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Cinema – Sulla ridicolissima “celebrazione” in corso del filone cinepanettonaro. E su “Avatar” (2009) di James Cameron, apologia dell’arte cinematografica che si fa scuola e diventa “glimpse into the future”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Avatar1In questi giorni mi è stata regalata una versione speciale di “Avatar”, la straordinaria megaproduzione del 2009 del maestro James Cameron: blue ray, tre dvd, due dei quali necessari per raccontare il macrotesto e il paratesto che pure è “Avatar”. Avevo già un’ottima opinione di questo epocale lavoro, campione assoluto di incassi, nonché della sua filosofia ambientalista di fondo e dei mirabili risultati ottenuti. Tuttavia, confesso che dopo avere visto questa edizione speciale e avere preso piena coscienza di cosa è stato “Avatar”, oltre il film, sono rimasta impressionata. Sono rimasta impressionata dal lungo percorso che ha portato il regista a creare quest’opera (un cammino già idealmente iniziato all’università), dai viaggi di apprendimento che è costato, prima in Amazzonia poi in Nuova Zelanda, e naturalmente dall’incredibile sforzo tecnico che ha permesso a questo capolavoro di esistere così come esiste, cioè in forma di una creazione quasi perfetta.

A sorprendermi maggiormente sono state le nuove tecniche recitative che hanno dovuto quasi inventare, trovandosi gli attori e il regista a dover gestire le loro performances in un ambiente fondamentalmente virtuale ma determinato dall’azione autorale monitorata in tutto e per tutto dai computer che ne tracciavano i movimenti. “Avatar” è stato insomma un esperimento in grado di fare “scuola” su livelli multipli, ed è tuttora una specie di nostra occhiata furtiva rubata al futuro che verrà. Colpisce anche come dopo dieci anni dallo “shooting”, il tessuto filmico si mantenga perfetto su ogni livello, acquistando di fatto quell’ulteriore spessore che il tempo concede solamente ai grandi classici. Tutto ciò che ti resta alla fine di una simile avventura cinematografica, ricca da ogni punto di vista, è un senso di meraviglia e, “en passant”, ti chiedi pure tante altre cose che non è opportuno riportare qui.

Poi ti scuoti e scopri la stampa italiana intenta a celebrare la nostra arte “cinepanettonara” dopo la morte di uno dei suoi tanti eroi. Non so chi fosse questo signore e non voglio saperlo, sono certa che si sarà trattato di una meravigliossa persona molto amata dalla sua famiglia e dai suoi amici, ma io non posso giudicare “Avatar” dalla pur ottima persona che è James Cameron, posso giudicarlo solamente dal suo spessore artistico e da ciò che mi trasmette. Naturalmente non sto neppure accostando “Avatar” ai nostri filmetti, men che meno a quell’accozzaglia di rutti senza contenimento e di perversioni da oratorio in salsa ridanciana che è il filone cinepanettonaro, del resto non sarebbe una operazione onesta né tecnicamente né intellettualmente.

Ciò che mi “impressiona” però (anche noi siamo in grado di impressionare quando lo vogliamo), è la spudoratezza con cui anziché guardare alle stelle e alla luna continuiamo a fissare il dito che punta in quella direzione. Mi sconvolgono le apologie della mediocrità che sappiamo creare con arte (questa sì) mediatica degna di nota, mi sconvolgono le querimonie fine a se stesse e tese a celebrare il nulla. Del resto non ho dubbi che in qualsiasi luogo si trovi questo regista italiano defunto, adesso potrà “ammirare” la nostra miseria intellettuale in tutta la sua “grandezza”, e riderne sguaiatamente, pure dei falsi lai in memoria esibiti al suo funerale.

Ridicolissimi!

Rina Brundu

 

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