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QUANTUM LEAP – Dell’EsserCi ente morale

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

  Quantum Leap Paperback ESTRATTI Tesi

Chi è colui che è nella quotidianità dell’Esserci?”[1], secondo Heidegger questa domanda si fonda sull’immedesimazione che ha l’EsserCi nel mondo, grazie al suo essere assorbito in quello, e ci permette di esplorare la nuova regione fenomenica che è la quotidianità dell’EsserCi stesso. L’EsserCi ha il carattere del se-Stesso autentico, ma “La risposta al problema intorno al Chi dell’Esserci quotidiano deve risultare del modo di essere in cui l’Esserci si mantiene innanzi tutto e per lo più”[2]. Per Heidegger, se è vero che “Il mondo dell’Esserci è con-mondo. L’in-essere e un con-essere con gli altri. L’essere in sé intramondano degli altri è un con-Esserci…”[3] (ovvero un prendersi cura degli altri, prendersi cura delle cose, mostrare comprensione, un’intuizione sentimentale tra soggetti), “L’Esserci trova “se stesso” innanzi tutto in ciò che sta facendo, in ciò di cui ha bisogno, in ciò che si aspetta, cioè nell’utilizzabile intramondano di cui si prende cura innanzi tutto[4]. Al se-stesso autentico si contrappone quindi il piano del “Sì” (man), quando l’esistenza si disperde nella quotidianità, quando l’essere-nel-mondo fallisce e nasconde se stesso, la “medietà” è un carattere esistenziale del “Sì”.

Il “Sì” diventa quindi risposta al problema del Chi dell’EsserCi quotidiano, “è il nessuno a cui ogni Esserci si è abbandonato nell’indifferenza del suo essere-assieme”[5]. La dimensione del “Sì” si sgrava di ogni singolo EsserCi nella sua quotidianità, si sgrava delle sue responsabilità, diventa sinonimo di inautenticità e conformismo. In questo processo l’EsserCi si nasconde dietro la logica del “si dice”, “si fa”, l’ente diventa preda di tutto ciò che non è autentico: la chiacchiera, la curiosità, l’equivoco. Con questi tre elementi il linguaggio perde caratteristiche autentiche e la verità si allontana, vince il senso del posticcio e dell’apparire. L’equivoco per il filosofo è invece il momento clou che porta verso la falsa-verità. Ne deriva che se questo modo falsato di vivere la vita diventa modus-vivendi si pone un problema, un problema di chiusura al mondo e a se stessi. Solo con la forza della volontà e della responsabilità l’uomo si apre alla realtà e si svela come l’unico in grado di interpretarla.

Critica e interrogazioni retoriche

Ecco la domanda che ci si aspettava sin dall’inizio: “Chi è davvero l’ente?”. Come si è visto, purtroppo in Heidegger si trasforma in: “Chi è colui che è nella quotidianità dell’Esserci?”. Paradossalmente si potrebbe obiettare che è in questa domanda che l’ente dimentica la dimensione autentica del se-Stesso e si perde nel suo , ovvero in una dimensione spaesante, fatta vivere dalla modalità dell’inautenticità e del conformismo dove regnano la chiacchiera, la curiosità e l’equivoco.

Da notarsi è anche l’affiorare da questi discorsi di una idea di “verità” e di “realtà”. Malgrado l’ermeneutica storico-filosofica dentro cui l’autore pure si perde quando si ferma ad analizzare questi due concetti, il suo punto di approdo resta comunque di tipo moraleggiante: la vera “realtà” e la vera “verità” per Heidegger si risolvono nello staccarsi da un percorso idealmente autentico, etico (perché di questo si sta trattando). Tuttavia, anche per il filosofo non è scritto da nessuna parte che la dimensione del non possa essere quella più valida. Questo è tanto più vero se si pensa alla tipologia di ente che Heidegger va costruendo, cioè di un ente che per sua natura vive di possibilità molto pratiche, si fa guidare dai sensi e in ultima analisi impara e conosce solo tramite l’utilizzabile intramondano. Mai come in questo contesto si può affermare che l’ontologia del filosofo di Meßkirch sia dotata di un tratto moralistico significante che, per inciso, era lo stesso tratto moralistico vagheggiato dall’ideologia nazionalsocialista. Questo dato rimane inconfutabile anche quando si vuole dare credito ad Heidegger di non avere mai inteso fare, lucidamente, una simile equazione.

Ne consegue che è legittimo interrogarsi una volta di più: ma il senso dell’essere, dentro le dinamiche di una ontologia fondamentale, può davvero dipendere da una nostra interpretazione di ciò che potrebbe essere o non essere autentico (indipendentemente dalla significazione denotativa e connotativa dell’aggettivo, dunque anche dal discorso sulla “temporalità” che poi verrà)? Se la “quotidianità” dell’EsserCi si estrinsecasse in una cultura di tipo azteco, dove una autenticità vera implicherebbe una soddisfazione delle supposte esigenze della deità di affermare il suo dominio sul mondo ricevendo un sacrificio umano, sarebbe questo il senso dell’essere dell’ente-EsserCi? Un modo di essere dell’ente-EsserCi da validare acriticamente? O piuttosto… non sarebbe una possibilità d’essere dell’ente-EsserCi che in quanto particolare, ovvero localizzata in un dato luogo-territorio-ambiente-cultura, non può assumere alcuna valenza universale, dunque non può avere una valenza degna di una ontologia fondamentale?

[1] Ibidem, capitolo IV, pag. 148

[2] Ibidem, pag. 152

[3] Ibidem, pag. 154

[4] Ibidem.

[5] Ibidem, pag. 164

Heidegger, nei contesti rurali preferiti

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