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Dalla padella alla brace. La Fede sarebbe una fuga dalla sofferenza, lo pensa…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)


fiammaRenato Pierri.

È comprensibile che persone colpite da gravissime disgrazie, la perdita di un figlio ad esempio, possano allontanarsi dalla fede o giungere addirittura a non credere più in Dio, meno comprensibile è che una grave disgrazia possa indurre persone a trovare la fede o ad accrescerla. E’ accaduto che madri, dopo avere aver supplicato invano il Signore, dopo aver pianto tutte le loro lacrime, dopo essersi sentite schiacciate, annientate dalla sofferenza, abbiano perso la fiducia in Dio. Il Padre amorevole è rimasto muto, indifferente davanti al loro dolore, il Padre amorevole non ha ascoltato i loro lamenti. L’allontanamento da Dio può persino essere una sorta di rivalsa: non ti riconosco come padre giacché non ti sei comportato da padre. È comprensibile. Ma come spiegare, invece, il ritrovamento di Dio, un accrescimento della fede a seguito di una disgrazia tremenda o nel momento stesso in cui la disgrazia tremenda avviene?

Non sono uno psicologo ed ovviamente potrei anche sbagliare, però ritengo che la fede in questo caso sia una fuga inconsapevole e quindi involontaria dalla sofferenza. Il dolore è troppo, è insopportabile, e per non soccombere, ci si rifugia nella fede. La gioia di “sentire” la presenza di Dio, la sua vicinanza durante e dopo la disgrazia, la gioia di trovare o ritrovare Dio, Dio che consola, attenua il dolore tremendo, lo rende sopportabile. Così, anche una disgrazia tremenda priva di senso, come la perdita di un figlio, assume un senso agli occhi di chi, per difendersi dalla sofferenza, ha trovato rifugio nella fede.

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