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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Riflessioni sul Quarto Potere (28) – Il “Fatto” come “device” a orologeria di alta precisione. E su Marco Travaglio.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

travaglio

Fonte degli screenshot a corredo dagospia.com

Naturalmente stiamo qui a fare le pulci a Il Fatto Quotidiano perché, con l’unica eccezione de La verità di Maurizio Belpietro, il resto del giornalismo italiano fa equazione con la monnezza. Su Repubblica non ci passo da anni e mi sta bene qualsiasi sconcezza detta su di me, ma non certo che sia dedita alla lettura di simili giornaletti analogici per neuroni rincoglioniti dall’età e dallo scalfarico-pensiero in salsa superstiziosa. Il “Corriere” fontaniano, da quando ha smesso i componimenti aulici e di beatificazione renzista, di tanto in tanto si può scorrere per la lettura di qualche pettegolezzo, specie quelli relativi al ciclo mestruale di Kate Middleton, al suo guardaroba, alla nascita dell’ennesimo pargolo insudiciato di sangue blu and so on and so forth, ma se non si è predisposti per questo tipo di fruizione o per il giornalismo dell’ovvio in stile severgninico, poi ci si annoia e ci si dimentica per mesi di tornarci.

E quindi si rimane condannati a leggere il “Fatto”, che resta pure il miglior “giornale” italiano. Questo non significa affatto che sia un buon giornale, per lo più il giornale di Gomez e di Travaglio si può definire “the best of a bad lot”. I problemi principali di questa testata (escludendo quelli tecnici, di editing, di strutturazione degli articoli, di know-how alla base che pure esistono in maniera sostanziale, e volendo li potrei elencare uno a uno), sono due: una genesi filosofica di tipo repubblichino e una metodologia di azionamento simile a quella dei “device” a orologeria e delle armi contundenti.

Il primo problema è naturalmente il peggiore. Detto altrimenti il lettore-accorto che legge, che si sofferma ad analizzare la testata in maniera tecnica e critica per il periodo di tempo necessario a dare un giudizio valido (che non può essere meno di 12 mesi), si accorge presto che in realtà “Il Fatto” è una sorta di figlioletto ribelle della matrigna “Repubblica”. Come tutti i pargoli insofferenti al protocollo familiare, i fondatori si sono ribellati agli schemi aviti pensando, a ragione, che non si può vivere nel 2018 come si viveva negli anni 80 e 90. Questo è senz’altro un grande merito dei padri creatori de “Il Fatto Quotidiano”, i quali a differenza dei loro screanzati genitori hanno capito la necessità di nuove “mission”, di nuovi linguaggi, di nuove impostazioni mentali, l’alternativa è la morte dello spirito e del giornale, come è facile preventivare che avverrà per Repubblica il quale tra qualche anno, forse meno, finirà esattamente come l’Unità, debiti inclusi. Di fatto un giornale non può esistere senza lettori, e se non c’è stato un rinnovamento nelle generazioni fruitrici, è facile pensare che presto “Repubblica” potrà essere il giornale più popolare in un solo luogo: nel Camposanto.

pdr2Naturalmente noi possiamo essere ribelli quanto vogliamo ma se siamo nati dalla madre X e dal padre Y, il nostro DNA ne risentirà comunque. Questo accade anche al “Fatto Quotidiano” e da qui il suo secondo peccato: l’essere una sorta di “device” (strumento) sinistrico a orologeria che più il tempo passa più si raffina per colpire in forma di arma contundente e in ultima analisi per fare tutto ciò che hanno sempre fatto e sempre faranno i giornali italiani, lotta politica. Certo, “Il Fatto” si sforza anche di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, di tenere i piedi in due scarpe, ma fondamentalmente gli obiettivi restano sempre due: denigrare Berlusconi e adesso anche Salvini. Per ottenere il risultato si chiude un occhio su tutto, anche sullo scandalo del Copasir al PDR invischiato nel caso Consip, sullo stesso caso Consip pur cavalcato a suo tempo, ma anche sui soliti imbrogli PDR denunciati attualmente solo da Dagospia.com (si veda qui sopra l’ultima sul bilancio PDR, ma francamente servirebbe una grande inchiesta sui suoi debiti e per questa non ci resta che confidare in Belpietro!).

