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Il mantra su Genova: delle “preghiere” ma non delle critiche, men che meno delle immagini. Sul dito-puntato del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e sui giorni dell’alluvione… evitata da Matteo Renzi.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

derspiegel

È quasi incredibile per un Paese del cosiddetto primo-mondo (forse): a parte le immagini girate dai telefonini, sembra che non ci siano immagini di telecamere autostradali che abbiano ripreso il momento del crollo del ponte Morandi a Genova. Ma che tipo di autostrada può essere un’autostrada che oggigiorno non ha delle telecamere installate in luoghi così sensibili? Oppure le telecamere c’erano ma non erano in funzione? O magari non erano installate nel luoghi dove avrebbero dovuto essere installate? Silenzio, omertà omertà!

Da qualunque parti la si guardi, è indubbio che analizzando questa nuova tragedia italiana dall’esterno, dall’estero, si resta senza parole. Cioè si resta senza parole davanti agli evidenti short-comings gestionali di infrastrutture nazionali così importanti, non importa chi siano gli enti che hanno questa responsabilità. E si resta senza parole davanti alla Sindrome della Sorpresa che sembra cogliere tutti. Colpisce, inoltre, come nonostante l’ennesimo disastro immane, il mantra sia sempre lo stesso: sarebbe infatti questo il momento dell’unità nazionale, del cordoglio, del lavoro, della collaborazione, Genova starebbe già reagendo alla grande, le imprese anche. Per il TG3 è pure il momento delle “preghiere” che avrebbe auspicato il cardinale della città. Come no!, anche io sto qui a pregare: sto qui a pregare che prima o poi si riesca a cambiare davvero questo registro, magari anche il giornalismo italiano.

Preghiere, dunque, di critiche manco a parlarne. Eppure dovrebbero essere in tanti, proprio tra i giornalisti, a farle quelle critiche, a ricordare anche i giorni dell’alluvione di pochi anni fa. A ricordare quei giorni in cui la classe politica tutta, a cominciare dall’allora Premier Matteo Renzi, fece a gara per evitare di “sporcarsi” in quel fango: ma cosa si vuole ricostruire se la parola d’ordine è sempre stata quella di dover abbandonare la nave prima che affondi? Di doversi tenere a buona distanza di sicurezza?

Di questo reato politico capitale non si può comunque accusare l’attuale ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Toninelli oggi ha fatto punto di intervenire in tutti i telegiornali e, dito puntato alla mano (mai espressione mi parve più adeguata), lo ha detto chiaro e tondo: gli enti che gestiscono queste infrastrutture debbono pagare, i responsabili debbono pagare! Amen!

Il problema dei responsabili è che purtroppo sono sempre lì, mai qui. C’è anche un altro problema che un ministro, per quanto giovane, per quanto impegnato come lo è certamente Toninelli, dovrebbe considerare: le critiche infatti le fanno – o dovrebbero farle, sempre e solo coloro che in un Paese democratico hanno appunto il compito di “criticare”. Cioè dovrebbero farle i giornalisti-con-i-coglioni (proprio quelli di cui noi non disponiamo in gran quantità, soprattutto sul servizio pubblico nazionale), dovrebbero farle gli analisti, gli osservatori a qualsiasi titolo, i blogger-opinionisti, e così via…

Le critiche invece non dovrebbero farle i politici, non importa quanto giovani, traguardanti o determinati. Men che meno dovrebbero farle i ministri capaci, i quali davanti a tragedie così dovrebbero solo chiudersi nel silenzio a lavorare… in un Paese del primo—mondo, naturalmente!

Rina Brundu

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