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IL MARTELLO TERMINALE – Simbologia originaria

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

  martellouno studio di Massimo Pittau.

Il martello ha avuto, fin dai tempi più remoti, un importante valore simbolico fra  gli uomini e – incredibilmente - lo mantiene, sia pure in maniera rudimentale, anche nel presente.

Il vocabolo deriva dal lat. martellus (e anche martŭlus), che è documentato solamente in epoca tardo-latina, il che non esclude affatto che esso fosse conosciuto e adoperato anche molto prima (la vulgata connessione col lat. malleus è da respingersi perché è troppo stiracchiata).

In primo luogo c’è da osservare che il vocabolo è caratterizzato dal suffisso diminutivo –ell-, il quale quasi certamente era di origine etrusca (LLE norma 3).

Connesso come risultava essere coi vocaboli Marte, dio della guerra e nome di un satellite solare, ‘martedì’ nome di un giorno della settimana, ‘marzo’ nome di un mese, esso era quasi certamente di origine etrusca, come dimostra il vocabolo MARTIΘ citato dal Liber linteus (VI 20) (MARTI-Θ) «in marzo», oppure in subordine «il martedì» oppure «nella festività di Marte» (non è inverosimile che questo fosse un altro nome di Marzo; vedi Velcitanus, glossa latino-etrusca;ThLE) oppure infine «sotto l’influsso astrale del pianeta Marte».

Di certo l’uomo primitivo ha conosciuto e sperimentato molto presto il valore di difesa costituito da un sasso, sia lanciato contro un nemico o contro un animale per allontanarlo o per catturarlo, sia per difesa personale stretto nel pugno (nell’area più conservativa della Sardegna si dice tuttora petra in punzu «pietra nel pugno») sia come arma di offesa quando la pietra o il sasso era legato alla cima di una clava, formando un’ascia o una doppia ascia o «bipenne», alla maniera del “fascio littorio” di sicura origine etrusca e alla maniera di quella impugnata da demoni infernali, come strumento e simbolo di morte. E in questo caso esso assomiglia proprio a un martello con una doppia testata. Ed è pure verosimile che la ‘bipenne’ simboleggiasse anche l’aquila reale con le sue ampie ali.

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E qui interviene ancora una volta e in maniera più incisiva e chiara quella terra fortemente conservativa che è la Sardegna, nelle sue zone più isolate, la Barbagia e la Gallura. Qui si registra ancora un fatto di grande e perfino stupefacente conservatività etnografica, che risale al popolo Sardo Nuragico – notoriamente imparentato con quello etrusco – con la figura della accabbadora, cioè di una specie di sacerdotessa della morte, la quale, in occasione di un morente in lunga e penosa agonia, veniva chiamata per “accabbare”, cioè finire l’agonizzante con un colpo datogli a una tempia oppure al cervelletto con un martello interamente fatto di legno, del quale si conserva tuttora un esemplare in una casa-museo privata del villaggio sardo-gallurese di Luras. Ed è un evidente caso di ‘eutanasia’espletata ante litteram

ante

Questa usanza trova riscontro esatto fra gli Etruschi nella raffigurazione di uno specchio, nel quale Atropo (greco = «l’Inflessibile», etr. Athrpa) era una delle tre Parche e precisamente quella che tagliava il filo della vita, cioè decideva e determinava la morte di un individuo. Ebbene Atropo nella scena dello specchio etrusco tiene con la mano destra un martello, nella maniera dunque della accabbadora sarda, che determinava la morte di un individuo con un martello!

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E dunque è evidente che sia fra i

Sardi Nuragici sia fra gli Etruschi il “martello”, oltre che essere uno strumento di lavoro, aveva pure una funzione funebre o funeraria, nel senso che presso quelli e presso questi era uno strumento di “morte”.

E non soltanto: di un ‘martello terminale’ fatto interamente di legno esiste tuttora un uso simbolico e giuiridico fra alcuni popoli odierni di più elevata civiltà: nei tribunali un giudice dichiara definita e chiusa una causa dando un colpo di martello tutto di legno ad un supporto anch’esso tutto di legno. E questa usanza è tuttora mantenuta nelle aste di vendita degli odierni paesi civili di tutto il mondo.

È dunque evidente che la simbologia del “martello terminale” valica non soltanto i secoli, ma addirittua i millenni dell’incivilimento degli umani.

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