padellaroIl fondo del barile Il Fatto Quotidiano l’ha poi toccato un paio di giorni fa con l’esortazione fascista di uno dei fondatori del giornale, Antonio Padellaro (che più il tempo passa più sembrerebbe essere il figliolo osservante e pignolo che Scalfari avrebbe voluto avere e non ha mai avuto), a rimuovere Salvini con tutti i mezzi. Il “Presidente” dimentica non solo che l’Italia non è un paese fascista, ma soprattutto che Salvini è lì per volere degli italiani. Si tratta di dimenticanze gravi, specie per un giornalista, ma tant’é… se partiamo dal presupposto che i giornali italiani siano e siano sempre stati armi di distruzione dell’avversario politico, che sempre lo saranno, è ovvio che Padellaro, anche da un punto di vista deontologico può scrivere il cazzo che gli pare sul suo giornale, o no? Ne deriva che il terzo problema resta sempre quello: la coscienza del lettore accorto, la sua capacità di discernimento… Di fatto da adesso in poi solo questo ci salverà e francamente in quest’era post-digitalizzazione questo è pure l’unico punto grazie al quale si può coltivare qualche speranza dopo il medioevo informazionale che abbiamo vissuto a suon di note di notisti analogici (con Padellaro che da questo punto di vista non ha nulla da invidiare alla redazione del corriere fontaniano, e non mi scuso se l’ho offeso nell’anima).

L’unica luce? L’unica luce – anche e soprattutto dentro Il Fatto – io la vedo in Marco Travaglio. Dopo i suoi tentativi di sanzionare l’inciucio M5S-PDR e gli attuali tentativi di delegittimare Salvini, l’ho criticato spesso, non condividendone né il fine né i mezzi… Tuttavia sarei sciocca se non vedessi in Travaglio una tempra diversa. Come ogni uomo, come ogni giornalista, Travaglio ha diritto di fare il partigiano, lo faccio anche io, di difendere i suoi credo… ma Travaglio si rispetta perché sappiamo bene che quando serve può dire di no, non segue necessariamente l’onda. Travaglio ha certamente il suo tallone di Achille nella battaglia continuata contro Berlusconi, una battaglia che io comprendo benissimo, anzi potrei raccontargli molti fatterelli interessanti e verificabili che senza ombra di dubbio gli mostrerebbero come i metodi berlusconiani vengano applicati dai suoi ducetti anche nelle sue aziende… altroché… La battaglia di Travaglio è dunque sacrosanta, deve portarla avanti, ma per il bene del suo spirito dovrebbe ricordare che nulla va impunito nell’universo e che quindi ognuno raccoglierà ciò che ha seminato, nessun dubbio su questo.

Un grande giornalista invece si fa ricordare anche per la sua saggezza, per riuscire a essere “giusto e forte” e a passare su tutto, a combattere le sue battaglie, sì, ma a comportarsi in maniera molto diversa dai padrini debenettici, scalfariani, padellarici perché comportarsi così non porta a nulla: i lettori non sono stupidi e sanno capire. Marco Travaglio è senza dubbio, insieme a Oriana Fallaci che si prende la corona e a Indro Montanelli, uomo di forgiato carattere, uno dei tre più grandi giornalisti italiani di sempre e questo non lo dobbiamo scordare mai, ma non per questo non lo criticheremo, anzi!

Se fossi stata portata a leccare il culo come volevano, anche venti anni fa, anziché tre quei “grandi” sarebbero stati quattro, ma francamente non c’è miraggio di gloria umana che possa intaccare il mio spirito, questo l’ho capito sempre di più mano a mano che il tempo passa, e forse è anche per questo che su questo sito vengono raccontate le uniche vere critiche al giornalismo italiano che valga la pena leggere. Sono saccente? Assolutamente sì, orgogliosa di esserlo e con un raro curriculum alle mie spalle a darmi man forte. Inoltre, io la mia saccenza la firmo sempre in  calce, con nome e cognome, e senza avere né De Benedetti, né Berlusconi, né Padellaro a proteggermi il culo!

Rina Brundu

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