumentazione concettuale «globale», a completamento e spiegazione dei testi evangelici, di fronte ad esigenze religiose “globali” di uomini dell’Occidente.¬
Invece il nostro cervello dal diametro di uno spaghetto (attenti ai buchi neri!) liquida i Catari nel modo seguente:
“Rifiutavano il matrimonio e la procreazione, condannando dunque l’umanità ad estinguersi, predicando una purezza che però, in quanto la loro dottrina è di matrice gnostica, non praticavano, abbandonandosi al contrario alla più sfrenata corruzione, di cui si facevano propagatori.
Praticavano l’aborto, l’eutanasia e il suicidio per fame: l’endura (Da wikipedia: L’endura era una pratica dei catari, consistente in un digiuno caratterizzato dall’astinenza totale dal cibo e dall’acqua, sovente sino al sopraggiungere della morte. Tale digiuno rappresentava una forma estrema di negazione di sé e di separazione dal mondo materiale, che per la concezione catara era dominato dal Male, ndr).
Era convinzione diffusa che questo sacrificio finale avrebbe assicurato la riunificazione dell’anima con il bene assoluto.
Erano violenti e anche laddove rappresentavano una minoranza perseguitavano sia il clero sia i fedeli che non si sottomettevano alla loro dottrina aberrante. E per farlo non esitavano ad allearsi coi Saraceni”.
Tra gli altri molteplici ereticali dell’epoca vi erano anche “gli apostoli di Colonia. E’ d’interesse leggere di cosa li accusava la Chiesa. Leggo sempre dal testo citato:

Leg¬giamo quanto scrive Evervino di Steinfcld:

Questa è la loro eresia. Essi dicono che la Chiesa è soltanto presso loro, al punto che essi soli seguono con coerenza le vestigia del Cristo e rimangono i ve¬ri imitatori della vita apostolica, perché non cercano le cose che sono del mon¬do, non possedendo casa, né campi, né proprietà alcuna: così come il Cristo non ebbe possessi, né ai suoi discepoli concesse di averne. “Voi invece — ci dicono — aggiungete casa a casa e campo a campo, e cercate le cose che sono di questo mondo: così che anche coloro che sono ritenuti tra voi ì più perfetti, come i mo¬naci e i canonici regolari, benché non possiedano queste cose in proprio, ma in comune, tuttavia posseggono tutte queste cose”. Di se stessi dicono: ‘‘Noi, poveri del Cristo, senza una sede stabile, fuggendo di città in città, come agnelli in mez¬zo ai lupi, siamo perseguitati come lo furono gli apostoli e i martiri, conducendo una vita santa e durissima nel digiuno e nell’astinenza, perseverando giorno e notte in preghiere e lavori, e da questi ricerchiamo unicamente il necessario per vivere. Noi sopportiamo ciò poiché non siamo del mondo: voi invece che amate il mondo, avete pace con il mondo, perché siete del mondo. Pseudoapostoli, adulteratori della parola del Cristo, che ricercarono i propri interessi, fecero uscire dalla retta via voi e i vostri padri. Noi e i nostri padri, generati apostoli, siamo rimasti nella grazia del Cristo e vi resteremo sin alla fine dei secoli. Per di¬stinguere tra noi e voi, il Cristo disse: ‘‘Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt., 7,16). I nostri frutti consistono nel seguire le vestigia del Cristo. “
Anche questo insieme di colpe assegnate ai laici che volevano una Chiesa di poveri, parlano da sole.
Leggo ora da Ludovico Gatto, “Le Crociate” (Newton & Compton 1994):

