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L’OMELIA DI PAPA FRANCESCO, IL CIBO BUTTATO, LA FAME PER LA TRAGEDIA DELLA GUERRA E I “PIATTI FINTI” DI MAMMA’

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

rose-2980163_960_720di Raffaele Pisani.

Quanta verità nell’omelia di Papa Francesco (domenica 29 luglio) che ci ha parlato – rivolgendosi particolarmente ai ragazzi – della quantità di cibo che viene gettato via ogni giorno mentre tanti milioni di esseri umani muoiono di fame. E’ una vergogna per il mondo intero sapere di tonnellate di cibo buttate, un disonore e uno sfregio alla miseria!
Io, scugnizzo del 1940, nato e vissuto in una Napoli lacerata dai bombardamenti e umiliata dalla miseria più nera, rivivo i miei primi anni di vita nel ricordo di quel periodo tanto difficile. Ascoltando il Papa non potevo non ricordare gli stenti di noi bambini d’allora, a cominciare dal desiderio di una fetta di pane. Ci pensate? Un poco di pane chiedevamo, non un timballo di maccheroni o un pollo arrosto o una torta, solo un poco di pane!  Vado indietro nel tempo di settant’anni e rivedo mia madre davanti al focolare, con un ventaglio logorato dall’uso e dal tempo, soffiare sul carbone che stentava ad accendersi. Un fuoco che serviva per cucinare qualcosa da mangiare ed anche un poco per riscaldare la cucina dove si trascorreva quasi l’intera giornata. L’esercito alleato, che ci aveva liberato dal nazifascismo, ci regalava le scatole con la “polvere di uova” (con cui si facevano le frittate) e la “polvere di piselli” che unita alle bucce di patate e di piselli veri che si riuscivano a recuperare nelle case dei meno poveri permetteva di preparare una buona zuppa. Ma una delle pietanze più desiderate era “il finto capretto al forno”: patate, un paio di cucchiai di sugna, qualche spicchio d’aglio, cipolle, un rametto di rosmarino, sale e pepe… Poi c’era la “finta parmigiana”: melenzane fritte condite con qualche pomodoro e un po’ di aglio e quando ce n’era disponibilità anche una spruzzatina di formaggio grattugiato. Poi c’era il “finto baccalà”: un pezzetto di aringa sotto sale tagliuzzato e cotto con  cipolle, capperi, qualche oliva e l’immancabile cucchiaio di sugna che riusciva a magnificare il tutto. Ma il piatto forte e particolarmente richiesto e gradito da tutti era la “finta genovese”: cipolle quante più ne potevi mettere, un po’ di pomodori, sale, pepe, sedano e l’immancabile sugna… naturalmente, assenza totale di carne. Per questo sugo la pasta d’obbligo erano i “mezzanelli” o gli “ziti”, rigorosamente spezzati a mano. Vi assicuro, non si avvertiva assolutamente la mancanza della carne: quel piatto di pasta con “finto sugo alla genovese” ti faceva riconciliare con il mondo intero e per un po’ dimenticavi ogni tristezza! C’era miseria, vero, ma c’era anche più famiglia, più semplicità, più cuore. C’era anche più rispetto e più educazione, e si dava il giusto valore ad una stretta di mano e ad una parola data. Poi è venuto “il miracolo economico” ed un progresso che non abbiamo saputo gestire. Ed oggi, nel bene e nel male, ne paghiamo le conseguenze, tutti! Sicuramente quei sughi preparati da tante mamme erano poveri e finti perché mancava tutto, dai soldi ai beni di prima necessità ma sicuramente erano vere, ed anche un poco magiche, l’armonia e la gioia che tante mamme, come la mia, riuscivano a creare intorno al tavolo dove si gustavano i loro piatti di “finto baccalà”, “finto capretto al forno” e “finta genovese”!  
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