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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Filosofia dell’anima – Quasi un trattato sulla “seriosità”. E di giornalisti e saggisti italiani.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

  serious

Nota bene: Anche questo è un pezzo “estivo” di Rosebud che sconsiglio vivamente a chi non conosce il sito, o a chi, comunque, non dovrebbe stare qui.

Non ho mai considerato i cosiddetti “vizi” o “difetti” della nostra anima come un fattore diminutivo della sua qualità estetica e morale, anzi, è piuttosto il contrario: cosa sarebbero gli esseri umani senza vizi e difetti? Nulla più di santini da altare buoni solo per rimirarsi allo specchio, ma non degni di alcun povero cristo determinato a faticare per vivere. Tuttavia, come chiunque, credo, ho i favoriti e gli invisi anche tra quei tratti caratteriali. Come ho scritto in più di una occasione in cima alla mia personale classifica di tutto ciò che ritengo nefasto e deleterio vi è la furbizia, per parlare della quale non basterebbe un quasi-trattato ma occorrerebbe scrivere una intera enciclopedia. Immediatamente dopo vi è il crimine della “seriosità”, proprio l’argomento di cui vorrei dirimere oggi, sempre tra il serio e il faceto, e profittando degli attimi di pausa da questa stranissima estate 2018.

Quale sarebbe una definizione di seriosità molto convincente? A mio giudizio quella che vede nella “seriosità” una specie di mantello posticcio e molto formale usato dai tanti per coprire non solo le nudità di uno spirito poco brillante e poco formato, ma anche la sua pochezza intellettuale. Con questo intendo dire che si diventa seriosi quando non si è capaci di essere seri. Un ricordo che non mi abbandonerà mai è quello dei primi anni in cui lavoravo nelle multinazionali americane. A quel tempo assumevamo pochi italiani perché le aziende non si fidavano. Un giorno però arrivò nel nostro gruppo un giovanotto connazionale appena laureato in Giurisprudenza che si faceva tuttuno con la sua cravatta e la ventiquattrore che portava sempre con sé legata al braccio, quasi come se egli fosse una guardia giurata. Il giovane si faceva chiamare Dottore, titolo che inserì anche nel disclaimer della sua email e, bisogna riconoscerglielo, si distingueva tra i tanti perché… era di una ignoranza pazzesca! Ricordo proprio questo… era di una ignoranza pazzesca! Si trattava insomma di uno di quegli spiriti che per spiegargli una formula logica servono i disegnini come con i bambini che hanno appena subito un trauma… Ma se l’intelligenza matematica (e minimale) lasciava a desiderare, tutto il suo spirito era invece concentrato nel leccare il culo del suo manager di riferimento o di chiunque potesse aiutarlo nel farsi strada verso la cima della piramide, sogno che, ne ho certezza, avrà avuto modo di realizzare.

Non ho difficoltà a scriverlo: nutro un profondo disprezzo per questi personaggi. Un disprezzo che mi prende tutta l’anima, dato che rappresentano tutto ciò che non vorrei essere, tutto ciò che vorrei non mi sfiorasse mai, o sfiorasse un mio caro. Se è vero però che il germe della “seriosità” può cogliere chiunque di noi, è vero altresì che i suoi effetti più nefasti li riscontriamo tra coloro che definiamo professionisti “arrivati” soprattutto nel campo mediatico. Questo dipende dal fatto che tutti quanti noi viviamo di “cliché”, per esempio tanti di noi sono ancora convinti, convintissimi, che “se lo scrive il giornale deve essere vero”, “se il dato giornalista lavora in quel giornale sarà perché avrà una qualche capacità in più”. Non è affatto così, nella maggior dei casi non è così, proprio come non basta vestirsi da santone e assumere un accento indiano per spandere saggezza urbi-et-orbi, la possibilità che si stia comunque sparando una grossa boiata è molto, molto forte.

Peraltro la seriosità ha sfaccettature molo “serie” in questi contesti. Allo scopo faccio un esempio pratico a proposito di un noto giornalista italiano che alcuni mesi fa mi lasciò parecchio interdetta in qualche suo intervento, dato che, indipendentemente dalle idee politiche, avevo una ottima opinione di lui. Come al mio solito, anche per proteggermi da eventuali tentativi di critica di rivalsa, non farò il nome del professionista in questione, ma solo il cognome, Mieli. Erano i giorni in cui Mattarella aveva detto no al Salvimaio,  e no al ministro Savona, ed erano i giorni in cui Di Maio propose la messa in stato d’accusa del Presidente che io sostenni convintamente. Naturalmente quando si parlava di “impeachment” per Mattarella, qualsiasi mente raziocinante avrebbe concluso che lo si voleva “far dimettere” dalla sua posizione, non certo arrestarlo o fargli chissaché in stile rivoluzionario decadente e digitale denoartri. Domanda: chi, invece, aveva interpretato la questione proprio in codesta ultima maniera ridicola e nefasta? No, non l’ultimo rimandato in un liceo della più remota provincia italica, quanto piuttosto il giornalista Mieli, il quale durante una puntata di “Otto e mezzo” (La7) denunciò il tentativo in corso di arrestare, appunto, Mattarella.

