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Della scrittura (1) – In morte della scrittrice Kate Perrett-Clarke, Sylvia Plath dei tempi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

kateStamattina ho sentito il preciso dovere morale di scrivere questo post per ricordare la morte di Kate Perrett-Clarke. Kate, cittadina britannica di 53 anni, si è tolta la vita, impiccandosi, nei giorni scorsi. Causa la degenerazione della sua malattia – soffriva la perniciosa sindrome da fatica cronica -, che le procurava grandi vuoti di memoria, non riusciva più a produrre i “paper” accademici che pubblicava nella rivista dei militari per cui lavorava, dunque non riusciva più a essere se stessa.

Con una malattia come la sua, anche il gestire la famiglia pesava, ma più di tutto sulla drammatica decisione di Kate ha influito l’impossibilità di scrivere, l’impossibilità di esprimere ogni qualità del suo essere. Comprendo bene un tale dolore. Credo che il fantasma che più di ogni altro mi produrrebbe incubi sarebbe proprio la possibilità di perdere la memoria, il non aver-più-da-raccontarmi perché tutto ciò che era dentro (il tutto), si è dissolto all’improvviso, come nebbia al sole.

Forse in queste ore questo discorso lo sento ancor di più perché solo pochi giorni fa mi sono dovuta confrontare, ancora una volta, con dei personaggi che intendono la scrittura in maniera molto diversa da come la intendo io, e evidentemente da come la intendeva Kate. Con dei personaggi che scrivono “libri” per lisciarsi le penne, per avere la copertina, non per raccontare i “vuoti” della loro anima. Il problema si pone per me anche come editore. Come editore, come piccolo editore debbo naturalmente far tornare anche i conti. Ipazia è una piccola azienda che ha spese e quindi deve avere entrate… ne deriva che spesso le decisioni sono prese seguendo altre logiche.

Debbo dire però – per certi versi meravigliandomene – che non ho esitato a tagliare con tanti arrivisti che appunto nei libri leggono l’aspetto patinato, l’esteriorità, che nulla sanno del dolore che induce nello spirito l’arte della scrittura. Mi dolgo anche di avere dato credito ad altri loro colleghi, ma grazie a dei collaboratori professionisti molto capaci che operano nel background di Ipazia, ci siamo dati da fare pure per creare un “codice etico” che opererà come una scure nel giusto modo e nel giusto tempo per garantire il lavoro di Ipazia Books e dei suoi autori più capaci e impegnati.

“Impegno!”, una parola che sembra avere perduto qualsiasi significato in tempi renzisti e post-renzisti, in tempi in cui la vincono i tomi patinati da presentare dalla Gruber con tanto di marchetta compiacente di Pagliaro, eppure “l’impegno”, il commitment-intellettuale per chi scrive è tutto, così come è tutto il dolore che sentirsi spiriti-che-scrivono comporta. Per certi versi non è azzardato dire che le strade di coloro che vivono sulla pelle la scrittura di tipo-kafkiano, che si fa dunque “malattia”, sono segnate, marcate da una imprescindibile tipologia di fine, perché in realtà non potrebbe essere mai in altra maniera, non potrebbe mai essere altrimenti.

Quello che oggi diamo a Kate Perrett-Clarke,  Sylvia Plath dei tempi, non è quindi un addio, ma solo un arrivederci, e un abbraccio ideale.

Rina Brundu

PS Grazie a chi mi ama anche come spirito-che-scrive, e me lo sta dimostrando senza troppe parole, con i fatti.

Sintesi (3)

Dedicata a Kate

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