“Il colpo di grazia all’idea di passagium (Crociata purificatrice rivolta solo a liberare la Terra Santa dall’Islam) fu dato dalla crociata del 1202-1204, allorché alla realizzazione del progetto si sovrapposero motivi di conquista territoriale avulsi dalla causa di Gerusalemme (o da quella di altri centri legati alla nascita e alla passione di Cristo, insomma alle origi¬ni di quella religione) come la conquista di Zara e di Costanti¬nopoli, il cui bottino non bastò a saziare l’ingordigia dei cro¬ciati, i quali procedettero addirittura alla fondazione dell’Im- pero latino d’Oriente. Tutto questo – è chiaro – non rientrava nel programma -dell’auxilium Terrae Sanctae, ma era solo una costruzione politica da non confondersi con il destino della cri¬stianità palestinese. Anzi, in conseguenza di ciò, maturò la convinzione che i programmi di crociata potessero scindersi da quelli della Terra Santa che li aveva originati per attagliarsi an¬che ad altri luoghi e a differenti finalità.
Nei primi anni del Duecento infatti, l’attenzione di papa In¬nocenzo ni si concentrò sui Catari, eretici allora numerosi e potenti nel sud della Francia, in Provenza e in Linguadoca e segnatamente nella città di Albi, compresa nei possedimenti della contea di Tolosa: di qui i suoi abitanti e gli scismatici vennero denominati Nel 1208, per l’appunto, questi ultimi uccisero presso il Ro¬dano il legato papale Pietro di Castelnau. Ecclesiastici, cava¬lieri fanatici, avventurieri avidi di conquiste profittarono del¬l’appello innocenziano per organizzare una crociata contro gli Albigesi, nel cui corso, senza operare divisioni fra cattolici e Catari, compirono una vera e propria carneficina, il cui spes¬sore si ricavò dalla relazione inviata al papa dai suoi legati per ricordare il massacro degli abitanti di Bèziers, del 1209. Pare, infatti, che al comandante dell’esercito crociato, Simone di Monfort, il quale chiese come distinguere nel corso della re¬pressione gli eretici dagli altri cittadini, il legato papale Amaido Amalric abbia risposto: «Ammazzateli tutti. Dio riconosce¬rà i suoi!».
Veramente edificante, degno di un integralista dell’ISIS in gonnella vaticana.

Sui Catari mi fermo qui lasciando l’integralista forcaiolo al giudizio dei lettori (chiedo, en passant, dove il poveretto ha trovato i nomi di Michael Baigent e Richard Leigh? L’unico che ha letto la povera divulgazione sensazionalista di questi due signori è solo lui.
Passiamo ora ai Templari iniziando da quell’indegno pupazzo di Papa Clemente V. Il clericale (omissis cognome) si adonta per questa mia definizione di tanto Papa che era un antipapa definito da Karlheinz Deschner (Storia criminale del Cristianesimo, ARIELE 2007, vol. 8) “Un pontefice abile, eloquente. Ma quale effetto potevano avere i sermoni moraleggianti di un capo che praticava egli stesso fino all’estremo ciò che sferzava così scaltramente nel suo clero, di uno che era lui stesso sprecone, avido, assatanato, né più né meno di un qualsiasi maschio libidinoso?”. Leggo su Claudio Rendina, “I Papi, storia e segreti” (Newton & Compton 1983):
Bertrand de Got, nativo di Villandraut nella Gironda, fu dunque eletto il 5 luglio del 1305; guascone, aveva studiato a no al e Bologna, ed era stato eletto arcivescovo di Bordeaux da Bonifacio VIII. Era comunque in amichevoli rapporti col re di Francia e, desideroso di diventare pontefice, si arrese completamente ai suoi desideri; il primo atto, significativo in tal senso, fu la comunicazione inviata ai propri elettori di trasferirsi in Francia, perché egli desiderava essere incoronato nella sua patria.
….
E poi c’è l’assurdità di un vescovo di Roma lontano dalla sua diocesi e di una Chiesa apostolica e romana facente capo ad Avignone, dove nessun apostolo si era mai recato. Per tutto questo periodo Roma fu abbandonata a se stessa, nelle lotte tra fazioni, e lo Stato della Chiesa sfuggì quasi completamente alla sovranità pontificia in una tale decadenza che rendeva addirittura impossibile un ritorno della Curia a Roma in un prossimo futuro.

