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Filosofia dell’anima – Sull’età digitale e la mancanza di rispetto per il dolore. Il caso Lucarelli e una critica al critico.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

woman-1246587_960_720In tutta onestà non ho la più pallida idea di chi sia Selvaggia Lucarelli. Dopo trent’anni fuori dall’Italia gli unici “vip”, parlo di quelli davvero tali, che ricordo ancora sono Totò e Terence Hill, qualche cantautore alla Guccini e basta, nulla più. Per gli altri debbo faticare con la memoria e il più delle volte non mi va di sprecare tempo a googlarli. Essendo “Il Fatto Quotidiano” l’unico giornale italiano che leggo con regolarità, ed essendo il nome di questa signora comparso più volte in quel giornale, ricordo per esempio un pseudo-scazzo con Corona, immagino si tratti di una collaboratrice o di una blogger che ruota intorno a questo giornale. Potrei sbagliarmi e nel caso chiedo venia.

Non è però questo il mio punto. Piuttosto volevo trattare del fatto che un paio di giorni fa sul giornale di Gomez è comparso un articolo in cui si dava nota della scomparsa della madre di Selvaggia, e si invitava chiunque l’avesse vista a mettersi in contatto con la Redazione. La signora, come tanti anziani, sarebbe affetta, purtroppo, da Alzheimer, e si era allontanata dalla sua casa non vista. Fortunatamente poi l’allarme è rientrato perché la donna è stata ritrovata ed è tornata dai suoi cari giustamente allarmati.

Da ciò che mi è parso di comprendere, la pubblicazione della notizia sul “Fatto” è stata determinata dalla legittima preoccupazione della Redazione che naturalmente voleva dare una mano laddove possibile. In tutta onestà al posto del direttore non avrei mai pubblicato il pezzo: non l’avrei pubblicato perché quel giornale non è un quotidiano che si occupa di dare annunci nel contado, non l’avrei pubblicato perché sarebbe stato più utile eventualmente trovare aiuto in una pluralità di altri modi, però nella zona dove la signora si era allontanata, non urbi et orbi, e naturalmente non l’avrei mai pubblicato perché avendo coscienza di cosa è la Rete oggi ci avrei pensato diverse volte prima di farlo. Soprattutto, al posto di Selvaggia, non avrei mai permesso una cosa simile: ci sono infatti degli esseri che sono parte della nostra anima e che dovrebbero essere protetti in ogni modo da certe dinamiche.

In questa occasione mi ha infatti colpito la profonda maleducazione presente nei commenti in calce all’articolo: nessuna immedesimazione nel dolore, nessuna empatia (un tratto, la mancanza di empatia, che peraltro caratterizza le personalità criminali), nessun “incontrarsi” in qualche modo. Per carità, non sposo le campagne alla Severgnini, il quale idealmente vorrebbe continuare a vivere l’età digitale ammantato del mantello-d’intoccabilità che solo pochi decenni fa copriva le nudità intellettuali sue e di tanti altri suoi colleghi. La critica o è feroce o non è critica, ma a mia avviso è dove si traccia il confine che è importante. Tutto insomma è criticabile, tutti sono criticabili, non debbono esistere intoccabili-alla-critica, in nessun luogo, né in cielo né in terra, è questo infatti il primo elementare mattone che ci dice che siamo individui liberi, che siamo una società libera… però un “ma” bisogna pure inserirlo da qualche parte.

Il “ma” deriva, a mio avviso, dal fatto che in una società civile (lo siamo?), una gentile signora può avere la sfortuna di ammalarsi, di perdersi, dal fatto che può diventare necessario cercarla, anche usando un giornale nazionale, e quella signora, peraltro non un nome pubblico (laddove le regole entro certi limiti sono necessariamente diverse), dovrebbe avere rispettata la sua dignità (magari pure con una chiusura dei commenti in calce al pezzo che la riguarda). Che poi ciò che vorrei dire io è che quel sentimento di “rispetto” non dovrebbe essere imposto per autorità da una istituzione, o dal moderatore di un sito, ma dovrebbe essere innato in noi, dovrebbe essere un gesto spontaneo come l’alzarsi da una sedia per cederla a chi, per qualsiasi motivo, ne ha più bisogno.

In trenta anni di attività ne ho viste tante in Rete, anche subite, se c’è una cosa che mi sono detta è che date faccende che accadevano anche solo dieci anni fa ora non accadrebbero più perché il “bullismo” online va trattato nel modo più appropriato, nel modo più appropriato a combattere il dato bullo. Ma chi non può difendersi cosa dovrebbe fare? Naturalmente, chi non può difendersi non può fare nulla da solo, ed ecco perché servono tutti gli altri…. serviamo noi.

STOP!

Non mi piace dove sta andando questo pezzo…

È scaduto nella retorica tecnica. Non era questo che intendevo dire, non tutto almeno. Di certo non sono questi i discorsi degni di una vera filosofia dell’anima. Forse invece avrei dovuto semplicemente chiedermi: ma se quella signora non fosse stata la madre di una conoscente di una Redazione, la sua brutta avventura avrebbe ricevuto altrettanta attenzione? E chi mi parla del “dolore” di coloro che commentavano? Sono quei “commenti” un segno che rimanda a quel dolore? Una “mancanza”, direbbe Heidegger. Sì, una mancanza… di tante cose, importanti. Pensare che bastavano due righe per arrivarci… con parole mie!

Rina Brundu

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