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“Samarcanda” di Roberto Vecchioni. Analisi retorica di una straordinaria e impertinente danza della Morte… degna di un Premio Nobel.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Quando guardo il viso di Roberto Vecchioni che canta “Samarcanda” in questo video a corredo del post, mi vengono sempre in mente le stesse considerazioni, due per la precisione. La prima è che anche Roberto Vecchioni è, alla maniera di Goethe, un “favorito dagli dei”, ovvero uno bello, bravo, ricco di tutto, simpatico, morale nel miglior senso della parola, un raro spirito davvero fortunato (in Italia l’unico altro Essere a cui si può riconoscere questo titolo è senz’altro Terence Hill, il mio favorito). La seconda considerazione è che “Samarcanda” e il suo ritmo sanno trascinare l’anima e lo spirito in una corsa catartica straordinaria che si fa emblema plastico di cosa deve fare la vera arte.

Per la verità quando ascolto questo brano mi viene sempre in mente anche una domanda: ma di cosa racconta il testo? Peraltro l’interrogativo non trova mai una risposta soddisfacente, di certo non la trova leggendo i commenti svagati in calce al video. A questo punto, data la mia vena critica, e avendola usata anche per speculare sui presunti quanto improbabili aneliti artistici e culturali della Queen Mary, non si capisce perché non possa usarla anche per fare una analisi tecnica di questo testo.

Caso mai il mitico Vecchioni passasse di qui in un qualsiasi tempo, metto le mani avanti e dico subito che per portare avanti questa analisi non intendo andare a cercare in Internet i significati che lui aveva inteso dargli, o chi per lui, in forma di anelanti esegeti italici. Parto invece dal presupposto che un vero testo artistico abbia in sé e nel suo campo semantico, nel suo tessuto retorico, tutto ciò che serve per comprenderlo. Meglio ancora, tutto ciò che serve per creare profondità, spessore, significazione e quindi per “leggere” il testo in maniera diversa da come potrebbe essere stato inteso in principio, o da come possono leggerlo i più. Dato che Vecchioni oltre a essere un valido artista è anche un capace professore, so che capirà di cosa parlo e mi scuserà se magari ricamerò sul suo scritto senza ragione. Peraltro, “senza ragione” di norma non procedo mai, dato che non vi è critica valida e possibile se non si appiglia agli spunti “critici” che vivono già nel testo, nell’opera, nello stesso lavoro criticato.

Tutte le strofe di “Samarcanda” fanno nascere il ritmo da costruzioni retoriche “ripetitive” (scrivo il termine tra virgolette perché lo intendo in senso tecnico, ovvero faccio riferimento alla figura retorica della ripetizione), allitterative e anaforiche, ma mi spingo fino a dire che un inizio come “Ridere ridere ridere” ha in sé una connotazione onomatopeica sui generis molto forte. Per la verità tutta la prima strofa – ma questo discorso è valido anche per le successive, e dunque per tutto il testo – si fa tessuto retorico ricchissimo dove si sprecano anche le metafore.

Ancora, nel campo semantico che chiaramente racconta un quadro guerresco di tipo medievale, la figura retorica che a mio avviso s’impone e determina l’azione è “quella nera signora” che oggettivamente si può solamente interpretare in senso bergmaniano, cioè si tratta della personificazione della Morte che molto probabilmente attenderà il soldato il giorno dopo, dopo la sua notte di bagordi tesi proprio a scongiurarla. Mirabile è l’ultimo verso “Vide che cercava lui e si spaventò” che ha una carica emotiva straordinaria in grado di riportare l’anelito artistico quasi a terra, di interrompere la catarsi, di creare una cesura sostanziale, di sfiorare l’anima come fosse scena gotica davvero riuscita, dunque capace di impressionare. Nella seconda strofa se possibile la carica retorica si impreziosisce ancora di più. Espressioni come “figlio del lampo” sono davvero ricche, denotano e connotano a un tempo e creano colore, velocità, rumore, tutto ciò che serve a dare man forte al ritmo poetico già forsennato di suo. Anche la narrazione procede in avanti in modo sostanziale dato che ci racconta di codesto soldato suo malgrado determinato a fuggirla la Morte, a salvarsi, per grazia divina forse (qui però sono io che sto volutamente iperbolizzando la figura del “grande sovrano”), o utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione. Dalla terza strofa in poi, mentre la cacofonia onomatopeica s’impone in maniera mirabile, ecco che ci viene presentato una sorta di porto d’approdo del soldato in fuga, l’antica città di Samarcanda, già centro dell’impero persiano, poi città dell’impero sovietico e terra di confine tra il continente europeo e quello indocinese.