Con Clemente v fu già evidente la sottomissione del papato al re di Francia. Già poche settimane dopo la sua elezione infatti si mostrò compiacente ai desideri di Filippo il Bello nominando ben nove cardinali francesi, parenti o amici del re in modo da consentire un’incondizionata maggioranza dei Francesi in sede al collegio cardinalizio, con un effettivo controllo sulla politica della Curia; venivano anche reintegrati nella loro dignità i cardinali Giacomo e Pietro Colonna.
Ma la cosa che premeva particolarmente a Filippo e alla maggioranza dei porporati era l’istruzione di un processo contro Bonifacio VIII; Clemente V cercò finché gli fu possibile di guadagnar tempo e riuscì poi in effetti ad evitare la condanna ufficiale del papa, ma tutto questo a costo di numerose concessioni pur sempre lesive della personalità di Bonifacio VIII. Esse cominciarono dal febbraio 1306, quando il papa revocò tutti i provvedimenti contro la famiglia Colonna, che questa volta riuscì a rientrare in possesso di quanto le era stato sottratto a vantaggio dei Caetani e degli Orsini. A Filippo il Bello furono poi concesse le decime ecclesiastiche promesse in pratica dal papa prima della sua elezione; fu inoltre abrogata la bolla Clericis laicos e di conseguenza i rapporti del re di Francia con la Chiesa sarebbero rimasti invariati rispetto a quelli goduti dallo stesso prima dell’emissione della bolla.
Clemente v pensò di aver ricambiato adeguatamente il suo re per averlo favorito nell’elezione al pontificato, ma si sbagliava; in un incontro nel maggio 1308 a Poitiers i due giunsero ad un aspro dissidio di fronte ad alcune ferme pretese avanzate da Filippo. Questi voleva la condanna di Bonifacio VIII in un vero e proprio processo e il proscioglimento del Nogaret dalla scomunica la convocazione di un concilio ecumenico in Francia; lo scioglimento dell’Ordine dei Templari. Quest’ultimo era un Ordine di cavalieri che aveva ricevuto la regola ecclesiastica da Bernardo di Chiaravalle in un’attività legata alla Terra. Santa; con il tramonto delle crociate, esso aveva perso ogni incombenza pratica ma aveva seguitato a prosperare specialmente in Francia, con l’apertura di numerosi conventi, veri e propri depositi dei tesori raccolti da questi ecclesiastici. Infatti, come nota l’Ullmann, «con lo sviluppo del commercio fra il Levante e l’Occidente europeo i Templari cominciarono a fungere da banchieri mercantili. Inoltre, essendo molti coloro che avevano depositato gioielli e altri tesori personali presso i Templari di Francia, l’Ordine era sulla buona strada per diventare una grande potenza economica, dato anche che godeva di molti privilegi e immunità». In pratica Filippo voleva impossessarsi di questa immensa fortuna spingendo il papa a sciogliere appunto l’Ordine dei Templari, a costo di cedere magari sul processo a Bonifacio VIII; e così avvenne.
Clemente v da principio dette subito il suo assenso alla convocazione del concilio, mentre sulle altre pretese si mostrò più restio; in realtà cedette gradualmente, ad arte, proprio per arrivare a salvare la memoria di papa Caetani fin dove gli fosse possibile. Riguardo ai Templari il papa pensò di controllare la cosa assegnando pieni poteri ai vescovi e all’Inquisizione, in modo che varie commissioni nelle singole diocesi potessero esaminare caso per caso la situazione dei conventi; ma in realtà egli non ebbe mano libera neanche nella formazione delle commissioni, tutte più o meno direttamente pilotate da Filippo. E queste commissioni, ricorrendo alla tortura, riuscirono ad estorcere ai rappresentanti più eminenti dell’Ordine dei Templari confessioni di eresia considerate autentiche dall’Inquisizione, che provvide di conseguenza a mandarli al rogo; le ritrattazioni non furono ritenute valide e i colpevoli furono ugualmente ritenuti «recidivi» come eretici. [Lo storico francese Alain Demurger, nel suo “Vita e morte dell’Ordine dei Templari” Garzanti 2005, su questo aspetto chiosa opportunamente:

Erano guerrieri formati per un certo tipo di combattimento e abituati ad un nemico: l’infedele. Erano preparati a una forma di sacrificio: i musulmani non perdevano tempo a torturare i prigionieri templari ed ospitalieri, tagliavano loro la testa, in modo rituale. Ogni templare prigioniero sapeva quale sorte lo attendesse.
Ora, invece, questi uomini erano stati presi in un tipo di meccanismo che è stato compreso chiaramente nel xx secolo, attraverso l’analisi dei processi staliniani. Erano morti per la Terra Santa a migliaia: al pubblico si dice ora che sono alleati «oggettivi» dei Saraceni, e che a causa di ciò e dei loro peccati hanno perduto la Terra Santa. Difensori della fede cattolica, li si definisce eretici. L’aver sputato per terra diventa un peccato mortale, e certe espressioni da corpo di guardia vengono loro imputate a delitto. Si dimostra loro che l’unico servigio che possono ancora rendere alla cristianità sia confessare: il re di Francia – il re cristianissimo – e il papa loro protettore lo chiedono. Siccome non comprendono, si ricorre alla geenna.
I templari si rivelano incapaci di combattere questo nemico. Disorien¬tati, in balia degli eventi, non capiscono il motivo di queste accuse; e per di più sono stati privati di una guida. Su questo punto la responsabilità del Molay e dei dignitari dell’ordine è gravissima. Così i templari hanno ceduto. Gli eroi erano stanchi? Senza dubbio; ma più semplicemente si può essere eroi sugli ultimi spalti in rovina di Terra Santa e non esserlo sul cavalletto dei torturatori del Nogaret. Soprattutto se, per di più, si ha la vaga coscienza che l’ideale per il quale si lotta sia crollato.
Già all’epoca stessa del processo alcuni personaggi si levarono per mettere in discussione la procedura seguita e per negare validità alle confessioni ottenute con la tortura. Raimondo Sa Guardia, il precettore di Mas-Deu nel Rossiglione, colui che guidava la resistenza dei templari d’Aragona, dichiarò ai suoi accusatori:
Non avendo potuto provare nessuno dei crimini che ci vengono imputati, questi individui perversi hanno fatto appello alla violenza e alla tortura, perché è solo con questi sistemi che hanno potuto strappare delle confessato sotto la tortura delle enormità, molti si sarebbero comportati eroicamente sulle mura di Acri].

