Advertisements
CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Angelo ribelle – Professo’, che cosa volete ancora da noi? Noi siamo povera gente, miseri lavoratori della terra. Volete spiegarci cosa ce ne può importare della scuola a noi?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Dopo alcuni secondi, il maestro vide aprirsi uno spiraglio tra gli assi lerci, e dalla penombra spuntò la testa di un uomo dall’aspetto burbero, ma dai lineamenti giovanili. Il volto era coperto da una barba incolta che rendeva la sua faccia davvero poco raccomandabile.

Restando sempre in quella posizione, e tenendo la porticina stretta al suo petto, il giovanotto chiese:«Chi siete? Che volete?».

«Mi rincresce di avervi importunato, ma non sapevo a che ora presentarmi e così mi sono anticipato. Mi dispiace davvero, se…».

«Sì, va bene! Ma voi, chi siete? Chi volete?».

«Sono il maestro Finelli, Ferdinando Finelli. Sono venuto per parlare con i genitori di Antonio Cemmino. Mi sapete indicare dove li posso trovare?».

«Sono io, sono suo padre. Che volete? Che cosa ha fatto, questa volta, mio figlio?».

«Niente, niente. Il bambino non ha fatto niente di male, anzi… è che mi ero ripromesso di conoscervi e così, approfittando del fatto che oggi è festa e che passavo di qui, ho pensato che… ai genitori del piccino facesse piacere sapere chi è l’insegnante elementare del proprio figlio».

«Ho capito, entrate, entrate. La macchina l’avete chiusa a chiave? Qui ci stanno assai mariuoli».

«Sì, l’ho chiusa, grazie, grazie. Piacere» disse Finelli salutandolo.

L’uomo richiuse la porticina e fece strada. Lungo il tragitto non scambiò nessuna parola col maestro che, qualche passettino più indietro, lo rincorreva perplesso.

Solo dopo aver percorso una decina di metri, transitando sotto l’androne ancora in semioscurità, il padrone di casa urlò:«Luise’! Luise’! Affacciati, Luise’! Dove sei? Affacciati!».

Alla distanza si udì la replica di una donna che, sempre in dialetto e con tono squillante, rispose:«Pasqua’, ma che non ti piglia un acc… Cosa è successo stavolta? Che cosa vuoi? Stai sempre a chiamarmi e non mi fai stare un minuto in santa pace, sei veramente una lagna. Mi pari proprio come quel fetentone di tuo figlio».

«Disgraziata, vieni qua, stai sempre a lamentarti, pare che solo tu ti dai da fare in questa casa. Ti ho detto, vieni qua! Ché stamattina abbiamo ospiti, muoviti, vieni qua!».

«Senta signor Cemmino, mi pare che voi due siate parecchio indaffarati…» provò a intromettersi Finelli.

«Pascà, chi ci sta con te? Parla cchiù forte, ché da qua sotto nun capisco proprio niente?!».

«Ci sta, ‘o maestro ‘e ‘Ntonio, mi hai capito mo’? Affacciati e nun fa’ cchiù tante storie» le disse il marito alzando il tono della voce.

Camminando lungo la disordinata straducola, Finelli notò un’altra porticina posta sul lato destro: “Sicuramente lì dentro ci vive qualcheduno” pensò. Non fece in tempo a completare il pensiero che, giunto pressappoco davanti alla improvvisata soglia, si affacciò una vecchina tutta infagottata che garbatamente li salutò:«Buongiorno… ué! Pasqua’, stamattina abbiamo ospiti, eh!».

Pasquale Cemmino fece come non l’avesse sentita e tirò diritto per i fatti suoi. La donna non se ne preoccupò, piuttosto accompagnò il loro veloce passaggio facendo gesti affabili con la mano destra.

«Buongiorno, sono l’insegnante di Antonio» rispose educatamente il maestro, ma riprese subito a camminare senza perdere il passo con Pasquale.

Superato il porticato si immisero in un cortile male lastricato che, poco più avanti, divenne un’aia solatia ben mantenuta. Sullo sfondo Finelli intravide la cava del monticello Volponi, tanto cara al suo piccolo Antonio. Di primo acchito gli sembrò abbandonata. La parete frontale, con la pietra nuda, cadeva a strapiombo, mentre la sommità era a malapena inverdita da sparuti arbusti di bruciacchiate piante d’olivo.

Il cortile era, invero, largo poco più di sette metri e l’abitazione del bambino era situata sulla parte destra provenendo dal portone principale. Si entrava direttamente in uno stanzone quasi del tutto spoglio di mobilia, con il prospetto esterno privo d’intonaco. Avanzando sino alla porta d’ingresso, il maestro s’accorse che solo una parte di facciata del fabbricato era stata tinteggiata.

Sulla parete di sinistra c’era, corrosa dalla ruggine, una porta metallica spalancata di là dalla quale s’intravedeva un animale che scalpitava. L’ospite, trattenendo il respiro per il forte lezzo dello stallatico, allungò lo sguardo e si accorse che si trattava di una brenna magrissima. L’animale aveva il muso allungato nella mangiatoia e tentava di tirare su qualche filo di paglia. Davanti al ricovero del quadrupede, e più precisamente sul lato sinistro della porta d’accesso, c’era un secondo striminzito locale, totalmente aperto e di cui il maestro non fu capace di comprenderne l’utilità.

