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Critica televisiva e abiure epocali – QUEEN MARY E LA DITTA. Sul perché adesso mi vergogno di avere scritto quel saggio critico.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

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Dante perplesso, incazzato nero, mentre decide in quale girone dell’inferno collocarmi..

Ebbene sì, mi vergogno, mi pento, mi dolgo, mi auto-flagello alla maniera di un impenitente Silas danbrowniano, di avere scritto il saggio critico dedicato al “fenomeno” televisivo Maria De Filippi. D’accordo, di “vergogna” intellettuale si tratta, ma sempre vergogna è. Credo che l’epifania finale l’abbia avuta ieri sera mentre impegnata in uno studio e mi muovevo tra Nietzsche e Heidegger, ma vero è che i dubbi sono datati e risalgono almeno al momento in cui scrissi l’ultimo capitolo di quel libretto.

Ho già detto che amo la critica tecnica, la quale per essere azionata ha bisogno di almeno due elementi fondamentali: una adeguata formazione, meglio se di tipo universitario (cioè bisogna per forza avere studiato retorica, semiotica, prossemica, cinesica, and so and so forth), e un istinto naturale per la critica sferzante e logica. Non ho molti pregi, ma almeno questi due elementi ritengo che facciano senz’altro parte del mio curriculum professionale e umano. Anche per questi motivi non ho mai nascosto il mio totale disprezzo per chi si dice critico solo in virtù della necessità che ha di fare la solita marchetta al tomo dell’autore-amico (per averne poi una in cambio), o perché ha letto un libro. Io resto convinta che la maggior parte di codesti personaggi se presi alla sprovvista e interrogati su cosa sia una sineddoche la descriverebbero come una rara malattia contraibile nei mari del Sud.

Insomma, con questo sto dicendo che non ho certamente cambiato idea sul valore aggiunto che dà la critica tecnicamente informata al macro-testo, anche quando quello che si fa fenomeno, programma e mero personaggio televisivo. Non ho neppure cambiato idea sul fatto che nel panorama televisivo italiano, il quale si fa da decenni di cosiddette “ficssion” inneggianti alla superstizione, alla lezione moraleggiante da perpetue d’oratorio e vivono di un gap da digital-divide conclamato e importante (vedi il caso di “Don Matteo”, laddove l’amore e il rispetto che ho per un mito come Terence Hill mi spingono ogni giorno che passa a voler organizzare una qualche “mission impossible” per salvarlo), il “fenomeno De Filippi” si è fatto senz’altro notare, anche perché altro da notare non c’era niente, se non lassismo, furbizia, nepotismo, noia, scialberia e tutti gli altri elementi che da lungo tempo caratterizzano le nostre trasmissioni televisive in procinto di cantare il loro canto del cigno.

Tuttavia, quando ti impegni in una “critica” a tutto tondo, le dai sostanza e spessore, la guardi da ogni parte possibile e immaginabile e poi arrivi all’ultimo capitolo e scopri che stavi analizzando il “nulla”, il “vuoto d’intelletto”, qualche domanda dovresti comunque fartela, come per esempio: perché sto andando avanti con questo progetto? Scrivendo l’ultima parte di “Queen Mary e la ditta” questo fu proprio ciò che mi accadde, ovvero mi sono resa conto in maniera chiara e formidabile che non c’era nulla, niente di valido da sottolineare in quel fenomeno, che la “responsabilità” culturale, sociale, intellettuale che volevo attribuirgli era un mio “problema”, non un problema di chi evidentemente quella tipologia di problemi non se li poneva perché l’interesse era il solo business e quello era floridissimo, tirava alla grande.

Ecco, quando ho capito questo (e io l’ho capito prima della pubblicazione), avrei dovuto fermarmi, invece ho voluto procedere come un missile sparato, anche forte della fondamentale idea che chi lavora onestamente non dovrebbe vergognarsi mai di nulla. In realtà, non è proprio così, perché conoscendomi quel poco che mi conosco, potrò studiare Nietzsche e Heidegger per tutto il resto della mia vita, e magari aggiungerci Kant, Marx, Loche, quel coglione di Aristotele e molti altri, ma l’onta di essere l’autrice di “Queen Mary e la ditta” non me la toglierà più nessuno, non solo perché il libro è stato registrato, ma soprattutto perché non c’è luogo in cielo e in terra, né ora né fra mille anni, dovrò potrò mai fuggire i peccati anche intellettuali che ricadono sulla mia anima, e pure questo mi pare pacifico. Sic!

Rina Brundu

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