Ma mentre Samarcanda è vividamente descritta nella sua qualità spaziale e architettonica anche grazie alle sue bianche “torri”, poco ci viene detto dall’io-lirico del perché il soldato considera codesto luogo il suo spazio salvifico. Non avendo questa informazione siamo autorizzati a pensare che Samarcanda sia quel luogo o tutti i luoghi, tutti i luoghi dove si possa trovare libertà e salvezza appunto. C’è un elemento agnitivo nel testo (seppure anch’esso sui-generis) quando il soldato scopre che in realtà il suo supposto punto-d’approdo era proprio il punto in cui lo attende la morte che ha tentato di fuggire con tutte le sue forze. Peraltro in questo contesto la “nera signora” si fa regina sotto ogni punto di vista, non solo nel suo essere riuscita a capire il gioco del soldato, e a precederlo all’arrivo, ma persino nel suo farsi gioco di lui quando gli fa notare “Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato, Io non ti guardavo con malignità,  Era solamente uno sguardo stupito, Cosa ci facevi l’altro ieri là?, T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda, Eri lontanissimo due giorni fa, Ho temuto che per ascoltar la banda, Non facessi in tempo ad arrivare qua”.

Tutta la penultima strofa è insomma una sonora, ridanciana, impertinente presa in giro della Morte che si fa beffe della sua vittima, sicuramente del suo tentativo di fuggirla. Mi azzardo fino a dire che in Samarcanda la personificazione della Morte non solo porta avanti, determina l’azione su ogni livello, ma Samarcanda stessa è un ballo con la Morte e/o della Morte, una “dance macabre” davvero partiolare, musicale, esteticamente gagliarda. Diversamente da ciò che accade in luoghi artistici come A livella di Totò, dove la “nera signora” appare quasi come una matrigna saggia, compita, lucida… qui ella si fa spirito libero, irriverente, determinata a fare il suo lavoro anche con un tocco di goliardia.

Ripeto, non so se questo è il “significato” o una delle significazioni che si possono attribuire a questa opera in virtù dell’idea autorale originaria, ma è indubbio che tale interpretazione possa reggere grazie alla incredibile carica retorica di un’opera che si può senz’altro “leggere” sotto molte prospettive di visione, proprio come accade con tutti i testi artistici davvero tali. Per quanto mi riguarda, il viaggio per scoprirla questa significazione ha finanche aumentato la mia incondizionata ammirazione per l’opera e per l’autore… e basta fare un giro sul sito per capire presto e bene che non sono prona alle beatificazioni senza merito. Meraviglioso Vecchioni, da Premio Nobel per la Letteratura, no doubts about that!

Rina Brundu

Samarcanda

Roberto Vecchioni

Ridere, ridere, ridere ancora,
Ora la guerra paura non fa,
Brucian nel fuoco le divise la sera,
Brucia nella gola vino a sazietà,
Musica di tamburelli fino all’aurora,
Il soldato che tutta la notte ballò
Vide tra la folla quella nera signora,
Vide che cercava lui e si spaventò

Salvami, salvami, grande sovrano,
Fammi fuggire, fuggire di qua,
Alla parata lei mi stava vicino,
E mi guardava con malignità
Dategli, dategli un animale,
Figlio del lampo, degno di un re,
Presto, più presto perché possa scappare,
Dategli la bestia più veloce che c’è

Corri cavallo, corri ti prego
Fino a Samarcanda io ti guiderò,
Non ti fermare, vola ti prego
Corri come il vento che mi salverò
Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh

Fiumi poi campi, poi l’alba era viola,
Bianche le torri che infine toccò,
Ma c’era su la porta quella nera signora
Stanco di fuggire la sua testa chinò:
Eri fra la gente nella capitale,
So che mi guardavi con malignità,
Son scappato in mezzo ai grillie alle cicale,
Son scappato via ma ti ritrovo qua!

Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato
Io non ti guardavo con malignità,
Era solamente uno sguardo stupito,
Cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda
Eri lontanissimo due giorni fa,
Ho temuto che per ascoltar la banda
Non facessi in tempo ad arrivare qua

Non è poi così lontana Samarcanda,
Corri cavallo, corri di là
Ho cantato insieme a te tutta la notte
Corri come il vento che ci arriverà
Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh

Songwriters: Roberto Vecchioni

Samarcanda lyrics © Warner/Chappell Music, Inc

 

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Un’altra perla poetica è questa…

 

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