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QUANTUM LEAP – Sull’EsserCi a scuola di vita

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

ESTRATTI

L’EsserCi per il filosofo non si rapporta col mondo in maniera casuale o perché decide di farlo, ma perché è nella sua natura di essere-nel-mondo il potersi relazionare quotidianamente, conoscere e avere un “mondo”. Il “conoscere” è proprio dell’EsserCi ma non come “qualità esteriore”[1], quanto piuttosto come qualità che dovrà essere “necessariamente “interiore””[2]. Da qui l’interrogazione: “Come può il soggetto conoscente andare oltre la sua “sfera” interna, verso un’altra, “diversa ed esterna”?”[3]. Secondo Heidegger questo problema si risolve riconoscendo che “il conoscere è un modo di essere dell’EsserCi in quanto essere-nel-mondo e che ha la sua fondazione ontica in questa costituzione ontologica”[4]. Ciò deriverebbe dal fatto che l’essere-nel-mondo, ovvero nella dimensione del vivere dove l’individuo si confronta con le cose e con gli altri, non significa appunto vegetare, vivere in maniera inerte nel ruolo di semplici-presenze, ma piuttosto essere coinvolti. Peraltro non si può “conoscere” senza denunciare una mancanza di una conoscenza, quando “conoscenza” è tutto ciò che modifica “l’in-essere originario[5]”. L’EsserCi, in virtù del suo modo fondamentale di essere, è sempre “fuori”, presso l’ente che incontra in un mondo già scoperto, mentre il soffermarsi presso un ente da conoscere e da determinare non rappresenta un abbandono della sua sfera interna, poiché, anche in questo “esser fuori” presso l’oggetto, l’EsserCi è genuinamente “dentro”: cioè “esiste come essere-nel-mondo che conosce”[6].

Critica e interrogazioni retoriche

Con queste considerazioni Heidegger ci presenta un ente quasi come fosse uno scolaro al primo giorno di scuola, il quale arriva in classe pronto a imparare, a modellarsi, a cambiarsi. Il problema di fondo però resta sempre lo stesso: chi è questo alunno? Da dove viene? È importante capirlo? A mio giudizio, sì, è fondamentale capirlo, sia per scoprire il senso dell’essere, incluso il modo d’essere di ciascun EsserCi, sia per preparare il miglior piano didattico, di istruzione, ma specialmente in vista dell’obiettivo che ci si è posti, ovvero scoprire il senso dell’essere in generale. Se non si scava in questa direzione il senso dell’essere ricercato farà sempre equazione con l’esperienza di vita di un singolo, di un individuo, anche fosse un individuo ideale: ma può un interrogativo ontologico tanto fondamentale dipendere da impostazioni analitiche che sono dei cliché? Nel contesto, è utile ribadire inoltre che come tutte le scuole anche la scuola di vita modella e plasma, se da un lato insegna, dall’altro toglie e produce una sorta di smemoria di ciò che eravamo prima che tali insegnamenti ci cambiassero.

Ci sono quindi altre questioni da sviscerare in maniera più dettagliata. Intanto, affermare che “il conoscere è un modo di essere dell’Esserci in quanto essere-nel-mondo” significa che questo ente è predisposto in qualche modo a conoscere. Sostenere che il conoscere è determinato dall’essere nel mondo in virtù di una mancanza di conoscenza, non significa nulla. Anche un tubero è nel mondo e a suo modo soffre tale mancanza, ma per quanto vorrà conoscere la sua conoscenza non aumenterà. Ne deriva che l’EsserCi, in quanto ente in grado di conoscere e di “comprendersi” arriva nel-mondo dotato di un wiring particolare che gli permette di “conoscere”: chi lo ha dotato di questa capacità? Si dota di suo? Ecco, queste sono le domande che dovrebbe porsi una ontologia fondamentale a proposito del senso dell’essere (e del modo di essere) dell’EsserCi, dato che il senso dell’essere dell’EsserCi non può essere troppo diverso dal senso dell’essere della sua natura primigenia, di quella che in lui si manifesta.

Resta poi il nodo fondamentale già indicato, ovvero che la capacità di conoscere è cosa ben diversa dal fare esperienza. In altre parole l’input a muoversi nel mondo è cosa ben diversa dal camminare, così come l’idea di afferrare un martello per piantare un chiodo è cosa ben diversa dal prendere il martello per piantare il chiodo. Secondo me, i primi due elementi comparativi dovrebbero riguardare un’ontologia fondamentale, mentre gli altri, che sono purtroppo gli aspetti di cui si occupa l’ontologia di Martin Heidegger, dovrebbero riguardare discipline che non sono certamente la filosofia.

In ultima analisi c’è da indagare un altro dubbio notabile che si presenta: il filosofo Heidegger, malgrado le sue intenzioni e reiterate affermazioni, si sta occupando di cosa è vivere o di cosa è essere? Anche un’altra domanda si fa lecita: il filosofo Heidegger – che dalle dichiarazioni di cui all’incipit del suo saggio dovrebbe essere intento a tentare di determinare il senso dell’essere (e del modo di essere) dell’ente-Esserci – sta individuando quest’ultimo in base a connotazioni di tipo morale? Il dubbio che sia proprio così, inutile ribadirlo, continua a restare molto forte.

Rina Brundu

[1] Ibidem, pag. 85

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem, pag. 87

[6] Ibidem.

Heidegger, nei contesti rurali preferiti

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