Gli appelli al papa dei condannati finirono nel nulla; Clemente v ottenne solo di rinviare una decisione definitiva sulla condanna dell’Ordine al concilio, convocato per l’ottobre del 1310 a Vienne, ma rinviato poi di un anno perché nel frattempo Filippo e la corte, sospinti dai Colonna, premevano per il processo contro Bonifacio VIII, continuamente differito dal papa e infine iniziato nel marzo 1310 ad Avignone.
L’accusa fu sostenuta da Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Plasian, che facevano parte del Consiglio di Stato del re, e fautori di tutte le losche manovre che avevano portato all’«affronto di Anagni», mentre i due cardinali Colonna nemici personali di papa Caetani, fungevano da testimoni, ovviamente non a difesa; a questo punto il re capì che però un qualcosa doveva pur concedere al povero Clemente, e, di fronte ad un’ennesima sua tergiversazione, decise di rinunciare ad un’ulteriore umiliazione del papato. Naturalmente non pe¬r un senso di pietà, bensì per accattivarsi definitivamente l’assenso del pontefice allo scioglimento dell’Ordine dei Templari in sede di concilio. D’altronde il 27 aprile 1311 nella bolla Rex glorine Clemente v riconobbe esplicitamente l’innocenza e il «bonus zelus» del re nel suo procedimento contro Bonifacio VIII e arrivò a to¬gliere la scomunica al Nogaret; infine in tutte le bolle emanate da quel papa furono letteralmente «raschiati» i passi che contenevano rimproveri contro il re. Si arrivò così al concilio di Vienne, il quindicesimo ecumenico, che fu aperto, alla presenza di Filippo il 16 ottobre 1311; era destinato ad occuparsi essenzialmente dei Templari e lo fece a senso unico, sulla base dei processi già avviati dall’ Inquisizione e della relazione di una commissione episcopale francese. Il Papa con la bolla Vox in excelso del 3 aprile 1312, approvata all’unanimità dal concilio, decretò lo scioglimento dell’Ordine con la semplice giustificazione che esso non adempiva più ai compiti per i quali era stato creato, legati appunto alla Terra Santa e alle crociate ormai venute meno, ed evidenziando che molti suoi adepti erano stati riconosciuti eretici. Tutte le ricchezze e le proprietà dei Tem¬pri vennero suddivise tra gli Ospedalieri e i Giovanniti, ma su gran parte di esse finì poi per mettere le mani Filippo il Bello, ricco d’inventiva nel trovare scappatoie ed espedienti per dire in ogni circostanza l’ultima parola. Della torre del Tempio a Parigi fece addirittura il suo castello residenziale; durante la Rivoluzione sarebbe stata la prigione di Luigi XVI e Maria Antonietta.
Non serve aggiungere altro, chi vuole seguire le vicende di questo pupazzo nelle mani di Filippo il Bello può farlo nel testo di Rendina citato, alle pagine 520 e 521.
Per parte mia debbo dire che fin dalla più tenera età, secoli fa, ho avuto a che fare con cialtroni ma di spudorati come il nostro spaghetto volante ho solo trovato bipedi implumi acefali obnubilati da una fede acritica nelle verità clericali.
__Amen_____________________-

Mi scusi, bipede implume acefalo. Questa breve lezione è gratuita. La prossima non ci sarà senza un lauto compenso: un pellegrinaggio in Terra Santa incappucciato e con cilicio
Riguardo ai documenti originali su dui avrebbe studiao, mentre si laureava in badilografia, me li mandi, li pubblicherò con il massimo risalto.

Roberto Renzetti

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