Tutto vero, naturalmente, rivedetevi la registrazione per credere. Dopo avere sentito una simile idiozia, il dubbio mi assillò per giorni “Ma Mieli è serio o serioso?”, confesso di non essere ancora riuscita a darmi una risposta convincente. Per correttezza bisogna aggiungere però che proprio in quello stesso studio in cui si sputtanò Mieli, lo studio della Gruber sempre prona alle marchette editoriali, è di norma tutto un viavai di personaggi seriosi. Alcuni si presentano in giacca e cravatta, altri con il girocollo trendy, altri ancora con il pizzetto curato, ma di norma sono tutti quanti accompagnati dal tomo appena stampato pomposamente chiamato “saggio pubblicato dall’editore trendy”. Per sputtanare un buon 80% di codesti saggisti nostrani non basta ascoltare il programma, bisogna anche andare a spulciare il tomo sucitato che nella maggior parte delle occasioni ti lascia basita, mentre mille e mille domande si rincorrono nella tua testa: ma questo dove si è laureato? Si è laureato? Dove ha lavorato? Ha lavorato? L’inglese lo parla? L’italiano? Che senso ha questa frase? Perché questo argomento non è stato sfiorato? Perché non fa nomi e cognomi? Perché si sta contraddicendo rispetto a quanto detto mesi fa? L’editore perché lo ha pubblicato? Codesto passaggio non dovrebbe vincere il Premio Bancarella dell’ovvio d’intelletto?

Potrei andare avanti all’infinito, ma non serve, sono cose note, dette e ridette, e poi mi preme puntare l’attenzione sui caratteri denotativi della seriosità, cioè quelli di significazione primaria. Ciò per sottolineare che, in alcuni casi, dati individui poco dotati intellettualmente, e certamente molto distanti dagli spiriti irriverenti che caratterizzavano gli Einstein, i Feynman e tanti altri intelletti geniali, amano dirsi “seri” solamente in virtù del fatto che non riescono a ridere o a sorridere del mondo che li circonda, ma lo fanno senza rendersi conto che è proprio in quel momento che diventano “seriosi”, tetramente seriosi.

Limando ulteriormente potrei anche dire che “serioso” è persino un autore che sgobba da mane a sera per raffinare il suo scritto e poi butta tutto il resto nel cestino, fa sparire tutto ciò che è stato partorito dalla sua creatività al lavoro, ma che non ritiene più adatto a rappresentarlo. Sarebbe come dire che Leonardo avrebbe dovuto conservare solo la Gioconda e buttare i suoi “sketches” a mare. Non è così, ovviamente, dato che siamo in grado, tutti quanti, di immaginare la fatica, in tutti i sensi, ma soprattutto mentale, che un artista deve fare per raggiungere le alte vette; comprendiamo i periodi di sana e proficua attività e gli altri più neri, quelli in cui la pagina bianca resta bianca o al più si riempie di meri scarabocchi.

Anche per questi motivi credo che riuscire a superare la tentazione della “seriosità” sia un compito erculeo per chiunque, proprio perché implica tanto coraggio nel riuscire a raccontare il proprio spirito esattamente com’è nel dato momento, senza tentare di renderlo più o meno bello, più o meno intellettualmente impegnato, più o meno colto, e soprattutto senza vergognarsene. Incredibile a dirsi, ma buttando giù questi pensieri estivi ed epidermici sulla “seriosità”, mi sono resa conto che il “gap” che divide la “serietà” dalla “seriosità” è ancora più ampio di quanto avessi preventivato prima, e in fondo ha che fare con temi molto più pregnanti dell’esprimere una opinione o dello scrivere un libro. In realtà ha a che fare con la capacità a tutto tondo del nostro Essere; è persino dipendente dall’ideale punto tracciato nel tessuto a quattro dimensioni dello spazio-tempo, ovvero dal punto a cui è giunta la nostra Essenza nel suo processo di sviluppo e di maturazione, il quale, per sua natura è un processo molto lento, lentissimo.

Ripensandoci anche sulla “seriosità” si potrebbe scrivere se non una enciclopedia almeno un intero saggio, che non verrebbe mai letto dai “seriosi”, naturalmente, ma che come si è visto non dovrebbe perdere alcunché del suo valore a causa di tale “sbadataggine”.

Rina Brundu

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