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STORIA DI VERA – Quando ad essere “migranti” erano i veneti e sul bastimento andavano verso la… Merica!

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

ESTRATTO

Ancora oggi Vera si ricorda di come il versante del monte Avena fosse, nella parte del fianco più dolce vicino alla pianura, tutto un vigneto ben curato. Sua madre le raccontava di quando, lei ancora bambina, si caricava sulle spalle la gerla che conteneva il concime naturale prodotto dalla mucca nella stalla e, appena spuntava l’alba – perché si vergognava a farsi vedere dai paesani con quella gerla non proprio profumata – salisse il ripido sentiero per arrivare al vigneto di famiglia a stendere il letame sotto le viti. Poi tornava a casa per prepararsi ad andare a scuola. La fatica era tanta per una bimba di pochi anni, ma la nonna aveva altre due piccoline da curare e il nonno lavorava in America. Anche questo fu uno dei motivi per cui l’uomo non voleva altro terreno montano, e preferiva la pianura, dove già possedeva alcuni appezzamenti chiamati il Conte, Morosini, Longar, oltre a un campo lungo i confini della casa. Tempo dopo acquistò anche un altro terreno chiamato Le Jare, e fu proprio quello il suo pessimo investimento.

Come se non fossero stati sufficienti quei disastri naturali che lo avevano colpito, le finanze della famiglia furono messe a dura prova anche dal fatto che la moglie, la nonna di Vera, avrebbe dovuto subire un intervento all’ospedale di Padova. In quel periodo infatti non esisteva ancora l’assistenza mutualistica, per cui il costo del ricovero ospedaliero e dell’operazione lo avrebbero dovuto pagare i parenti del malato, così come l’acquisto dei farmaci per le cure.

Povero nonno, si disse Vera, non aveva retto alle vicissitudini che lo avevano travolto al suo rientro in Italia! E pensare che aveva lavorato tanto in America, sebbene anche lì avesse perso parte dei risparmi dopo la Grande Depressione del 1929! Stanco di essere sempre solo era rientrato in maniera definitiva, sicuro che con l’acquisto di quei terreni avrebbe potuto garantire il futuro della famiglia. Ma quelli erano tempi difficili per tutti, soprattutto per una regione come il Veneto che certo non era il territorio ricco e benestante di oggi. Tantissimi suoi figli furono costretti a emigrare, chi verso le Americhe, chi in Germania, Svizzera, Francia, Belgio, ma anche in altre regioni italiane e nelle grandi città industrializzate come Milano, Torino o Brescia: dovunque pur di dar da mangiare alla famiglia!

Oggi Vera si rammarica soprattutto per avere appena fatto in tempo a conoscere il nonno. Tuttavia, anche se era piccolina se lo ricorda bene: si ricorda che l’uomo appendeva il jacket di jeans a un chiodo infisso alla porta esterna della cantina, che indossava gli overalls quando si recava a lavorare nella vigna, e che, se si arrabbiava, imprecava con un’espressione tipicamente americana «Son of a bitch!». In altre occasioni, quando qualcuno chiacchierava troppo, lui gli ordinava:«Shut up!». Nonno Angelo mescolava il dialetto veneto con una marea di vocaboli della lingua inglese che aveva imparato negli Stati Uniti.

……(….)…..

I nonni avevano costruito il loro nido d’amore, ma mancava il becchime, cioè gli schei, i quattrini, per vivere decorosamente. Fu per quel motivo che il nonno un giorno salì su un bastimento – a quel tempo si chiamavano così – e dal porto di Genova salpò affrontando un viaggio durato quasi un mese, per raggiungere la… Merica. L’uomo fu assunto in qualità di minatore nelle miniere di carbone dell’Illinois, dove già erano andati a lavorare il padre e gli zii. Prima di lui anche gli zii e i fratelli della moglie erano emigrati nelle Americhe prestando la loro opera come muratori, operai nelle fabbriche, tutti lavori che gli americani si rifiutavano di svolgere perché troppo faticosi. Un po’ come capita oggi in Europa, con gli immigrati ucraini, albanesi, latinoamericani, filippini, dato che anche i giovani europei non vogliono più spaccarsi la schiena. La mamma di Vera vide suo padre per la prima volta quando aveva quattro anni, perché i viaggi erano costosi e le ferie maturavano dopo lunghi periodi. E comunque lui restò giusto il tempo per mettere in cantiere la seconda figlia, Corinna, prima di ripartire per tornare in Italia dopo altri quattro anni. Accadde così anche quando nacque la figlia Rosa, la cui gemellina morì dopo solo tre giorni, e accadde pure in occasione della nascita del figlio maschio, Nino. Il nonno ripartì quell’ultima volta, ma decise di smettere di fare figli: per quanto energica e forte la moglie non avrebbe più potuto occuparsi di una famiglia ulteriormente allargata! Il troppo lavoro fu anche la causa dell’ulcera gastrica che la costrinse al ricovero all’ospedale proprio quando il torrente Cismon esondò. Il dolore può portare gli uomini alla disperazione: questo fu proprio ciò che accadde al nonno di Vera e lui… crollò!

Fonte: www.ipaziabooks.com

Sinossi

È la più profonda provincia veneta segnata dalla cronica emigrazione in Svizzera e oltreoceano, le sue campagne inondate di sole, profumate di fiori e roseti, di terreni coltivati, divelti da fiumi esondati, con la Milano che tra gli anni ’50 e ’60 affermava il suo status di capitale industrializzata di una nazione, a fare da sfondo a questa biografia di vita. Come una fiaba post-moderna, intessuta di colori a volte grigi a volte sgargianti, di sentimenti a volte nobili a volte infimi, di umori che sanno di antico e di buono, la storia di Vera si racconta semplice tra flash-back e ricordi d’infanzia, tra nostalgia e rimpianto. Sarà quindi tra le maglie allentate di un destino che costringe, che si fa madre dispotica e ingrata, società snob e pettegola, ma anche occasione di carriera mancata, che l’indomito spirito di ribellione della protagonista troverà la forza di esaltarsi, di uscire allo scoperto e di presentare al mondo una donna ormai cresciuta, provata nell’esistenza, modellata dall’esperienza, ma indiscutibilmente… vera!

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Danila Oppio – Libera professionista, ha lavorato presso un’agenzia pubblicitaria internazionale, scrive e dipinge per passione. Spirito poliedrico e curioso, è autrice di diverse sillogi poetiche, di fiabe per bambini e di due romanzi brevi, anima tre blog. I suoi lavori, alcuni dei quali sono apparsi in diverse antologie, hanno ottenuto riconoscimenti e menzioni in concorsi dedicati alla poesia e alla scrittura.

 

 

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