Era in realtà una fornace a uso esclusivo della famiglia Cemmino, al centro della quale spiccava il ripiano di muratura su cui si notava la bocca del forno a legna sbarrata da una lastra di ferro. Di fianco al forno s’intravedeva la fornace grande. Nel suo interno, colma d’acqua in ebollizione, faceva bella mostra di sé una smisurata marmitta annerita. Dall’altro lato del forno c’era ancora una fornace più piccina, su di essa un tripode sorreggeva il tegame in terracotta che a quell’ora già brontolava, e sotto cui avvampava, a mala pena, qualche tizzone.

«Buongiorno» disse altezzosa la padrona di casa avvicinandosi.

«Pasqua’, mi porti in casa sempre gente nuova. Mo’, chi è quest’altro?» aggiunse rivolgendosi al marito. Era appena venuta fuori dello stanzone adibito ad abitazione principale ed era agghindata con la veste della festa, protetta dallo zinale pulito.

«Come, chi è? Luise’ è mezzora che ti sto dicendo di avvicinarti perché è venuto a trovarci il professore di Antonio».

«Uh, mamma mia! Scusatemi. Stavolta l’ho proprio fatta grossa. Buongiorno professo’, buongiorno. Scusatemi tanto, io… io non sapevo… ‘sto sventurato, soprattutto la domenica, continuamente mi porta in casa scansafatiche come lui».

«Buongiorno. Lei è la signora Luisella, la mamma di Antonio? Sono onorato di conoscerla, il bambino mi ha tanto parlato di lei» disse Finelli. «A proposito… dov’è ora? Non è in casa?».

«Antonio è andato a prendere il latte dal pecoraio. Ci va tutte le mattine e, oggi che è domenica, è uscito un po’ più tardi, perciò… Sa, professo’, stamattina l’abbiamo lasciato dormire, c’é sembrato stanco. Questa settimana, purtroppo, ci siamo allontanati da casa spesso e per parecchie giornate. Siamo andati a zappare la terra che teniamo a Pezzalonga. Il bambino è piccolo per potercelo portare dietro e allora lo affidiamo a zi’ Natalia, la nostra vicina. È anziana, ma è una brava donna».

«Ho capito, ho capito, ma a casa Antonio non ci sta proprio mai? Nemmeno oggi che è un giorno di festa e di riposo?».

«Come no! Come no! Quando ci sono io, il bambino resta qua con me e non va da nessuna parte, sa! Professore, Antonio ha un caratteraccio incorreggibile».

«Ma no, signora, no…».

«Professore, perché stiamo parlando qua fuori?» lo interruppe la donna. «Venite, venite dentro. Entriamo in casa, accomodatevi… ora vi faccio un bel caffè caldo caldo. Lo volete, professo’, ve lo prendete un bel caffè? Ve lo vado a fare subito, scusatemi».

«Lasci stare, non si prenda questo fastidio, signora. Io mi fermo per pochi minuti. Ho solo bisogno di sapere qualcosa di più su Antonio».

«Che cosa dite, professo’? Voi dovete entrare. Oramai state qua a casa mia e dovete accomodarvi, entrate. Ecche? Si fa così dalle vostre parti? Vogliamo continuare a parlare qua fuori? Vogliamo farci sentire da tutti? Professo’, embé?!». La donna s’intestardì e afferrandolo per il braccio quasi lo trascinò fino all’uscio. «Pasqua’… e accompagna il nostro professore dentro. Messo così sembri proprio un mammalucco» aggiunse rivolgendosi al marito.

«Professore, non vi vergognate, mettetevi pure comodo. Ormai siete qui, non dovete avere fretta e… Se non accettate il suo caffè, la mia signora se la prende a male, non è vero Luise’?» disse Pasquale passandogli la seggiola mezza spagliata. Si sedette anche lui e poi disse con voce più alta:«Luise’ e va’ a farlo ‘sto caffè! Che cavolo stai aspettando?! Non vedi che il nostro caro professore s’è accomodato e aspetta?!».

L’uomo si girò verso il maestro:«Dunque, professore, come mai ci avete voluto onorare con questa bella sorpresa? Perché siete venuto a trovarci? Cos’è mai successo? Alla vostra scuola non sono stati sufficienti le lunghe chiacchierate avute con la direttrice e la visita che, quella malefica, mi ha fatto fare dai carabinieri?! Dovevate, caro professore, venire necessariamente anche voi a convincerci di chissà che, non ve lo sto già mandando Antonio? Che cosa volete ancora da noi? Noi siamo povera gente, miseri lavoratori della terra. Professo’ a noi basta saper fare qualche conticino. Il resto non ha nessuna importanza. Sa, io vorrei capire perché ci togliete l’aiuto che ci danno le braccia dei nostri figli, con la scusa che devono studiare… Volete spiegarci cosa ce ne può importare della scuola a noi?».

Continua la lettura, clicca sulla cover

 

Advertisements

Chiudiamo Wikipedia. Non si lucra scaltramente sull’impegno di intelletto!