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LUGHIA DELUGHE – RELIGO

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Estratto

Lughia dei sogni guardava l’orizzonte dalla finestra riprendere la conformazione abituale con la vallata ai piedi della grande sughera e il villaggio abbarbicato attraversato dalla ferrovia «Ho avuto sogni molto strani, sogni terreni. Sognavo eventi che sarebbero accaduti e si verificavano immancabilmente qualche giorno appresso. Mi ero abituata a vivere sogni simili a visioni». Lughia ansimava in preda alla furia artistica. La presenza del suo doppio onirico, nel medesimo spazio della consapevolezza, aveva reso la sua anima nuovamente libera dai vincoli.

«È infantile la maniera con la quale trascuriamo la nostra tela per occuparci di fesserie mondane».

Disegnò un grande squarcio rosso simile a una ferita nella carne viva:«Purtroppo i fatti quotidiani diventano più importanti degli atti interori e allora il viaggio terreno diventa una contorsione mentale».

«Eppure l’azione è una condizione fondamentale. Dipingere, muoversi, lavorare. Ogni atto ha la funzione di creare il vuoto. Questo ho capito entrando nel sogno. Stando immobili ad osservare i fatti, condanniamo noi stessi alla frustrazione». «Esatto, il vuoto. Se agissimo per fare il vuoto, il sogno potrebbe conquistare ogni istante della vita e riaccendere il lume della consapevolezza».

 «E invece ci chiudiamo, accecati dal nostro ego».

Usando la tinta nera, Lughia disegnò due grandi occhi, poi bendati, e da essi fece colare lava di lacrime, giù, con il colore che gocciolava dalla tela sul pavimento di assi levigate.

«È la paura. Fino a quando il grande gioco della mente non sarà svelato, l’uomo crederà a se stesso come un essere di carne e volontà, sorretto dallo scheletro e da idee fasulle».

«Che ne è del libero arbitrio?».

«Esso è il grande ingannatore. Trascorriamo le ore della vita convinti di poter scegliere cosa preferire, invece agiamo mossi da schemi mentali inculcati dall’educazione».

«RELIGO». Lughia impresse la parola sulla tela con un punteruolo da calzolaio, in modo da sfilare i fili uno ad uno e scoprire il pensiero raggrumato in un nodulo oscuro.

«Io pensavo di essere nata nella migliore condizione possibile».

«Nessuna condizione è migliore di un’altra, tranne quella ben più impegnativa in cui si sceglie di morire e rinascere ogni giorno».

Tratto da:

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